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FAO: il «peso», paradossale, del cibo perduto

FAO

Roberta Di Giuli • Gli sprechi alimentari, che raggiungono l’agghiacciante quantità di 1,3 miliardi di tonnellate l’anno all’incredibile costo di 750 miliardi di dollari, hanno gravi ricadute sul clima, sulle risorse idriche, sul suolo e sulla biodiversità

 

 

•• Un patrimonio di cibo perduto. Cibo prodotto e mai consumato: 1,3 miliardi di tonnellate l’anno. Mentre milioni di persone nel mondo tendono la mano per fame…

Questa sconcertante situazione ferisce gravemente l’ambiente (oltre che il volto della «solidarietà»). Il cibo perduto sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

A mettere sul tavolo delle «contraddizioni del nostro Pianeta» questa incredibile situazione è la FAO, che denuncia come la perdita di cibo, oltre a rappresentare una grave perdita economica (le conseguenze economiche dirette di questi sprechi – esclusi pesci e frutti di mare – si aggirerebbero intorno ai 750 miliardi di dollari l’anno!) gravi in modo insostenibile sulle risorse naturali dalle quali gli esseri umani dipendono per nutrirsi. Il rapporto «Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources» («L’impronta ecologica degli sprechi alimentari: l’impatto sulle risorse naturali») presentato in questi giorni, è il primo studio che analizza l’impatto delle perdite alimentari dal punto di vista ambientale, esaminandone le conseguenze per il clima, per le risorse idriche, per l’utilizzo del territorio e per la biodiversità.

 

Queste tendenze mettono un’inutile e insostenibile pressione sulle risorse naturali più importanti, e devono essere invertite”, ha affermato il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva. “Tutti agricoltori e pescatori, lavoratori nel settore alimentare e rivenditori, governi locali e nazionali, e ogni singolo consumatore – devono apportare modifiche a ogni anello della catena alimentare per evitare che vi sia spreco di cibo e invece riutilizzare o riciclare laddove è possibile”.

Oltre all’imperativo ambientale, ve n’è anche uno di natura etica: non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo vada perduto, quando vi sono 870 milioni di persone che soffrono la fame”, ha aggiunto Graziano da Silva.

 

Achim Steiner, Sotto-Segretario Generale dell’ONU e Direttore Esecutivo del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), ha dichiarato: “L’UNEP e la FAO hanno identificato lo spreco di cibo come una grande opportunità verso un’economia verde a basse emissioni di carbonio, che fa un uso efficiente delle risorse”.  “Il rapporto presentato dalla FAO sottolinea i molteplici vantaggi che possono essere realizzati – in molti casi attraverso semplici misure da parte delle famiglie, dei dettaglianti, dei ristoranti, delle scuole e delle imprese – che possono contribuire alla sostenibilità ambientale, a migliorare l’economia e la sicurezza alimentare, e alla realizzazione della sfida «Fame Zero» lanciata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite”.

Ricordiamo che l’UNEP e la FAO sono i cofondatori della campagna «Think Eat Save» per ridurre l’impronta ambientale lanciata all’inizio dell’anno, il cui scopo è dare assistenza e coordinare a livello mondiale l’impegno per ridurre gli sprechi alimentari.

I percorsi del cibo perduto

Ma da dove nasce lo spreco? Secondo lo studio FAO, il 54 per cento degli sprechi alimentari si verifica «a monte», in fase di produzione, raccolto e immagazzinaggio. Il 46 per cento avviene invece «a valle», nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo. In linea generale, nei paesi in via di sviluppo le perdite di cibo avvengono maggiormente nella fase produttiva, mentre gli sprechi alimentari a livello di dettagliante o di consumatore tendono ad essere più elevati nelle regioni a medio e alto reddito – dove rappresentano il 31/39 per cento del totale – rispetto alle regioni a basso reddito (4/16%).

Lo studio evidenzia anche come siano maggiori le conseguenze ambientali della perdita di un prodotto se questa si verifica più avanti lungo la catena alimentare dal momento che i costi ambientali sostenuti durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo, devono essere aggiunti ai costi di produzione iniziali.

