Europadi Matteo Mazzoni • Il nuovo Libro Verde e il futuro energetico nell’Europa dei numeri e degli obiettivi


•• Il 27 marzo la Commissione europea ha pubblicato il nuovo attesissimo Libro Verde. Un nuovo quadro di proposte energetiche che si configura come uno step intermedio verso l’obiettivo di quasi totale decarbonizzazione dell’UE al 2050.

Accompagnato dallo slogan “il 2020 è già domani”, il nuovo Libro Verde si propone di ridefinire la cornice all’interno della quale organizzare un dibattito su quattro tematiche chiave: obiettivi al 2030, coerenza degli strumenti di policy da adottare, azioni per promuovere la competitività dell’economia europea e riconoscimento delle differenti capacità degli Stati Membri.


A distanza di sette anni da quel “c’è un urgente bisogno di investimenti" che precedette la pubblicazione del primo Libro Verde, «Energia per la crescita e l'occupazione in Europa», la Commissione pone la questione energetico-climatica al centro delle priorità di un’Europa investita dalla peggiore catastrofe economica e sociale del dopoguerra. E lo fa nel più soft dei modi possibili. Forse perfino eccessivamente soft.

Traspare, infatti, l’immagine di una Commissione che inizia a pensare che l’attuale crisi sia un ostacolo difficilmente superabile per correggere, nel breve termine le numerose criticità connesse con gli obiettivi del pacchetto clima-energia approvato nel 2008. Meglio buttare il cuore oltre l’ostacolo, proiettandosi già oltre la crisi, e cercando di fornire quella visibilità necessaria, finora largamente disattesa, per investimenti importanti e che richiedono tempi di ritorno molto lunghi. Tuttavia, invece di indicare nuove linee di policy o estendere gli obiettivi dell’attuale pacchetto, il nuovo Libro Verde sembra essere più un documento investigativo che cerca di sondare gli umori dei diversi stakeholder, lanciando un questionario sulla base del quale elaborare, solo successivamente, delle proposte attuative. Una strategia attendista che difficilmente riuscirà ad ottenere lo scopo che si sta cercando di raggiungere: ridare ossigeno al mercato energetico rilanciando gli investimenti.

20-20-20

I punti di debolezza del «pacchetto clima-energia» sono ormai sotto gli occhi di tutti. A cinque anni di distanza dalla sua approvazione, il famoso 20-20-20 - che fissava obiettivi di riduzione delle emissioni del 20%, un aumento del 20% dell’utilizzo di fonti rinnovabili all’interno del mix energetico, e un aumento del 20% del risparmio energetico al 2020 - ha mostrato tutti i limiti di un programma fondato su un paradigma di riferimento che nel momento stesso della sua approvazione diventava non più reale. La crisi del 2008, infatti, non ha solo comportato l’inizio di un lento e inesorabile rallentamento dell’economia europea, ma ha anche cambiato le coordinate temporali di riferimento dell’agire di governi e imprese. E così quelle che dovevano essere linee di politica energetico-ambientale in grado di favorire investimenti di lungo termine, si sono ben presto trasformate in un problema per molte aziende strette nella morsa di un calo della domanda, di un aumento dei costi e di un contingentamento delle risorse finanziarie mobilizzabili.

Così dopo i primi tre anni in cui i buoni propositi del pacchetto mostravano segnali incoraggianti, con un boom degli investimenti in rinnovabili (figura 1), una diminuzione delle emissioni (figura 2), e l’avvio di programmi di efficienza energetica, l’avvitarsi della spirale recessiva in gran parte dell’Europa ha portato a galla lo scollamento tra gli obiettivi della strategia e i fondamenti su cui la strategia stessa poggia.


Grafico figura 1

Perché se è vero che due dei tre obiettivi sono già alla portata dell’UE, rinnovabili e emissioni, è anche vero che le modalità con cui verranno raggiunti sono molto distanti da quella che era l’idea originaria prevista dal pacchetto.  La fissazione di tre obiettivi, due dei quali - rinnovabili e efficienza - ampiamente ridondanti con il terzo - emissioni - ha di fatto annullato l’azione del principale strumento di policy messo in campo dall’UE per la riduzione delle emissioni climalteranti: l’Emission Trading System (ETS).

Grafico figura 2Nell’idea della Commissione, infatti, l’ETS aveva il duplice obiettivo di fissare un tetto decrescente alle emissioni di CO2 prodotte dall’attività industriale assegnando un prezzo alle stesse; prezzo che potesse poi incentivare l’investimento in tecnologia low-carbon, favorendo così lo sviluppo di rinnovabili da un lato e l’adozione di pratiche di efficienza energetica dall’altro.


