Cementificazionedi Bernardo De Bernardinis • L’ISPRA ha stimato un consumo di 8 m2 di suolo al secondo

 

•• Il consumo di suolo è oggi un tema particolarmente sentito e appare più che mai necessaria una regolazione dello sviluppo edilizio e urbano volto a una maggiore attività di riqualificazione dei centri esistenti piuttosto che a un tasso di consumo di suolo agricolo e naturale elevato come nel passato.

Il consumo di suolo si accompagna nel nostro Paese a un uso del territorio sempre più estensivo e diffuso, alla perdita dei limiti della città con la progressiva formazione di nuovo edificato, insediamenti, infrastrutture e aree agricole marginali, generando discontinuità delle reti ecologiche ed elevati impatti sulle risorse naturali, sul paesaggio e sulla qualità della vita.

Il territorio e il paesaggio vengono quotidianamente invasi comportando la perdita di aree agricole e naturali ad alto valore ambientale e un uso del suolo sempre più estensivo e scomposto, non sempre adeguatamente governato da strumenti di pianificazione del territorio, di programmazione delle attività economico-produttive e da politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale.

In molti casi si assiste alla copertura del terreno con materiali impermeabili (soil sealing), una delle forme più evidenti di consumo e causa di degrado del suolo (figure 1, 2 e 3). In questi casi, la trasformazione del territorio e del paesaggio è praticamente irreversibile, e va spesso a incidere su terreni agricoli fertili, mettendo a repentaglio la biodiversità, aumentando il rischio di inondazioni e di riduzione delle risorse idriche e contribuendo al riscaldamento climatico.

 

figura 1

 

figura 2

 

figura 3

 

Rispetto all’insieme delle aree urbanizzate o delle aree «artificiali», il consumo di suolo si può definire come l’insieme delle aree coperte da edifici, capannoni, strade asfaltate o sterrate, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili, piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti e porti, aree e campi sportivi impermeabili, ferrovie e altre infrastrutture, pannelli fotovoltaici e tutte le altre aree impermeabilizzate, non necessariamente urbane. Si estende, cioè, anche in ambiti rurali e naturali, oltre l’area di insediamento urbano da cui devono essere escluse, invece, le aree aperte naturali e semi naturali non coperte da cemento e non impermeabilizzate.

In tale situazione, deve essere riconosciuto che il suolo è una risorsa ambientale e il contenimento del suo consumo dovrebbe essere assicurato tutelando l’insieme delle aree agricole, naturali e semi-naturali presenti anche in aree non rurali, compresi i boschi e gli «spazi aperti» in area urbana. Limitarsi a studiare solo il consumo di superfici agricole potrebbe comportare un rischio di aggravio della situazione delle aree naturali e della qualità dell’ambiente urbano. Ma se è evidente l’opportunità e l’urgenza di adottare misure di contrasto al consumo di suolo, è comunque fondamentale porre la dovuta attenzione alle fonti informative e agli strumenti in grado di assicurare la base conoscitiva necessaria a monitorare e a valutare la consistenza e il trend del fenomeno. Per il monitoraggio del consumo di suolo sono necessari, infatti, tecniche e strumenti di lettura di processi spaziali e di analisi geografica, e devono essere chiari i limiti dei diversi approcci possibili, anche al fine di una corretta lettura dei dati disponibili. Molto spesso si assiste a errate interpretazioni dei fenomeni in atto a causa, ad esempio, della non conoscenza delle modalità di acquisizione dei dati, dell’accuratezza dei risultati o del sistema di classificazione utilizzato.

Ci possono essere, infatti, differenze significative nei risultati ottenuti nel momento in cui si utilizzino fonti informative che fanno uso di sistemi di rilievo e di classificazione diversi e che, come spesso accade, definiscano in maniera differente il concetto di area omogenea o confondano l’uso del suolo con la sua copertura. Gran parte delle basi di dati utilizzate nascono per rispondere a esigenze specifiche (controlli in agricoltura, pianificazione territoriale, valutazione ambientale, basi statistiche, ecc.) che hanno necessità di definire sistemi di classificazione poco adatti alla valutazione del consumo di suolo.

Per tali ragioni, un sistema di monitoraggio adeguato deve basarsi su una necessaria integrazione di diverse fonti, sia cartografiche, sia campionarie. L’indagine ISPRA, svolta in collaborazione con il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente e arrivata ormai al sesto anno di attività, rappresenta oggi la più significativa collezione di dati a livello nazionale che ricostruisce l’andamento del consumo di suolo in Italia dal 1956 al 2010. La specifica metodologia di rilevazione sviluppata, l’unica dedicata al tema del consumo di suolo, è in grado di integrare diverse fonti di dati con i dati locali e i dati di osservazione della terra a livello europeo, anche nell’ambito del programma Copernicus, già noto come GMES (Global Monitoring for Environment and Security), utilizzando analisi cartografiche e aero-fotogrammetriche (figura 4).

figura 4L’indagine si pone oggi come fulcro di un possibile sistema di monitoraggio del consumo di suolo a scala nazionale e regionale, svolgendo aggiornamenti periodici con cadenza annuale e analisi a scala locale sui principali comuni oggetto di rilevazione ed è, inoltre, pienamente integrabile con il sistema delle statistiche ambientali dell'ISTAT, con le informazioni fornite dall'AGEA e dall'INEA e con le numerose attività di ricerca svolte dal CRA, CNR, università ed enti regionali e locali sul tema.

