fotovoltaicoLe Industrie Italiane del Fotovoltaico rispondono - perplesse - alla posizione pubblica presa dall’associazione ambientalista, contraria all’imposizione dei dazi sui pannelli solari cinesi!

 

•• Ma da che parte sta il WWF? Il Presidente dell’IFI Cremonesi spiega la sua perplessità in questi termini: “È curioso come il WWF entri nel merito di una disputa commerciale tra Europa e Cina sul dumping fotovoltaico. Il dumping, tra l’altro, è contrario ai principi di sviluppo sostenibile, valore primario per qualsiasi organizzazione ambientalista”.

Parole dure. Ma andiamo con ordine. Il Comitato IFI - associazione che riunisce circa il 90% dei produttori nazionali di celle e moduli fotovoltaici - ha appreso a mezzo stampa che il WWF si era, sorprendentemente, pubblicamente espresso in merito all’imposizione dei dazi sui pannelli solari cinesi decisa la settimana scorsa dalla Commissione UE (a seguito di un’investigazione durata 9 mesi!), e - ancora più sorprendentemente - si era espresso dichiarando la sua contrarietà.

Impugnata la penna, il Comitato IFI ha ritenuto doveroso esprimere in una lettera il proprio - opposto - parere in merito, puntualizzando alcuni punti di principio, che - nessun dubbio al riguardo - dovrebbero essere gli stessi sostenuti da un’organizzazione ambientalista mondiale del calibro e dell’autorevolezza del WWF!

Un iter obbligato, ma davanti a politiche scorrette….

In apertura della lettera la chiarezza su un principio cardine sostenuto e condiviso da tutte le industrie fotovoltaiche nazionali: in condizioni di libero mercato, nessun operatore dovrebbe consentire l’innalzamento di barriere all’ingresso per proteggere un proprio vantaggio competitivo. Fin qui tutti d’accordo. Poi ci sono i casi che rendono interpretabile anche una sacrosanta considerazione: “Tuttavia - si legge infatti nel Comunicato IFI - l’evidenza provata dalla Commissione UE dell’esistenza di un margine di dumping nella vendita dei pannelli cinesi in Europa dell’ordine medio dell’88%, (ottantotto per cento!!!

ndr.) fa si che, anche nelle considerazioni della Commissione in apertura del suo documento di Regolamento Esecutivo, non si possa non denunciare che evidenze di pratiche scorrette da parte di produttori/esportatori cinesi siano state poste in essere, provocando un grave danno a tutta la manifattura europea”.

L’Abc dell’ambientalista: lo sviluppo sostenibile

fotovoltaicoIl tema si presta a nuove considerazioni: un sistema economico dovrebbe essere governato sulla base del principio dello sviluppo sostenibile: un valore chiave, in questo caso dimenticato dal WWF. Principio, tiene a ribadire l’IFI, caposaldo della logica ambientalista, che legato a un settore economico dovrebbe assolvere ai requisiti di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Tutti e tre disattesi, secondo il Comitato, a causa del susseguirsi di aggressive pratiche di dumping che hanno generato negativi meccanismi nel mercato, traducibili in: chiusura di circa 60 industrie in tutta Europa, perdita di migliaia di posti di lavoro e inizio di procedure di insolvenza con relativo fallimento delle stesse. Qualcuno dirà: qualche ricaduta di non poco conto l’hanno subita pure i cinesi. È vero! Ma anche quando la politica del dumping per i produttori d’oltreoceano si è trasformata in boomerang ed hanno registrato perdite di bilancio e valori negativi di crescita, dal loro Paese è arrivato un rassicurante: “no problem”! Infatti, grazie anche ad un sistema nazionalizzato di ricorso al credito, il loro Governo si è reso subito disponibile a coprire le perdite. Quindi: fallimento scongiurato! Destino opposto per i nostri produttori. Al momento della difficoltà, all’orizzonte si è profilata solo la strada della bancarotta e dal Governo nessuna mano tesa!

Il valore della sostenibilità sociale e ambientale

Nell’ambito delle «ricadute» del dumping, nessuna facilità di accesso al prodotto da parte dei consumatori, ma solo maggiori azioni speculative condotte da grandi gruppi finanziari e bancari, che hanno generato proventi al di sopra di qualunque investimento redditizio alternativo. Virtuosa invece l’Europa che, nell’arco di due anni, ha più che dimezzato il prezzo di vendita dei propri prodotti, merito dell’innovazione tecnologica e dell’ottimizzazione dei processi di scala, avvicinando il prodotto al consumatore finale, che, inoltre, ha visto diminuire sostanzialmente il prezzo delle installazioni di impianti fotovoltaici in un arco di tempo molto breve.

E poi c’è la sostenibilità ambientale, che l’IFI, nella lettera al WWF, «sottolinea» facendo riferimento ai dati provenienti da agenzie internazionali di rilievo mondiale, quale ad esempio l’IEA (International Energy Agency) che fornisce i parametri di quota di utilizzo di energia da fonti fossili e rinnovabili nel consumo di energia elettrica (vedi tabella sottostante).

tabella

Cosa succede? Dati alla mano, produrre 1 kW di moduli fotovoltaici in Cina, piuttosto che in Europa, comporta un utilizzo di energia da fonte fossile significativa rispetto alla media di alcuni Paesi europei. Produrre quindi lo stesso kW di moduli fotovoltaici in Europa piuttosto che in Cina permette un risparmio di metà delle emissioni di CO2. Contando poi che la produzione di moduli cinesi nel solo 2012 è stata di 20 GW, la stessa quantità prodotta in Europa avrebbe, per quel solo anno, evitato emissioni di CO2 per circa 25.000.000 di tonnellate.

Non sfugge il peso di queste considerazioni. Però, alla fine della lettera, l’IFI abbandona la polemica e abbraccia la fase costruttiva: ristabilire la parità competitiva nel settore fotovoltaico cercando di riparare ai seri e gravi danni provocati all’industria nazionale ed europea, derivati dal protrarsi delle pratiche di dumping poste in essere dagli operatori cinesi. E il WWF? Il Comitato lo invita ad una collaborazione, un aiuto a remare nell’oceano delle possibilità per fornire suggerimenti concreti al viaggio… Purché sia nella giusta direzione!

 

Roberta Di Giuli
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