La geografia dei Paesi più «spreconi»

Ci sono dei Paesi per così dire «specializzati» nello spreco di alcuni prodotti. È il caso dell’Asia e dei suoi cereali. Tale perdita rappresenta un problema di notevoli dimensioni, che comporta gravi ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sulle risorse idriche e sull’uso del suolo.  Nella coltivazione del riso questo è particolarmente evidente, in considerazione dell’elevata emissione di metano che la sua produzione comporta e del grande livello di perdite.

La carne rappresenta la voce negativa, in termini di occupazione del suolo e di emissioni di carbonio, in particolare nei Paesi ad alto reddito ed in America Latina, che insieme sono responsabili dell’80% di tutti gli sprechi di carne. America Latina a parte, le regioni ad alto reddito sono responsabili di circa il 67% del totale della perdita di carne. È invece la frutta la voce che fa riflettere in Asia, America Latina ed Europa. Il suo spreco contribuisce in modo significativo al consumo di risorse idriche, soprattutto a causa dell’alto livello di perdite. Allo stesso modo, il grande volume di spreco di verdure in Asia, Europa, Sud e Sud-Est asiatico si traduce in una grande impronta di carbonio.

 

 

I fattori che favoriscono la perdita di cibo

A «incentivare» lo spreco alimentare nelle opulente società è anche il comportamento dei consumatori oltre alla mancanza di comunicazione lungo la catena di approvvigionamento. La loro «colpa» principale è nel non riuscire a pianificare correttamente gli acquisti, comprando più cibo di quel che serve ma anche reagendo in modo eccessivo all’etichetta «da consumarsi entro». Di contro, eccessivi standard di qualità ed estetici portano i rivenditori a respingere grandi quantità di cibo perfettamente commestibili.

Nei Paesi in Via di Sviluppo, invece, lo spreco avviene principalmente nella fase di post-raccolto e di magazzinaggio a causa delle limitate risorse finanziarie e strutturali dedicate alle tecniche di raccolto, di stoccaggio, alle infrastrutture di trasporto e alle condizioni climatiche favorevoli al deterioramento degli alimenti.

Strategie di risparmio

Cosa fare per arginare una perdita che ha del paradossale? La FAO, oltre alla denuncia, pubblica uno studio parallelo dal titolo «Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint», un manuale di 100 pagine su come ridurre le perdite e gli sprechi di cibo in ogni fase della catena alimentare. Si propongono specifici progetti che mostrano le misure che governi nazionali e locali, agricoltori, aziende e singoli consumatori potrebbero adottare per affrontare il problema.

In linea generale, la FAO individua tre livelli su cui sarebbe necessario intervenire:

? Mettere sotto la voce «priorità» l’irrinunciabile pratica della riduzione degli sprechi. Limitare le perdite produttive delle aziende agricole dovute a cattive pratiche. Bilanciare meglio la produzione con la domanda consentirebbe di non utilizzare le risorse naturali per la produzione di cibo non necessario.

? Puntare al riutilizzo delle eccedenze alimentari all’interno della catena alimentare umana, attraverso, ad esempio, la ricerca di mercati secondari o la donazione ai membri più vulnerabili della società. Se il cibo non è idoneo al consumo umano, potrebbe essere utile destinarlo all’alimentazione del bestiame, preservando risorse che sarebbero altrimenti utilizzate per produrre mangimi commerciali.

? Nei casi in cui il riutilizzo non fosse possibile, si dovrebbe pensare a riciclare e recuperare l’eccedenza di cibo: riciclaggio dei sottoprodotti, decomposizione anaerobica, elaborazione dei composti e l’incenerimento, con recupero di energia rispetto all’eliminazione nelle discariche (da ricordare che il cibo non consumato che finisce per marcire nelle discariche, è grande produttore di metano, gas serra particolarmente dannoso).

Il rapporto Food Wastage Footprint ed il manuale per fronteggiare gli sprechi sono stati finanziati dal governo tedesco.

 

 

Roberta Di Giuli
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