La Terra ha la febbre! Dal nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), riunito a Berlino nei giorni scorsi, arrivano i rimedi: gas al posto del carbone prima che sia tardi
Il climate change, i mutamenti atmosferici e i fenomeni che sconvolgono il sottile strato che ci mantiene in vita, sono continui e ormai conclamati! Da decenni si lanciano allarmi, si propongono soluzioni. Intanto la febbre della terra continua a salire e a porre problemi che un secolo fa potevano sembrare bizzarri o assurdi. Oggi l’inquinamento atmosferico non è negato da nessuno, la minaccia di un innalzamento dei mari per lo scioglimento dei ghiacci perenni (una contraddizione in termini) accertata nei fatti. E siamo solo all’inizio! Quindi la terra che avremo fra qualche decennio potrebbe essere molto differente da quella che conosciamo.
Da Berlino, dove si è tenuto l’incontro promosso dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), ossia la riunione di esperti intergovernativi delle Nazioni Unite, arriva un nuovo allarme, ma anche una decisa indicazione sul da farsi. I risultati finali dell’analisi contenuti nel nuovo rapporto saranno resi noti ad ottobre, ma dalla Capitale tedesca giungono le linee guida per il prossimo futuro. E sono drastiche: per poter invertire la «rotta» del riscaldamento globale è necessario un «trasferimento massiccio» dall’uso intensivo dei combustibili fossili alle energie rinnovabili entro i prossimi 16 anni.
Se il risultato non sarà raggiunto, entro il 2100 le temperature medie globali aumenteranno fra 3,7 e 4,8 gradi, molti di più quindi dei 2 gradi considerati come soglia per cambiamenti irreversibili sul pianeta.
Tra i punti emersi dopo un confronto anche aspro – che ha visto contrapposti i paesi «sviluppati» e più inclini a nuove tecnologie non invasive per il pianeta e quelli in via di sviluppo affamati di energia anche inquinante – il ruolo crescente, nei prossimi decenni, del gas, inteso come «tecnologia ponte» per facilitare l’abbandono di petrolio e carbone prima di introdurre ovunque energie rinnovabili.
Da Berlino arriva anche una denuncia: se circa la metà dei gas nocivi emessi nell’atmosfera dal 1750 sono stati prodotti negli ultimi 40 anni, dal 2000 al 2010 le emissioni sono aumentate più che nei tre decenni precedenti a causa di una “inversione del trend per la diminuzione dell’uso del carbone come fonte di energia nel mondo”.
Che cosa possiamo e dobbiamo fare per salvare il pianeta come lo conosciamo oggi? Occorre un “grande cambiamento nel settore dell’energia, e questo è vero oltre ogni ragionevole dubbio”, dichiara Jim Skea, climatologo e uno dei firmatari del Rapporto, ricordando, inoltre, che la sostituzione più rapida possibile del carbone è l’intervento principale e non rinviabile per passare alla produzione di energia elettrica attraverso il gas. Un passo importante ma da solo non risolutivo. Perché il nodo delle emissioni resta ed è inquietante: per rimanere sotto la soglia di un aumento medio delle temperature di due gradi, è necessario che la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera sia di 450 parti su mille entro il 2100 e per arrivare a questo obiettivo le emissioni nel 2050 dovranno essere ridotte di un minimo del 40%, meglio se del 70, rispetto al 2010.
Ogni rinvio nell’introduzione delle misure necessarie e ogni anno dopo il 2030, significherà essere costretti ad affrontare lo scenario più negativo. Il nodo centrale è sempre lo stesso: trovare soluzioni in grado di aiutare il sistema economico e produttivo ad essere sempre meno dipendente da attività che provocano emissioni di anidride carbonica, in atmosfera.
