PROTECTAweb

Le donne dipingerebbero un mondo più verde…

Fiori

Donne e green economy. Può essere questo il binomio vincente per uscire dalla crisi. Se n’è parlato ad un Convegno di Roma ma i dati al momento, sull’allineamento dei generi, pongono l’Italia all’80° posto, evidenziando un Paese delle «non pari opportunità»!

E se la risposta più efficace per uscire dalla crisi fosse «più potere alle donne»? Non è che siamo così disperati che, nel tentativo di pensarle tutte, arriviamo anche a proporre… l’improponibile! È che, dati alla mano, il gentil sesso dimostra spesso grandi capacità e grande intuito, e li esprime in settori cruciali della vita domestica e, là dove possibile (che spesso si traduce in «là dove concessole»…) professionale.

Questa sorta di «inno alle donne» si è innalzato al convegno «Donne e green economy. La social innovation per cambiare la città» organizzato, nell’ambito delle iniziative «Verso gli Stati generali della green economy», dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile con Roma Capitale Assessorato all’Ambiente, agroalimentare e rifiuti e Assessorato Roma produttiva.

Ruolo femminile: strategico, non conclamato!

Le donne sono le vere artefici nelle scelte di acquisto, nell’educazione e formazione in famiglia e fuori, e spesso il loro contributo professionale fa la differenza nei momenti decisivi. Si stima che nel nostro Bel Paese le donne sono responsabili del 66,5% del totale delle scelte di acquisto della famiglia; rappresentano circa l’80% del comparto dell’istruzione; la loro presenza, a maggior ragione in posizioni apicali, fa funzionare meglio uffici e imprese. Poi ci sono i casi eclatanti. Le eccellenze in gonna e tacchi alti, «imprese green al femminile» guidate da donne che hanno puntato su un futuro sostenibile e realizzato storie di successo, best practice mondiali.

Logico, inevitabile e apparentemente scontato, dunque, sembrerebbe il loro «arruolamento» nei settori che possono spingere la green economy e influenzare il mercato dei prodotti e servizi più sostenibili. Invece non è così! A questi grandi meriti non fa riscontro un adeguato riconoscimento in termini di opportunità professionali. Lo dice ufficialmente il Global Gender Gap Report 2012 del World Economic Forum, un occhio «internazionale» sul divario di genere. Risultato? L’Italia occupa l’80° posto. Siamo inoltre ultimi fra i 16 Paesi dell’Ocse per livello di coinvolgimento e responsabilità delle donne e di uguaglianza di genere nel settore ambientale secondo la prima edizione dell’Environment and Gender Index (EGI) dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) pubblicato nel 2013.

Fanalino di coda l’Italia in Europa anche per numero di donne occupate: 49% contro una media comunitaria del 62,4%. E secondo il Rapporto Istat 2013, se per descrivere il 50 per cento dell’occupazione maschile occorrono 51 professioni, ne bastano 18 per dare conto di quella femminile.

Uscire dalla «segregazione di genere»

Questa la realtà femminile fotografata dal Convegno che ha voluto rispondere alla domanda su come affrontare le crisi economica, sociale e ambientale, a beneficio di tutti, cambiando modelli di produzione, di consumo e stili di vita, coniugando il gentil sesso e promuovendolo protagonista del cambiamento, attraverso un nuovo percorso green. Gli dà supporto la Banca d’Italia che svela la proiezione dei dati se si desse più margine decisionale alle donne. L’Istituto calcola infatti che se la percentuale di donne occupate raggiungesse quota 60%, come fissato dagli obiettivi di Lisbona, il Pil in Italia salirebbe del 7%. E lo conferma anche l’Ocse che punta al rialzo sostenendo che, se il tasso di occupazione delle donne eguagliasse quello degli uomini, il Pil aumenterebbe fino al 13% nell’eurozona e oltre il 20% in Italia!

Roberta Di Giuli
Exit mobile version