di Susanna D’Antoni, Luciano Bonci • Un Tavolo tecnico coordinato da ISPRA, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e l’ARPA Toscana, sta definendo le linee guida per la tutela delle zone umide secondo le indicazioni della Strategia Nazionale per la Biodiversità, attraverso l’integrazione tra le Direttive europee Acqua, Uccelli e Habitat e le Convenzioni Ramsar e CBD
Le zone umide costituiscono ambienti con elevata diversità ecologica, notevole produttività, caratterizzati da una considerevole fragilità ambientale e dalla presenza di specie ed habitat che risultano fra quelli maggiormente minacciati a livello globale. Oltre ad essere dei serbatoi di biodiversità, questi ambienti forniscono un’elevata quantità di servizi ecosistemici, quali la regolazione dei fenomeni idrogeologici o la fissazione del carbonio presente nella biosfera, con conseguente mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici (APAT, 2005, Strategia Nazionale sulla Biodiversità, 2010). Da dati recenti del gruppo tecnico-scientifico di supporto al Segretariato della CBD (CBD/SBSTTA/14/3), emerge non solo che gli obiettivi del 2010 non sono stati raggiunti, ma addirittura che il tasso di declino/perdita di alcune popolazioni degli ecosistemi acquatici è quadruplicato negli ultimi 10 anni. A livello europeo risulta che gli habitat acquatici e le torbiere, sono fra quelli maggiormente minacciati (Report UE art. 17 – Direttiva Habitat). Appare quindi urgente attuare azioni di tutela delle risorse idriche e degli ecosistemi acquatici ad esse associati. Pertanto fra i diversi indirizzi della Strategia Nazionale sulla Biodiversità che riguardano le zone umide, vi è l’attuazione delle sinergie fra le Direttive Quadro sulle Acque (WFD – 2000/60/CE), Habitat (HD – 92/43/CE) e Uccelli (BD – 2009/147/CE) e, per le Aree marino-costiere, con la Strategia per l’ambiente marino (SMD – 2008/56/CE). Infatti l’integrazione degli strumenti delle diverse direttive permetterebbe di ottimizzare le risorse e i tempi necessari per attuare azioni di tutela e di monitoraggio della biodiversità degli ecosistemi acquatici per la valutazione dell’efficacia delle misure di conservazione, sia dentro le aree protette che nelle aree di connessione. Seguendo questo approccio e, più in generale, le indicazioni della Strategia nazionale Biodiversità, l’ISPRA, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e l’ARPA Toscana, sta coordinando un Tavolo tecnico sulle «zone umide» che ha la finalità di definire un inventario di questi ambienti, secondo il metodo del «Pan Mediterranean Wetland Inventory », e le linee guida per la loro tutela. Al Tavolo tecnico hanno aderito 15 Regioni, 2 Province, 15 ARPA, 9 Autorità di Bacino, il Corpo Forestale dello Stato, 3 Parchi Nazionali, 9 Aree Protette Regionali, Federparchi – Coordinamento Parchi Fluviali, Agenzia Regionale Parchi Lazio, l’Istituto Superiore della Sanità, l’ENEA (Centri di Saluggia e Casaccia), il CRA-FLP, il Centro di Ecologia Fluviale, ONG (WWF, Legambiente e LIPU), ricercatori e professori delle Università di Urbino, La Sapienza, Roma Tre e L’Aquila.