Uno studio particolare presentato a Berlino è quello del ricercatore olandese Pieter Hoff. Si chiama «Treesolution» e si occupa di come sia possibile affrontare e risolvere il problema della concentrazione eccessiva di CO2 e il mutamento climatico indotto. La chiave di lettura proposta da Hoff si basa su un semplice assunto: non discutere se il climate change sia o meno una realtà. Secondo Hoff, infatti, è un falso problema che distoglie l’attenzione dal dato incontrovertibile che la concentrazione misurata di CO2 in atmosfera continua a crescere. Per il ricercatore olandese dobbiamo con onestà chiederci se ci permetteremmo di inquinare l’acqua come facciamo con l’aria, e far scaturire da questa premessa interventi capaci di invertire la tendenza dei cambiamenti climatici che rischiano di divenire irreversibili con costi inimmaginabili per l’umanità. Il «Treesolution» proposto da Hoff avrebbe la capacità di eliminare al 100% l’inquinamento, questa la convinzione espressa.
Il metodo: la fotosintesi degli alberi che spezza il legame negativo tra la CO2 e l’ossigeno. Due miliardi di ettari di alberi sarebbero sufficienti, sostiene, ad eliminare la CO2 prodotta dai combustibili fossili. Negli ultimi duemila anni, l’umanità ha provocato la desertificazione di almeno due miliardi di ettari di terreno che sono ora luoghi possibili per la soluzione indicata: piantare alberi, laddove la vegetazione è scomparsa per l’intervento umano. Il costo: approssimativamente 2.500 dollari ad ettaro. L’investimento totale per pulire l’aria dall’inquinamento di CO2 sarebbe vicino a cinque miliardi, ossia meno del costo posto in essere per salvare il sistema delle banche colpite dalla crisi finanziaria scoppiata nel 2008, quando gli Stati Uniti e l’Europa, spesero sei miliardi di dollari.
Può sembrare la «scoperta dell’acqua calda», ma Hoff sottolinea che gli alberi vanno alla ricerca di sorgenti anche in profondità, combattono l’erosione e permettono di produrre legno, frutta, combustibili biologici, estratti, medicine, ossigeno e molto altro ancora. In pratica la formula permette di eliminare l’inquinamento e creare ricchezza. Nasce allora la domanda, se la soluzione è così semplice, perché è così difficile farla accettare? Non bastano certamente le righe di questo articolo ad analizzare a livello geopolitico, economico, strategico le ragioni contrarie, ma la provocazione è intelligente e non andrebbe sottovalutata: una specie di «Piano Marshall» per la terra!
E, qui, ci troviamo dinanzi alle resistenze. Il sistema industriale che sta ancora cercando di recuperare gli effetti della crisi di questi anni, teme fortemente che i costi necessari divengano insostenibili e incompatibili con la ripresa. Ma nessun ritardo è possibile: il termometro del Pianeta, infatti, cresce inesorabile, e i costi di questo innalzamento rischiano di essere ancora più pesanti.
La fotografia per gli esperti è quella che viene dai due precedenti gruppi di lavoro dell’IPCC. Ed è un atto di accusa: il riscaldamento globale c’è ed è colpa dell’uomo con conseguenze che già si vedono in tutti i continenti e negli oceani. Ogni perplessità, ogni ritardo espongono a rischi peggiori di quelli attuali e il pericolo è di farci trovare del tutto impreparati, perché senza interventi il film che si dipana è fatto di inondazioni e siccità, fame, povertà, conflitti, carestie con milioni di persone costrette a spostarsi, a lasciare la propria terra. Ancora, malattie, riduzione della sopravvivenza di animali e piante, diminuzione dei raccolti agricoli.
Come sempre sembra di stare sulla tolda del Titanic: c’è chi vede l’iceberg ma dice che la nave è fatta per resistere a tutto, e chi invece ha un terribile presentimento. Quest’ultimo sembra il sentire più diffuso e se ne è fatto interprete il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che, per settembre, ha convocato i Capi di Stato per affrontare la questione con un’ottica planetaria.
