di Daniel Gainza • La preoccupazione per il riscaldamento globale comincia oggi a far fremere la nostra società; tuttavia le sue radici nascono dal profondo di un conflitto vecchio di millenni, intrinseco agli impulsi primordiali dell’essere umano


Dallo scorso ottobre l’Università di New York ospita una mostra dedicata alle prime civiltà complesse che si svilupparono in Europa, lungo la valle del Danubio. Settemila anni fa, molto prima che fossero erette le piramidi d’Egitto, questi nostri proto-antenati costruirono cittadine che contavano oltre 2.000 abitazioni, commerciarono tra di loro e con altri popoli, e coltivarono un’ampia varietà di alimenti. Cercarono di rendere la loro vita più confortevole. Viaggiarono, trasferendosi tra villaggi e regioni. E guardarono al cielo cercando di anticipare le stagioni. Oggi, 250 generazioni e molte guerre più tardi, le nostre società continuano ad organizzarsi in funzione di questi semplici impulsi: comfort, mobilità e curiosità verso la natura circostante, compreso certamente il clima.

Un conflitto di sviluppo

Questi tre obiettivi pongono, come spesso succede, quello che gli ingegneri specialisti in R&D definiscono un conflitto di sviluppo. Ogni guadagno incrementale realizzato in una di queste aree avviene al costo di una perdita in un’altra. Produrre pneumatici da competizione per la Formula 1 presenta sì delle sfide importanti, ma ben più difficile è progettare coperture che rispondano alle esigenze che tutti noi diamo per scontate nel traffico quotidiano: sopportare in sicurezza velocità elevate, ma anche durare l’equivalente di 10 stagioni complete di F1 e il tutto senza fare aumentare il consumo di carburante del veicolo. Riuscirci vuol dire capire le tensioni tra i diversi obiettivi. Investire tempo, sforzo e anche soldi per compensare gli squilibri che si generano. E infine, delle volte, sapere anche dove rinunciare. Funziona allo stesso modo per migliorare il livello di comfort e di sicurezza di un Paese. Gestire con successo lo sviluppo, senza romperne l’equilibrio, passa per accettare che in quello che vogliamo c’è un intrinseco conflitto d’interessi, di cui bisogna capire le dinamiche, in tutta la sua complessità. Serve farlo adesso, perché negli ultimi tempi la situazione ci sta sfuggendo dalle mani.

Un punto di rottura

In fondo non è che questo stato di cose ci sorprenda. Da sempre siamo consci dell’importanza delle variabili natura, clima, aria... Quelle che insieme denominiamo «ambiente». Di fatto, l’idea di poter esercitare un controllo effettivo sull’ambiente fino al punto di determinare il clima è uno dei pilastri principali dell’utopia umana, il posto dove “niente è lasciato al caso” (P. Porter e F. Lukermann; «Geography of Utopia», 1976). Cioè dove niente sfugge alla volontà umana. Sembra piuttosto uno degli inevitabili scherzi della nostra natura, non essere in grado di controllare quello che non sappiamo smettere d’influenzare. Cos’è che deve spingerci quindi oggi ad intraprendere questa sfida con forze così rinnovate? Perché questo senso d’urgenza? Molti argomentano che ci avviciniamo ad un punto di rottura. Uno sbilancio talmente critico da causare una reazione a catena dalle conseguenze cataclismiche. Non sono convinto di questa visione da fine dei tempi, ma credo che non serva esserlo. È facile osservare che, in passato, la nostra gestione imperfetta di questo conflitto primordiale ha seguito la regola di scopare la polvere sotto il tappeto dell’ambiente. Per sette millenni ci siamo potuti permettere questo lusso. Adesso non è più così. Non da quando ci siamo sestuplicati.

Ai tempi dei primi europei vivevano forse 10 milioni di persone in tutto il Pianeta. Verso l’inizio della Rivoluzione Industriale avevano appena superato il miliardo. Ricordo quando in TV e sui giornali ci fu la celebrazione del 5º miliardo; era il 1987 ed io iniziavo l’università. Nessuno si ricorda del 6º, e oggi siamo quasi al 7º miliardo. Questo cambiamento, non climatico, ma umano, che la Terra sta vivendo è di portata tale che ci costringe a variare l’approccio al vecchio conflitto. Marta Izuzquiza, grande direttrice di YFU-España e mia responsabile parecchi anni fa, mi disse: “l’innocenza, con l’età, diventa ignoranza”. Proseguire nel porre i problemi sotto al tappeto, nella nostra attuale fase evolutiva, potrebbe definirsi soltanto irresponsabilmente ignorante.

