Campo di colzadi Giulia Mazzanti • Gli ultimi anni registrano un incremento del tasso di sviluppo del comparto. Biogas, biomasse e bioliquidi sono chiamati a giocare un ruolo di primo piano nel perseguimento degli obiettivi comunitari che prevedono, per il 2020, un uso delle rinnovabili pari al 28-30% del totale

 

 

Parlare di bioenergia significa riferirsi ad un mondo complesso e variegato costituito da una molteplicità di materie prime, tecnologie e ambiti di impiego. La pluralità di feedstock a disposizione (residui agro-forestali, colture dedicate, effluenti zootecnici, parte biodegradabile dei rifiuti, scarti industriali, ecc.) può essere sfruttata direttamente o passando attraverso processi di conversione di tipo termochimico, biologico o fisico mediante i quali la materia è trasformata in biocombustibile (solido, liquido e gassoso) che viene poi convertito in energia fruibile da destinare ai settori agricolo, industriale, commerciale, residenziale e dei trasporti (figura 1).

Grafico 1

Le bioenergia: una realtà consolidata in Europa e nel mondo

Secondo quanto riportato dalla International Energy Agency (IEA) su un’offerta di energia primaria mondiale che nel 2009 ha superato i 12 Gtep, il 13,1% è stato prodotto da fonti rinnovabili. Fra le FER la bioenergia ha ricoperto un ruolo di primaria importanza visto che si è attestata sul 9,9% del totale. Il maggior contributo al raggiungimento di questo risultato così significativo è da ricondurre ai biocombustibili solidi di cui viene fatto un ampio e diffuso impiego nei paesi in via di sviluppo dove le cosiddette «biomasse tradizionali», bruciate direttamente o comunque con tecnologie inefficienti, sono utilizzate per produrre calore destinato per lo più ad usi domestici (cucina e riscaldamento). Non stupisce quindi che fra le finalità energetiche la principale applicazione delle biomasse (86%) riguardi la produzione di energia termica per usi residenziali o industriali, seguita a distanza dalla produzione di elettricità, dalla cogenerazione e dall’impiego nel settore dei trasporti.

Anche se il peso della «bioelettricità» risulta decisamente inferiore rispetto a quello del «biocalore», è interessante analizzare il contributo della bioenergia alla generazione elettrica mondiale. Il suo apporto è risultato pari a 263 TWh che rappresentano l’1,2% della produzione elettrica mondiale e il 6,3% di quella rinnovabile. Il principale apporto alla «biogenerazione» viene dalle biomasse solide, seguite dal biogas e dalla parte rinnovabile dei rifiuti; del tutto marginali risultano invece i bioliquidi che sono quasi esclusivamente impiegati come carburante nel settore trasporti. Da un punto di vista geografico (figura 2) Nord America e Europa sono leader nella produzione di elettricità da biomassa, basti pensare al fatto che Stati Uniti e Germania, insieme, coprono più di un terzo della produzione totale.

Grafico 2

La filiera delle bioenergie nel settore delle rinnovabili in Europa riveste una posizione importante, infatti andando ad analizzare il consumo primario da FER si nota come sia nel 2005 che nel 2010, le bioenergie ne abbiano coperto oltre due terzi. In termini assoluti in cinque anni il consumo di bioenergia è aumentato di quasi 44 Mtep, valore che rappresenta più del 70% dell’aumento complessivo di consumo rinnovabile che è stato pari a circa 60 Mtep. L’importanza del comparto delle biomasse in relazione all’intero settore rinnovabile europeo è confermata anche dal suo peso in termini di occupazione e volume d’affari. Nel 2010 su 1,1 milioni di occupati nel settore FER poco meno della metà è riconducibile al comparto della bioenergia, percentuale elevatissima dovuta al carattere labour intensive del comparto. Stesso discorso vale per il volume d’affari, anche se in questo caso il peso delle bioenergie scende a circa un terzo: 42 miliardi € su 127 nel 2010.

