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Clima killer per i pinguini

Pinguini di Magellano

Photo: D Boersma/U of Washington

Giovanni Notaro • Aumenta in maniera preoccupante la mortalità dei pinguini di Magellano. Un tasso pari al 65% secondo una ricerca svolta a Punta Tombo, una delle patrie di questa specie

•• Una ricerca effettuata dall’Università di Washington nell’arco degli ultimi 27 anni, i cui risultati sono stati resi noti lo scorso 29 gennaio, ha evidenziato che i cambiamenti climatici stanno decimando la più grande colonia al mondo di pinguini di Magellano (e non solo), uccidendo i pulcini sia direttamente con l’aumento delle temperature e delle precipitazioni, sia indirettamente privandoli del cibo (i dati sono stati oggetto di un articolo, pubblicato lo scorso 29 gennaio su PLoS ONE).

La più vasta zona di riproduzione al mondo per i pinguini di Magellano è situata a Punta Tombo, sulla costa della Patagonia Argentina. In tale area – dove, da settembre a febbraio, stazionano circa 200.000 coppie di pinguini impegnate nelle loro attività riproduttive.- si è concentrato il lavoro dei ricercatori, evidenziando, purtroppo, una media del 65% di mortalità annua dei pulcini. Nell’ambito di tale percentuale, circa il 40% dei decessi è attribuibile a denutrizione, mentre il 7% circa va addebitato al cambiamento climatico (con punte, in alcuni anni, del 43 e del 50%).

Variabili letali

Ginger Rebstock, uno dei ricercatori della University of Washington, nonché co-autore dello studio, ha sottolineato che “sul sito argentino è stato registrato un aumento, tra il 1983 e il 2010, delle piogge e del numero di tempeste per stagione riproduttiva, concentrato nelle prime due settimane di dicembre, periodo nel quale tutti i pulcini hanno meno di 25 giorni e si trovano nel momento di maggiore vulnerabilità nei confronti delle precipitazioni atmosferiche”, aggiunge che “se le previsioni dei meteorologi sui cambiamenti climatici nei prossimi anni sono corrette, assisteremo alla quasi totale mortalità dei pulcini”.


Inoltre, la prof.ssa Boersma, responsabile del progetto, sottolinea che fame e cambiamenti climatici interagiscono sempre più fra loro: Dei pulcini affamati hanno molte più probabilità di morire nel corso di una tempesta; non possiamo fare molto per mitigare il cambiamento climatico, ma si potrebbero però adottare alcune misure come la creazione di una riserva marina protetta ed una revisione della normativa sulla pesca, in modo da diminuire l’impatto sulle specifiche riserve alimentari; in tal modo si potrebbe perlomeno assicurare alla più grande colonia della Terra di pinguini di Magellano cibo sufficiente per aumentare il tasso di sopravvivenza dei nuovi nati.


Delle 17 specie di pinguini attualmente esistenti, 10 – tra cui quelli di Magellano – vivono in luoghi privi di neve le cui temperature si possono definire temperate come quelle di Punta Tombo, caratterizzato da una media di soli 100 mm di pioggia. Le precipitazioni si rivelano comunque letali poiché uccidono i pulcini che, in età compresa fra i 9 ed i 23 giorni, sono ancora privi delle piume impermeabili che consentirebbero loro di contrastare con successo gli effetti della pioggia battente che li colpisce oppure di tuffarsi (come possono fare gli adulti) nelle acque fredde che li circondano. Inoltre, avendo nel contempo dimensioni tali da non permettere ai genitori (che, una volta persi i piccoli, non depongono più uova per quella stagione) di proteggerli con il loro corpo, una volta bagnati non possono asciugarsi né scaldarsi e sono così destinati a morire per ipotermia. Se viceversa riuscissero a superare il venticinquesimo giorno di età avrebbero, grazie al piumaggio giovanile sufficientemente sviluppato, buone probabilità di sopravvivenza.

La prof.ssa Boersma, da poco tornata dopo due mesi di campo, ha riferito che “il calore registrato in questa stagione, si è rivelato una causa di mortalità dei pulcini superiore a quella attribuibile a precipitazioni e tempeste ed è questa incostanza la causa del progredire della mortalità fra i pulcini; altro fattore di aggravamento della situazione è stato individuato – nel corso dei 27 anni di ricerca – nel ritardo con il quale i pinguini adulti raggiungono il sito di riproduzione, e questo probabilmente a causa del ritardato arrivo dei pesci di cui si nutrono”; più tardi i pulcini vengono alla luce, più vicini si trovano, fisicamente impreparati, alla stagione delle tempeste (novembre/dicembre) ed i ricercatori non si aspettano, purtroppo, una inversione di tendenza.

Giovanni Notaro

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