Bisogno d’informazione

La prima buona notizia è il fatto di esserne diventati collettivamente coscienti, come descriveva Émile Durkheim («De la division du travail social», 1893). La preoccupazione per non essere in grado di assicurarci un futuro sviluppo sostenibile ha ormai raggiunto un grado di consenso, a livello globale, secondo a nessun altro per importanza. L’altra buona notizia è che, essendo parte del problema, sappiamo come diventare parte della soluzione. In quanto collettività siamo organizzati in una varietà di strutture: politiche, accademiche, sociali. E quelle aziendali particolarmente agili e reattive. Le aziende produttive, commerciali e di servizi sono oggi delle strutture di potere perennemente sottoposte al referendum del mercato. Interamente dipendenti dal supporto dei cittadini, espresso nel modo più incontestabile ad ogni momento di acquisto. La responsabilità sociale e, soprattutto, ambientale di una azienda parte così dalla responsabilità dei suoi clienti. Questa responsabilità, comunque, non va data per scontata. Ha bisogno di formarsi e per questo ha bisogno di essere informata. Il ruolo di garante dell’amministrazione pubblica emerge a questo punto in tutta la sua rilevanza.

Il cambiamento

Prendiamo come esempio i gas serra, i GHG (GreenHouse Gases); primo fra tutti l’anidride carbonica o CO2. Se decidiamo che convenga ridurre fortemente i fattori di emissione antropica, sapremmo come agire. Vi sono infatti 3 settori che generano il 99% delle emissioni di CO2, secondo l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente americana (US EPA; «Inventory of GHG emissions», 2009): la produzione industriale, il settore residenziale e terziario, i trasporti. Solo questi ultimi, e principalmente quelli su strada, contribuiscono ad un terzo delle emissioni totali di gas serra. E in questo momento le aziende del settore studiano soluzione tecnologiche atte a ridurre notevolmente queste emissioni. Senza intaccare altri valori come sicurezza, comfort, velocità o economia d’utilizzo. La maggior parte dei clienti e dei consumatori, nonostante questo, non scelgono queste soluzioni. Temono di non potersele permettere economicamente o, più semplicemente, non sentono di esserne davvero a conoscenza. Hanno forse sentito parlare dei pneumatici a basso consumo di carburante o dei corsi di guida efficiente o dei sistemi d’iniezione ad alte prestazioni, ma ci credono poco e, comunque, non dispongono di standard di misurazione che permettano di prendere decisioni ben informate. Hanno le aziende la motivazione per fornire queste informazioni? Hanno la credibilità? Se non sciogliamo questo nodo che ci troviamo ora fra le mani, ha senso sperare nei nebbiosi benefici di una futura nuova generazione di auto elettriche?

La storia del cambiamento climatico è la storia in evoluzione di un’idea e di come questa idea sta mutando il modo in cui pensiamo, in cui sentiamo e in cui agiamo (Mike Hulme; «Why we disagree about climate change», 2009). Siamo di fronte ad una scelta importante. Non è pensabile che i nostri impulsi basilari cambino, e, nel caso in cui succeda, non è detto che lo facciano per il meglio. Il vecchio conflitto di sviluppo perdurerà quindi, e questo di per sé non è tanto un male o un bene quanto una parte della nostra realtà. Se vogliamo pertanto che questo sviluppo continui, dobbiamo scegliere di farlo diventare sostenibile. Sostenibile in rapporto al mondo che abitiamo e anche in rapporto a come noi siamo diventati, alla nostra realtà. Nel frattempo mentre proviamo ancora una volta a controllare il cambiamento climatico, prepariamoci piuttosto a cambiare il nostro approccio all’ambiente. Cambiamento e leadership sono indissolubili; politicamente e personalmente. Cambiamo noi.

 

Daniel Gainza

Direttore commerciale Continental CVT
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