Fra le filiere della bioenergia quella delle biomasse solide è sicuramente quella che riveste il ruolo più significativo, sia in termini economico-occupazionali che di energia primaria prodotta. A dimostrazione di ciò basta porre a confronto i dati relativi al volume d’affari e agli occupati di questa specifica filiera nel 2010 con i dati europei di tutto il comparto della bioenergia: poco meno di 25 miliardi € su circa 42 e circa 273.000 occupati su poco più di 500.000.

Se questa è la situazione odierna, interessante è guardare alle prospettive future. Per farlo si può far riferimento agli obiettivi al 2020 fissati dalla UE in termini di penetrazione delle rinnovabili sui consumi finali lordi (CFL). Uno studio congiunto dell’European Environment Agency (EEA) e dell’Energy Research Centre of the Netherlands (ECN) ha analizzato i Piani d’azione nazionali per le energie rinnovabili elaborati da tutti i paesi della UE. Considerando complessivamente i risultati da essi attesi (figura 3) emerge come, se gli obiettivi fissati dai singoli paesi membri fossero tutti raggiunti, a livello europeo si andrebbe addirittura oltre il 20% di copertura dei CFL attraverso le FER. Esaminando più approfonditamente i piani si scopre quanto significativo sia il ruolo ricoperto dalla bioenergia in termini di raggiungimento degli obiettivi al 2020: infatti se appare abbastanza scontato che i biocarburanti continueranno a fare la parte del leone nel settore trasporti (90%), può stupire l’enorme contributo attribuito alle biomasse in ambito termico (81%), soprattutto se comparato al piuttosto limitato peso in termini di produzione elettrica (19%). Vista l’importanza attribuita dai paesi europei a questa fonte rinnovabile, si può ipotizzare una sua maggiore affermazione nel prossimo futuro.

 

Grafico 3

La rilevanza della bioenergia in Italia

E in Italia? Per valutare l’odierno stato di sviluppo della bioenergia nel nostro Paese giova allargare la prospettiva considerando tutto il settore rinnovabile, magari anche andando indietro nel tempo. Se si guarda al consumo lordo di energia primaria rinnovabile dal 2000 al 2010 si nota come questo abbia subito una crescita costante in termini assoluti, imputabile per lo più allo sviluppo della bioenergia, del solare e del FV: in particolare, il peso della bioenergia è quadruplicato, sia in termini relativi che assoluti, negli ultimi dieci anni.

Spostando il focus sulle rinnovabili elettriche, la tendenza di crescita viene confermata. Infatti nell’ultimo decennio la potenza rinnovabile installata è più che raddoppiata, anche se le singole filiere hanno seguito trend differenti. Scendendo nel dettaglio si rileva, accanto ad un andamento costante dell’idroelettrico, una quadruplicazione della potenza relativa ad impianti a biomassa che è passata da quasi 700 MW nel 2000 a più di 2.800 nel 2011 ed una crescita accelerata delle altre FER, trainata dal recente boom del FV. In termini di produzione, la bioenergia nel 2011 è rimasta la seconda fonte energetica rinnovabile dietro all’idro con un contributo del 13% alla produzione totale da FER.

