Il Presidente USA decide di uscire dagli accordi di Parigi sul clima, ritenendoli pregiudizievoli dell’economia nazionale. E mentre Italia, Germania e Francia rilanciano sull’irreversibilità del percorso, dalla Casa Bianca si preparano a nuovi negoziati. Più flessibili e, almeno per l’America, più sostenibili



“Siamo usciti dall’accordo di Parigi sul clima, ma vogliamo iniziare subito a negoziare per rientrarci a condizioni più favorevoli o, al limite, arrivare ad una nuova intesa”. Questo, in sintesi, il messaggio con cui il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la ridiscussione degli impegni sanciti nel 2015 dal suo predecessore Obama per fermare il riscaldamento del pianeta. L’orizzonte operativo è tuttavia ancora più ampio: con questa improvvisa decisione Trump intende infatti rivedere l’intera strategia di globalizzazione, mettendo in discussione qualsiasi accordo o trattato - commerciale o politico - che possa essere ritenuto ingiusto, o quanto meno svantaggioso per gli USA.


Immediate, e ovviamente sfavorevoli, le reazioni dei leader dei paesi del G7: una dichiarazione congiunta del premier italiano Gentiloni, della cancelliera tedesca Merkel e del Presidente francese Macron ha infatti espresso «rammarico» per la scelta della Casa Bianca: “L’accordo di Parigi non è rinegoziabile, e noi intendiamo continuare ad applicarlo”.

Trump ha motivato con le fredde cifre la sua decisione: rispettare l’accordo di Parigi costerebbe all’America, entro il 2025, 2,7 milioni di posti di lavoro e circa 3 trilioni di PIL. Gli USA dovrebbero inoltre ridurre del 12% la produzione nazionale di carta, del 23% quella di cemento, 38% di ferro e acciaio, 86% di carbone e 31% di gas. Oltre le fredde cifre, parole di fuoco: “Gli altri Paesi - ha spiegato Trump - hanno applaudito quando gli USA hanno firmato l’accordo, perché esso ci mette in una enorme posizione di svantaggio. E la Cina, infatti, potrà continuare ad inquinare quanto vorrà per i prossimi 13 anni, e l’India ad aprire miniere e centrali a carbone”.



Per Trump, in sostanza, gli accordi di Parigi rappresentano un mero trasferimento di ricchezza dagli USA al resto del mondo, e come uomo d’affari vuole ottenere condizioni migliori per tutti, rivedendo quei meccanismi che, favorendo le elite europee, hanno di fatto penalizzato i lavoratori americani. “E tutto ciò, per ridurre il riscaldamento globale di due decimi di grado celsius nel 2100. Le lobby straniere vogliono legarci le mani, ma io sono stato eletto per rappresentare Pittsburgh, non Parigi”. Si sa che Trump non ha mai creduto nel riscaldamento globale, e nelle prove scientifiche che a provocarlo sia stato l’uomo. E si sa anche che le ragioni dell’uscita dagli accordi di Parigi sono in realtà più profonde di quanto si creda: già nel corso della campagna elettorale aveva annunciato, più volte, che il riscaldamento globale era un imbroglio inventato dai cinesi per penalizzare l’economia americana. Aveva quindi promesso di uscire dall’accordo, e ora l’ha fatto.

Cosa accadrà, adesso? I sostenitori dell’accordo di Parigi hanno il loro daffare nel difendere la strada percorsa, spiegando che l’energia pulita rappresenta il futuro anche sotto il profilo del business (tant’è che la stessa Exxon ha cercato - finora invano - di convincere Trump a non abbandonare l’intesa siglata nel 2015). Esperti e organizzazioni internazionali sono concordi sul fatto che, entro il 2030, quella solare sarà la fonte energetica più economica, mentre il continuo perfezionamento delle tecnologie di accumulo dell’energia pulita (storage) ne permetterà l’impiego industriale.



Gli USA, in sostanza, rischiano di sganciarsi dalla grande fase di transizione verso le energie rinnovabili, venendo superati proprio dalla stessa Cina che, oltre a essere fermamente intenzionata a continuare a investirci, non è poi così disattenta al clima come si vuole far credere e come è nella convinzione comune. Già oggi il settore delle energie rinnovabili impiega molti più lavoratori di quello carbonifero, in esaurimento non solo perché altamente inquinante, ma per l’automazione nelle miniere e la conversione dell’alimentazione delle centrali elettriche al gas, energia molto più pulita e più a buon mercato. L’ideologia del voler soddisfare le istanze nazionaliste, e le (comprensibili) preoccupazioni dei minatori statunitensi resta così la principale motivazione della scelta di Trump a uscire dall’accordo di Parigi: ma è una direzione pericolosa, motivata soprattutto dal voler cancellare qualsiasi cosa abbia fatto Obama, che rischia di ripercuotersi negativamente anche dal punto di vista etico e di immagine. Basti pensare che gli unici altri due paesi a essere fuori dall’accordo di Parigi sono la Siria e il Nicaragua e che la Cina e l’Europa, sommati insieme, hanno il 50% del PIL mondiale. Questo voler ridisegnare la globalizzazione su basi più favorevoli per gli USA potrebbe così costare a Trump un prezzo eccessivo e il 2020, anno della sua candidatura alla rielezione, non è poi così lontano come si crede. 


Alessandro Ferri 
[2 Giu 2017]
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