Gli strumenti di tutela delle Convenzioni Internazionali e le Direttive UE
I Segretariati della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD – Rio, 1992) e della Convenzione di Ramsar (Iran, 1971) hanno stabilito un piano di lavoro congiunto (COP-CBD Decisions V/4, V/2, VI/2, VII/4, VIII, 20, IX/19) che prevede iniziative per la gestione sostenibile delle risorse idriche e della biodiversità, fra cui la realizzazione di inventari per la tutela della diversità biologica e dei servizi ecosistemici propri di questi ambienti. A tal fine i Centri tecnici di MedWet (l’iniziativa di Ramsar per il Mediterraneo) fra cui l’ARPA Toscana, hanno messo a punto un metodo di inventariazione, il «Pan Mediterranean Wetland Inventory» (PMWI), al fine di raccogliere informazioni sullo stato di questi ambienti e definire una strategia mediterranea di tutela. Il PMWI (www.wetlandwis.net) permette l’integrazione di diversi tipi di informazioni sulle zone umide, fra cui quelli delle banche dati della HD e BD (Natura 2000) e della WFD (WISE). A livello europeo la Direttiva Quadro sulle Acque (WFD), stabilisce il quadro di riferimento per la politica comunitaria in materia di acque (interne, di transizione, costiere e sotterranee) per una gestione sostenibile a livello di bacino dei corpi idrici, degli ecosistemi associati e delle zone umide direttamente dipendenti da questi, con lo scopo di raggiungere entro il 2015 uno stato ecologico delle acque «buono». Inoltre la WFD fornisce gli strumenti per un’opportuna integrazione con le Direttive HD e BD (art. 4, 6, 8 e 11) e per proteggere o ripristinare le connessioni fra gli habitat acquatici nei/fra i Siti Natura 2000, a vantaggio delle specie migratrici.
L’integrazione delle Direttive europee Acque, Habitat e Uccelli
1) raggiunti gli obiettivi di tutela fissati dalle tre Direttive (art. 4.1, c WFD), ovvero lo stato di conservazione «soddisfacente » per specie ed habitat (art. 1, HD) e lo stato ecologico [espressione della qualità della struttura e del funzionamento degli ecosistemi acquatici associati alle acque superficiali; la valutazione deve essere effettuata mediante la misura dello scostamento degli elementi di qualità biologica del corpo idrico superficiale rispetto alle condizioni di assenza di alterazioni di origine antropica] «buono» dei corpi idrici [unità di base per la gestione delle acque secondo la WFD] entro il 2015;
2) effettuate le attività di monitoraggio integrate secondo quanto previsto dalle tre direttive (art. 8.1 WFD);
3) integrate e coordinate le misure di gestione necessarie al raggiungimento degli obiettivi di cui al punto 1, incluse nel Piano di Gestione di Distretto Idrografico (art. 13 WFD) e nei Piani di gestione dei Siti Natura 2000 e di Aree protette.
La WFD fornisce un quadro di riferimento per l’individuazione degli obiettivi da raggiungere e delle misure di tutela da applicare, anche nel caso di eventuali divergenze che si potrebbero presentare, ad esempio, se in un Sito Natura 2000 vi sia una specie o un habitat che necessiti di uno stato ecologico «elevato» (anziché buono) del corpo idrico per raggiungere uno stato di conservazione «soddisfacente ». Infatti l’art. 4.2 della WFD stabilisce che nei Siti Natura 2000 deve essere raggiunto l’obiettivo più restrittivo fra quelli stabiliti in base alle tre Direttive. I Siti Natura 2000 in cui risultano presenti specie ed habitat legati all’ambiente acquatico [selezionati secondo i criteri ecologici della «Wetland Horizontal Guidance » n.12 della Common Implementation Strategy per l’applicazione della WFD; per le liste vedi Rapporto Tecnico ISPRA 107/10], figura 1, nei quali si potrebbe attuare la piena integrazione delle Direttive, sono 2.079 pari all’81,6% del totale a livello nazionale (vedi figura 2).
a) la conoscenza approfondita dei requisiti ecologici di habitat e specie legate agli ambienti acquatici;
b) una stretta collaborazione fra i settori «acque» e «biodiversità» delle amministrazioni pubbliche;
c) la diffusione di dati compatibili fra i diversi sistemi di informatizzazione.
Susanna D’Antoni
Tecnologo del Servizio Aree Protette e Pianificazione Territoriale, Dipartimento Difesa della Natura – ISPRA
Luciano Bonci