Finora si sono considerate le statistiche relative alla bioenergia nel suo complesso, ma in realtà, come sottolineato in precedenza, si tratta di un settore articolato e variegato anche in termini di evoluzione delle singole filiere che lo compongono. Esaminando le statistiche elaborate dal GSE relative al 2011 (figura 4), si rileva che in termini di numerosità la leadership va attribuita agli impianti alimentati con biogas (65%), seguiti da quelli a bioliquidi (22%) e infine da quelli a biomasse (13%). Se si guarda invece alla potenza installata la situazione risulta ribaltata: dei 2.825 MW totali installati al termine del 2011 il 46% è riferito a impianti che bruciano biomasse, il 27% utilizza bioliquidi e il restante 27% è alimentato da biogas. Questo dipende dalla taglia media degli impianti, infatti mentre quelli a biogas hanno una potenza installata media pari a poco meno di 1 MW, gli impianti a biomasse e rifiuti arrivano a circa 8 MW medi. Questo stesso fenomeno spiega anche la riduzione della taglia media degli impianti a bioenergia, pari nel 2011 a 2,3 MW contro i 3,5 del 2010 e i 4,4 del 2005. In termini di produzione, che nel 2011 è stata pari a 10.832 GWh (+15% Vs 2010), il maggior apporto proviene dallo sfruttamento delle biomasse solide (4.730 GWh), seguito dal biogas che ha contribuito con 3.405 GWh, con un aumento del 66% rispetto al 2010, grazie soprattutto agli impianti alimentati da prodotti derivanti da attività agro-forestali. Ai progressi fatti registrare da biomasse solide e biogas, si contrappone la flessione nella produzione da bioliquidi che nel 2011 ha interrotto il proprio trend positivo, scendendo del 12% rispetto all’anno precedente, flessione imputabile agli elevati prezzi della materia prima, quasi tutta di importazione, e all’imposizione di vincoli sulla provenienza degli oli.

 

Grafico 4

La «biogenerazione» è nel complesso un comparto che in questi ultimi anni ha mostrato un’evoluzione di sviluppo che auspicabilmente si protrarrà nel prossimo futuro, anche alla luce degli obiettivi fissati dalla SEN in base ai quali le rinnovabili al 2020 dovrebbero coprire fino al 36-38% dei consumi finali elettrici.

Se consideriamo la produzione elettrica da bioenergia in ktep anziché in GWh (650 ktep nel 2009 e 812 ktep nel 2010) e la mettiamo a paragone con le stime più aggiornate fornite dal GSE relative alla produzione termica da biomasse (nel 2009 3.033 ktep da bioenergia su una produzione termica rinnovabile complessiva di 4.500 ktep e nel 2010 4.028 ktep da biocalore su 5.497 ktep rinnovabili complessivi) scopriamo quanto, anche nel nostro Paese, le finalità termiche giochino un ruolo di preminenza in termini di sfruttamento complessivo delle bioenergie e quanto le bioenergie siano importanti in termini di produzione termica rinnovabile.

Anche se le difficoltà di monitoraggio qualitativo e soprattutto quantitativo non permettono di disporre di statistiche aggiornate ed accurate analoghe a quelle relative alle FER elettriche, dalle informazioni rilasciate dal GSE emerge come più del 90% del «biocalore» sia prodotto da impianti alimentati da biomasse solide il cui principale impiego è legato al riscaldamento domestico. A riprova di ciò, i dati Istat indicano che nei primi sette mesi del 2012, rispetto a dieci anni fa, si è registrato un aumento record del 26% delle importazioni di legna da ardere, per lo più destinata ad alimentare camini e stufe domestiche.

I risultati raggiunti dalla generazione termica da biomasse risultano notevoli soprattutto considerata la mancanza, fino ad oggi, di un sistema di incentivazione ad hoc analogo a quello per le FER elettriche e ci fanno quindi intuire le enormi potenzialità di questa fonte la cui valorizzazione, soprattutto se in loco, non avrebbe solo benefici ambientali, ma anche economici.

Come cambia la normativa

Per capire quale ruolo potrà ricoprire la bioenergia in Italia nel prossimo futuro non si può prescindere dall’analisi della normativa ed in particolare delle disposizioni relative ai nuovi sistemi di incentivazione la cui introduzione è stata prevista dal D.Lgs. 28/2011 che definisce strumenti, meccanismi, incentivi, quadro istituzionale, finanziario e giuridico per il raggiungimento degli obiettivi al 2020 in materia di energia da fonti rinnovabili.