Ma mentre le emissioni sono diminuite (figura 3), anche a causa del rallentamento dell’economia e della relativa diminuzione della produzione industriale, il meccanismo d’incentivazione che doveva attivarsi grazie all’ETS non è mai partito. Il crollo delle emissioni, seppur benefico ad una prima lettura, ha contribuito ad accentuare il «peccato originario» dell’ETS, ovvero di essere un mercato regolato politicamente e la cui offerta è fissa. Così, con il 2008 unica eccezione che conferma la regola, il sistema accumula anno dopo anno permessi in eccesso con un effetto diretto sul prezzo degli stessi: tra gennaio 2008, anno di inizio della Fase 2 del sistema, e gennaio 2013, anno in cui prende il via la Fase 3, il prezzo di una tonnellata di CO2 perde l’80% del suo valore, arrivando ad essere scambiata a 3 € (figura 4). Valore molto al di sotto dei 30 € inizialmente ipotizzati dalla Commissione, e che di fatto priva l’ETS del suo ruolo guida nel fornire un segnale di prezzo di lungo periodo in grado di promuovere tecnologie a più bassa intensità emissiva.

Grafico figura 3 Grafico figura 4

40-30-?

La prospettiva che abbiamo ora davanti sembra essere la riedizione di un nuovo pacchetto di misure con due obiettivi legalmente vincolanti, emissioni e rinnovabili, e un obiettivo, l’efficienza, che sarà supervisionato a livello europeo ma che sarà la somma di obiettivi nazionali che continueranno a non avere un carattere legale, ma saranno il risultato di direttive collegate che fissano standard definiti. Si perché ad un’analisi approfondita del Libro Verde pubblicato a fine marzo, nonostante l’idea del questionario e delle consultazioni annesse sia di per se buona in termini di coinvolgimento degli attori direttamente interessati dal nuovo pacchetto, emerge già la volontà di tenere emissioni e rinnovabili all’interno di due binari separati, come se energia e ambiente non fossero strettamente interconnessi.

E se da un lato è vero che il settore energetico è responsabile solo di un terzo delle emissioni rilasciate ogni anno in atmosfera, è altrettanto vero che l’errore che va corretto è proprio quello di mettere in campo una serie di politiche non sovrapposte bensì il più possibile coerenti tra loro. E per far questo, e garantire allo stesso tempo la flessibilità necessaria nell’implementazione delle misure a livello di singola nazione, la fissazione di un unico obiettivo europeo per la riduzione delle emissioni appare la misura più coerente da adottare. Un obiettivo che però non dovrà più essere concepito nell’ottica di una riduzione assoluta delle emissioni rispetto ad un anno «domini», ma che dovrà contenere in se le specificità dell’attività economica che ha prodotto la tonnellata di CO2.


EuropaFissando un obiettivo fondato sull’intensità carbonica di ogni singola attività, basato sul potenziale esistente e su traiettorie prospettiche che diventino il propulsore automatico in grado di spingere le singole realtà industriali verso l’innovazione tecnologica, l’Europa riuscirebbe ad ottenere un triplice beneficio: la riduzione delle emissioni, una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse e nelle pratiche di consumo, e un aumento della competitività industriale. Senza tralasciare il maggior beneficio indiretto che si otterrebbe, ovvero il sorpasso di quello che è il problema endemico che frena lo sviluppo del mercato energetico europeo: l’interesse strategico nazionale. Un punto che la Commissione fa finta di ignorare ma che continua ad essere un tema molto caro ai singoli governi, sia per ragioni di sicurezza nazionale che per motivi geopolitici. E in un momento com’è quello che stiamo attraversando, in cui l’Europa è continuamente messa in discussione, la possibilità che gli stati rinuncino alla loro sovranità in ambito energetico appare alquanto ridotta.


È questa la strada da intraprendere, puntando ad un obiettivo certo che ridia credibilità all’ETS, e dotandosi di misure addizionali che ne garantiscano il raggiungimento secondo modalità che sono proprie di ogni singola realtà, industriale e nazionale. L’imposizione di una pianificazione energetica europea non è credibile, né razionale. Nell’ottica della creazione di un mercato unico europeo, che poggi su una rete che sia in grado di interconnettere la Spagna con l’Estonia piuttosto che la Svezia con la Grecia, la frammentazione nazionale non è più una minaccia, ma una potenziale strategia di diversificazione che minimizzerà i costi e i rischi connessi con la modulabilità delle nuove fonti rinnovabili.


Matteo Mazzoni
Nomisma Energia


Share

Noi usiamo i cookie per per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo utilizzate. I cookie essenziali al funzionamento del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, leggi la nostra cookie policy.

Io accetto i cookie di questo sito.