Il ritmo incalzante della cementificazione

I dati ISPRA mostrano come, a livello nazionale, il consumo di suolo sia passato dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010, con un incremento di più di 4 punti percentuali (figura 5). Ciò significa che sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni. Il periodo in cui il consumo di suolo è stato più rapido risulta quello degli anni novanta, in cui si sono sfiorati i 10 metri quadrati al secondo, ma anche il periodo più recente si distingue per un consumo di suolo piuttosto accelerato (più di 8 metri quadrati al secondo). In pratica, ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli, ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e di Firenze. In termini assoluti, si stima che siamo passati dai circa 8.000 chilometri quadrati di consumo di suolo nel 1956 a più di 20.500 chilometri quadrati nel 2010. Un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 m2 per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 m2.


Grafico Figura 1

 

I dati proposti mostrano la gravità della progressiva erosione della risorsa suolo a fini edificatori e infrastrutturali. Molto importanti saranno i prossimi anni, con una possibile mitigazione dei tassi di crescita, soprattutto nelle aree peri-urbane e pianeggianti a elevata vocazione agricola. Tali dinamiche dipenderanno anche dal rafforzamento del settore agricolo e dal contenimento dei fenomeni di abbandono legati ai processi socio-economici di concentrazione e di polarizzazione. Contenimento della crescita urbana, recupero dei centri storici e forme di insediamento più compatte e semi-dense, riuso di aree già urbanizzate rappresentano possibili risposte a un tema particolarmente sentito a tutti i livelli di governance territoriale.


Stima del consumo di suolo pro-capite in Italia
1956 1989 1996 1998 2006 2010
mq/abitante 170 272 303 313 339 343
Fonte: ISPRA, 2013

 

In ogni caso, è necessario riconoscere che un sistema di monitoraggio, quale quello avviato da ISPRA e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, condiviso e omogeneo a livello nazionale, è un elemento fondamentale non solo per aumentare le informazioni disponibili e la conoscenza del fenomeno, ma come base essenziale di una politica di salvaguardia del nostro territorio.

Il sistema di monitoraggio dovrà sempre più integrarsi a livello regionale anche al fine di:

? considerare gli aspetti di qualità del suolo;

? esprimere e quantificare l'impatto delle perdite di suolo e del degrado a scala locale anche in termini di perdita di servizi ecosistemici e di vulnerabilità al cambiamento climatico;

? fornire informazioni specifiche sulle misure per limitare, mitigare o compensare l'impermeabilizzazione del suolo ai responsabili delle decisioni a livello locale.

Sulla base della conoscenza sullo stato e sulle dinamiche evolutive del consumo del suolo, possono essere previste ed attuate anche nel nostro Paese, come del resto richiamato dalla Commissione Europea, misure urgenti per limitare e contenere il consumo di suolo attraverso un approccio strutturato sui tre principi di limitazione, mitigazione e compensazione.

In particolare, si dovrebbe agire per la riduzione del tasso di conversione e trasformazione del territorio agricolo e naturale, nonché promuovere il riuso delle aree già urbanizzate, attraverso la definizione di obiettivi realistici e pienamente giustificati, sia livello nazionale che regionale, la previsione e promozione di linee di azione specifiche e territorialmente condivise, la previsione di strumenti finanziari e fiscali mirati così come di norme finalizzate anche al contenimento dello sviluppo urbano nelle aree agricole e di elevato valore paesaggistico.

Quindi, quando la perdita di suolo è inevitabile, nell’ambito dei processi di pianificazione e programmazione territoriale dovrebbero essere definite e implementate misure di mitigazione volte a garantire comunque, in modo adeguato ed alternativo, le funzioni, anche ecosistemiche, del suolo così perso ed a controllare e governare gli effetti negativi, non solo sull’ambiente, conseguenti a tale perdita.

Infine, tutti gli interventi inevitabili dovrebbero comunque prevedere una forma di compensazione «ecologica» finalizzata al recupero e al ripristino di aree limitrofe degradate.

L’obiettivo della protezione del suolo può, in altri termini, essere conseguito solo mediante un approccio integrato che richieda il completo impegno a tutti i protagonisti della società civile.

 

Prof. Bernardo De Bernardinis
Presidente ISPRA
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