Come sottolineato in precedenza, l’utilizzo delle biomasse con finalità elettriche ha ricevuto il maggior supporto in termini di incentivi che, nel corso degli ultimi anni, hanno consentito un sostanziale incremento del tasso di sviluppo della bioenergia. Volendo scendere più nel dettaglio è utile porre a confronto gli incentivi erogati ad impianti in esercizio a partire dal 1° gennaio 2013 con quelli relativi al sistema previgente introdotto dalla Finanziaria del 2008. Il precedente sistema, in vigore fino al 31 dicembre 2012, prevedeva una tariffa omnicomprensiva di 28 cent€/kWh per impianti 1 MW. In quest’ultimo caso si privilegiava l’approvvigionamento da «filiera corta» a cui veniva attribuito il valore del coefficiente moltiplicativo (k) più alto, cioè pari a 1,8. A differenza della vecchia disciplina incentrata su un regime differenziato di incentivazione dell’energia da biomassa in funzione dell’origine degli approvvigionamenti, il nuovo Decreto (DM 6 luglio 2012) valorizza l’eterogeneità delle biomasse esistenti, cercando di dar maggior sostegno alle iniziative di piccole dimensioni che hanno accesso diretto agli incentivi, senza dover passare attraverso l’iscrizione al registro o attraverso il meccanismo delle aste e favorendo, in termini di tariffe base, quelle che impiegano specifici sottoprodotti del settore agricolo/zootecnico o delle industrie agro-alimentari.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi quale potrà essere l’impatto del nuovo sistema incentivante sulle prospettive di sviluppo del settore della bioenergia. Per cercare di dare una risposta a questo quesito analizziamo le novità introdotte dal decreto dello scorso luglio. Rispetto al vecchio sistema, quello recentemente introdotto prevede una riduzione delle tariffe base, in linea con la ratio del legislatore orientata verso uno sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili con adeguamento degli incentivi ai livelli europei e agli andamenti dei costi di mercato delle tecnologie. Tuttavia la base tariffaria può essere incrementata con l’aggiunta di premi che vengono assegnati a seguito dell’adozione di pratiche ritenute virtuose quali l’impiego di biomasse provenienti da specifiche filiere, la riduzione di gas ad effetto serra oltre livelli definiti, il soddisfacimento di specifici requisiti emissivi, e la cogenerazione ad alto rendimento, eventualmente associata al teleriscaldamento o al recupero di azoto. Oltre al taglio delle tariffe è stato previsto anche un contingentamento della potenza incentivabile, che risultando coerente con il trend di crescita del settore degli ultimi anni non sembra porre particolari ostacoli allo sviluppo delle biomasse. Le maggiori incertezze per gli operatori potrebbero invece derivare da questioni procedurali. In particolare ciò che preoccupa è l’iscrizione al registro senza l’ottenimento della quale un progetto non risulterà bancabile. Bisogna poi sottolineare un altro aspetto spesso non evidenziato adeguatamente, ma che può mettere a rischio la finanziabilità dei progetti: rispetto alle altre FER, le biomasse presentano il problema dell’approvvigionamento della materia prima il cui costo risulta variabile. Quindi il fatto che il decreto non contempli un adeguamento delle tariffe all’inflazione, potrebbe creare un trade-off tra costi e ricavi tale da minare la realizzabilità del progetto stesso.

