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Landscape Festival 2026: da Bergamo un nuovo patto tra natura, cultura e comunità

Pedrali @ Antico Lavatoio

La XVI edizione de «I Maestri del Paesaggio» propone un cambio di prospettiva: non più una natura da controllare e modellare, ma un sistema vivente con cui collaborare. Installazioni urbane, incontri internazionali e percorsi di formazione hanno portato a Bergamo una riflessione sul paesaggio come bene comune, capace di unire ecologia, cultura, bellezza e qualità della vita

 

Dal controllo alla cura. È questo il passaggio culturale emerso dalla XVI edizione di Landscape Festival – I Maestri del Paesaggio, che dal 4 al 20 settembre ha trasformato Bergamo in un laboratorio internazionale dedicato al futuro dei luoghi in cui viviamo.

Organizzato da Arketipos insieme al Comune di Bergamo, il Festival ha riunito progettisti, paesaggisti, studiosi e professionisti provenienti da diversi Paesi, attraverso incontri, seminari, masterclass e installazioni diffuse nella città. L’edizione 2026 ha registrato un incremento del 20 per cento dei partecipanti e una crescita del 30 per cento del pubblico straniero. Nell’International Seminar la presenza internazionale ha raggiunto circa il 90 per cento.

Aula Magna Sant’Agostino

Numeri che raccontano la capacità attrattiva della manifestazione, ma soprattutto l’interesse crescente verso una domanda ormai centrale: come progettare il paesaggio in una fase segnata da cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e profonde trasformazioni sociali?

Un «Nuovo Rinascimento» per il paesaggio

Il tema scelto per il 2026, «Nuovo Rinascimento», non indica un ritorno nostalgico al passato. Richiama invece un metodo fondato sull’incontro tra saperi diversi. Così come il Rinascimento mise in relazione arte, scienza, tecnica e pensiero per costruire una nuova visione della società, oggi il progetto del paesaggio richiede il dialogo tra paesaggisti, botanici, agronomi, architetti, amministratori, università, imprese, giardinieri e cittadini.

Rispetto al «New Urban Ecosystem» del 2025, incentrato sui servizi ecosistemici, sulla biodiversità e sulla resilienza climatica, l’edizione di quest’anno ha ampliato lo sguardo alla dimensione culturale. Il paesaggio non è soltanto una risposta tecnica alle emergenze ambientali: è anche il risultato del rapporto tra una comunità e il proprio territorio, un luogo nel quale si depositano identità, memoria e modi di abitare.

Da questa consapevolezza nasce l’idea di non imporre alla natura una forma definitiva, ma di accompagnarne l’evoluzione. Il progetto non viene più considerato un oggetto concluso, bensì un processo aperto, capace di misurarsi con la crescita delle piante, l’erosione, la manutenzione, l’uso quotidiano e il trascorrere del tempo.

Dall’infrastruttura vivente al rewilding

Le esperienze presentate dai progettisti internazionali hanno restituito una visione comune, pur nella diversità degli approcci. Martí Franch Batllori ha definito il paesaggio una “infrastruttura vivente”: uno spazio di scambio continuo tra sistemi ecologici e costruzioni culturali, nel quale progettare significa anche saper »coreografare» i processi naturali.

Artur Serra Costa ha posto l’accento sulla discrezione dell’intervento e sulla necessità di osservare ciò che già esiste, riconoscendo anche quando sia preferibile non agire. L’esperienza di Knepp Castle Estate, raccontata da Charlie Harpur, ha mostrato come il rewilding possa trasformare il rapporto con la natura: alla gestione fondata sul controllo subentrano l’osservazione, la biodiversità e la collaborazione con i processi spontanei.

Dalla Nuova Zelanda, Jo Wakelin ha portato 21 anni di sperimentazione condotta in condizioni aride e fredde, senza ricorrere all’irrigazione. Un’esperienza che invita a ripensare anche il concetto di bellezza: non più legato soltanto a un modello estetico prestabilito, ma alla capacità delle piante di prosperare nelle condizioni reali del proprio ambiente.

Il paesaggio diventa così uno spazio di adattamento non solo ecologico, ma anche culturale. Dati e misurazioni sono indispensabili per valutare l’efficacia delle soluzioni, ma da soli non bastano a coinvolgere le persone. Servono immaginazione, esperienza sensoriale e capacità di generare appartenenza.

Natura, benessere e identità dei luoghi

La riflessione sviluppata a Bergamo ha riguardato anche il legame tra natura e benessere psicofisico. Emanuele Bortolotti ha proposto l’idea di un paesaggio »diffuso», nel quale la presenza naturale non resta confinata nei grandi parchi, ma attraversa il territorio e raggiunge gli interstizi urbani, le strade e gli spazi della vita quotidiana.

Altri interventi hanno sottolineato il valore degli ecosistemi per la salute, la ricreazione e la qualità estetica, insieme alla necessità di ascoltare i luoghi prima di trasformarli. Anche i giardini storici e contemporanei possono essere interpretati come realtà in movimento: paesaggi che evolvono, anziché immagini da conservare immutate.

L’obiettivo non è dunque rinunciare al progetto, ma modificarne il significato. Progettare significa creare le condizioni affinché natura, persone e attività possano convivere, accettando che ogni luogo continui a cambiare nel tempo.

Bergamo, il progetto entra nella città

Questa visione ha trovato un’applicazione concreta nel centro storico di Bergamo. Dopo quindici anni, la Green Square di Piazza Vecchia ha cambiato impostazione con “Così è, se vi appare”, progetto di Cristina Mazzucchelli con Niccolò Nencini, Marco Pragliola, Esprit Architettura e Pietro Cabrini.

Elementi verdi e superfici specchianti hanno messo in relazione il patrimonio monumentale, i dehors, le attività commerciali e la biodiversità, riducendo il peso dell’installazione per restituire centralità alla piazza. Fare un passo indietro perché Piazza Vecchia potesse fare un passo avanti” è la formula con cui Vittorio Rodeschini, Presidente di Arketipos, ha sintetizzato questa scelta.

All’Antico Lavatoio di via Mario Lupo, «Urban Haven # Rifugio Urbano», realizzato dall’architetta Katuscia Ratto, ha lavorato invece con luce, ombra, vegetazione e arredi per creare uno spazio destinato alla sosta e alla relazione. Due interventi differenti, accomunati dall’idea che il verde urbano non debba essere una semplice decorazione, ma parte attiva della qualità dello spazio pubblico.

Relazioni che continuano oltre il Festival

Accanto alle installazioni, il Festival ha costruito un percorso di alta formazione ospitato negli spazi dell’Università degli studi di Bergamo. Masterclass, seminari e incontri hanno approfondito la progettazione di sistemi vegetali in contesti urbani difficili, il rapporto tra paesaggista e giardiniere e la formazione professionale in Italia e in Europa.

L’accordo quadro triennale tra Arketipos e l’Università degli studi di Bergamo punta ora a dare continuità alle attività di ricerca, formazione e progettazione culturale. È forse questa l’eredità più importante dell’edizione 2026: il paesaggio come bene comune non si costruisce attraverso un’unica opera o una soluzione definitiva, ma grazie a relazioni capaci di durare nel tempo.

Il »Nuovo Rinascimento» proposto da Bergamo parte dunque da un gesto tutt’altro che astratto: sostituire al desiderio di dominare la natura la capacità di osservarla, comprenderla e lavorare con essa. Una trasformazione che riguarda la progettazione, ma anche il modo in cui le comunità scelgono di abitare e prendersi cura dei propri luoghi.

[ Fortunata Scarponi ]

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