Al di là degli aspetti critici del nuovo sistema di supporto ancora irrisolti, mentre la produzione elettrica da biomasse ha potuto fino ad oggi godere di un’incentivazione diretta e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro, la produzione termica, nonostante il riconoscimento del suo indispensabile ruolo per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal PAN a costi notevolmente inferiori rispetto alle FER elettriche, ha finora avuto solo un supporto indiretto e fortemente limitato: detrazioni fiscali del 55% riservate fra gli impianti a biomassa alle solo caldaie a pellet conformi alla norma UNI 303-5, in sostituzione di sistemi di riscaldamento già esistenti, e Titoli di Efficienza Energetica, meglio conosciuti come Certificati Bianchi, ottenibili grazie alla realizzazione di impianti termici di teleriscaldamento a biomassa. Il D.Lgs. 28/2011 ha cercato di rafforzare il supporto alle FER termiche prevedendo specifiche misure fra cui l’introduzione di un «conto termico» a favore degli interventi di piccole dimensioni, che incentivi le tecnologie più virtuose, coprendo una quota dei costi di investimento iniziale; il prolungamento della validità del meccanismo dei TEE per gli interventi di produzione di energia termica o di incremento dell’efficienza energetica diversi da quelli di piccole dimensioni; misure di promozione ad hoc per il biometano immesso nella rete del gas naturale e l’attivazione di un fondo di garanzia per il teleriscaldamento e teleraffrescamento. Dopo una lunga attesa, l’emanazione del Conto termico è giunta all’epilogo all’inizio del nuovo anno con la pubblicazione in Gazzetta. Per quanto riguarda gli impianti a biomasse hanno la possibilità di essere ammessi all’incentivo quelli con potenza fino a 1.000 kWt con specifici requisiti prestazionali. Fino a 35 kWt l'erogazione dell’incentivo avverrà su 2 anni, sopra tale soglia dimensionale su 5 anni. L’accesso agli incentivi per gli impianti più grandi (500-1.000 kWt) avverrà previa iscrizione in appositi registri e limitatamente ad un contingente di spesa cumulata annua non superiore a 30 milioni €. L’entità dell’incentivo tiene conto di una pluralità di fattori tra cui la tipologia di intervento e la specifica tecnologia utilizzata, la percentuale di spesa incentivabile, i massimali di costo ammissibili, la potenza, la zona climatica, ecc. Nel caso specifico delle biomasse, i fattori che entrano nel calcolo sono: un coefficiente di valorizzazione dell’energia termica prodotta, la potenza termica dell'impianto, le ore di funzionamento stimate in relazione della zona climatica di installazione e un coefficiente premiante relativo alle emissioni di polveri.

Un futuro utilizzo improntato alla sempre maggiore sostenibilità

I sistemi incentivanti vecchi e nuovi designati dal legislatore nazionale a supporto della bioenergia rivestono un ruolo di rilievo per il rispetto degli impegni assunti dall’Italia in termini di produzione da rinnovabili esplicitati dal Piano d’azione nazionale per le energie rinnovabili (PAN), anche in considerazione del significativo contributo che lo stesso piano si attende dalle biomasse.

L’importanza dello sfruttamento della bioenergia non va però letta solo in funzione del suo apporto al raggiungimento degli obiettivi europei e del suo potenziale di riduzione delle emissioni di CO2, ma, in un’ottica di promozione di uno sviluppo sostenibile, è anche da considerarsi un’ottima opportunità per sostenere le economie locali attraverso la diversificazione delle attività delle aziende agricole. Tuttavia la realizzazione di progetti di impianti a biomassa non è esente dall’effetto NIMBY il cui superamento passa necessariamente dall’apertura di un dialogo diretto con le comunità locali e dalla promozione di «filiere corte». Infatti produrre la biomassa e sfruttare l’energia da essa derivante in loco non solo comporta una riduzione dei costi economici ed ambientali, ma ne migliora anche l’accettabilità sociale.

In quest’ottica, va letta anche la tendenza del nuovo decreto sulle FER elettriche a privilegiare i sottoprodotti rispetto alle biomasse vergini, interpretabile come un tentativo di ridurre la competizione con gli usi alimentari e al contempo valorizzare l’utilizzo di sostanze da smaltire quali, fra le altre, gli scarti agricoli, forestali ed agroindustriali, i residui zootecnici e la parte biodegradabile dei rifiuti. Sfruttare ciò che si considerava rifiuto trasformandolo in risorsa è solo uno dei modi per garantire la sostenibilità di questo settore. Un altro riguarda la produzione congiunta di elettricità e calore, magari abbinata a sistemi di teleriscaldamento, infrastrutture di sfruttamento del calore ad oggi molto diffuse solo nel Nord Italia. Le opportunità per un ulteriore sviluppo della bioenergia, soprattutto legato agli usi termici, sono quindi ancora molteplici, l’auspicio è che le nuove normative elaborate dal legislatore italiano siano in grado di stimolare gli operatori a cogliere tali opportunità contribuendo così alla crescita di questo mercato.

 

Giulia Mazzanti
Centro Studi Safe
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