Fare il pieno di corrente: facile a dirsi, quasi impossibile a farsi. Nella settimana europea dedicata alla mobilità, una nostra personale epopea tragicomica fa riflettere sui molti perché dell’ancora scarsa diffusione dell’auto elettrica…
•• Potremmo considerarla un’«Avventura in città»: come quelle descritte, da almeno quarant’anni, nell’omonima celebre rubrica del quotidiano romano «Il Messaggero». Quella da noi vissuta ha tutto il sapore dell’avventura ma, a dirla tutta, potremmo considerarla una beffa o, meglio ancora, una sequenza ininterrotta di episodi che sembrano presi, di volta in volta, dal Teatro dell’Assurdo o da un film dei Monthy Python. E invece è tutto vero. Ma andiamo con ordine.
È in prova presso la redazione di «PROTECTA» e del portale «Motori360», una Nissan LEAF: ovvero, quanto di meglio la tecnologia e il mercato possano offrire a coloro che desiderino acquistare un’auto elettrica, guidando oggi le emozioni di domani. Chiariamo quindi subito che quella che leggerete non è una prova su strada dell’auto, né una disamina delle caratteristiche tecniche del veicolo. Niente di tutto questo! Se invece desiderate conoscere cosa può trovarsi ad affrontare un virtuoso cittadino a bordo di un’elettrica in esigenza di ricarica, siamo pronti a raccontarlo, se voi siete pronti ad ascoltare l’assurdo…
Giorno di mezza estate…
La Nissan LEAF – diciamo innanzitutto – è un’auto elettrica del tipo «full electric». Ovvero, mossa esclusivamente da un motore elettrico, senza ausili ibridi o altre forme di «soccorso». In altre parole è un’elettrica «pura» e quindi, o c’è la corrente elettrica per ricaricarla, o si va a piedi!
Ciò premesso, i guai iniziano quando ci poniamo doverosamente il problema di ricaricare le batterie dell’auto. In agosto Roma non si svuota più come un tempo: meno persone di quante ve ne siano di solito, e tanti turisti. Circolando con un’auto elettrica, l’unico aspetto negativo da annotare è la scoperta che, perlomeno a Roma (ignoriamo come stiano le cose nelle altre città), molti pedoni, non avvezzi alla silenziosità del motore elettrico, siano soliti attraversare la strada «ad orecchio» (come a dire: «non sento nessuno che arriva e quindi, anche senza guardare, so di poter attraversare tranquillamente»), con prevedibili, ma fortunatamente evitate, conseguenze sulla sicurezza stradale.
Giunti al nostro box e inserita la spina, le tre luci Led blu sulla palpebra esterna del cruscotto, ci assicurano che la carica è in atto. Chiudiamo il box, e ci avviamo soddisfatti al meritato riposo notturno, convinti che il mattino dopo potremo ritrovare l’auto piena di energia. Il risveglio mattutino, invece, è all’insegna dell’avvilimento: perché dal livello di carica dell’auto (il display esibisce malinconicamente 30 km scarsi di autonomia, quasi a dire «non è colpa mia»), e dalla mancanza di corrente intuiamo all’istante che, sì, l’auto sarà stata «sotto carica», ma lo sarà stata al massimo per sette o dieci minuti, dopodiché l’interruttore automatico è scattato per l’eccessivo assorbimento e per l’impianto vetusto, la ricarica si è interrotta e il resto potete immaginarlo.
Eccoci quindi alle prese con uno dei nuovi problemi destinati a scandire la vita dell’uomo moderno. La memoria corre al tempo andato in cui eravamo un popolo di eroi, santi e navigatori mentre oggi, più semplicemente e prosaicamente, ci contentiamo di essere un popolo di ricaricatori. Bravi come siamo a ricaricare il telefonino, la Paypal, e ogni specie di apparecchio e servizio più o meno utile, la nostra specie, a quanto abbiamo constatato sul campo (o meglio, in strada), ha ancora qualche problema per ricaricare le auto elettriche.
Amareggiati, sconfitti, e anche un po’ alterati, ci riproviamo con la colonnina di via Torino, poco distante dal Quirinale, come a sperare che la vicinanza con la massima Istituzione possa tradursi in efficienza e, soprattutto, corrente per la nostra LEAF ormai agli «sgoccioli»…
Il display della LEAF non indica più neppure i chilometri di autonomia residua: spia riserva accesa, livello batteria basso, occorre ricaricare… Telefoniamo allora a Enel, spiegando il problema. Non senza difficoltà, riusciamo a capirci con chi si trova all’altro capo del filo, in un dialogo tra il surreale, l’ilare e l’irreale: “Estragga il cavo della colonnina, e lo inserisca nell’auto” ci dice, col tono di chi la sa lunga. “Ma il cavo nella colonnina non c’è: esiste solo la presa” spieghiamo noi, col tono di chi ne ha viste di più. “Ah, non c’è il cavo?” ci risponde “allora collegate quello che avete voi alla presa”. Ripetiamo la procedura assistiti telefonicamente, o meglio raccontando quello che stiamo facendo a un’interlocutrice che, a dire la verità, sembra saperne meno di noi. Alla fine la gentile signora conclude dicendoci che le colonnine sono guaste “sa, perché lei oggi mica è il primo che ci chiama, e quindi…”. Reprimendo istinti aggressivi, domandiamo allora quali siano le colonnine funzionanti a Roma, e ci sentiamo dire “ah, ma io mica lo posso sapere da qui”, col tono di chi vorrebbe chiederti in che mondo vivi, mentre tu stai lì a porti domande sull’inutilità delle tecnologie, della telematica, di tutto. Fine delle comunicazioni con Enel.
Fai da te!
È Ferragosto (ma tali disagi si sono ripetuti anche successivamente!). Di garage aperti al pubblico ce ne sono pochi. Forse, nessuno. E quei pochi, non sono attrezzati per la ricarica. Qualche addetto vorrebbe pure aiutarti, e sarebbe pure d’accordo a farti inserire il cavo nella preziosa presa di corrente (sempre che «regga» l’amperaggio), ma la risposta è più o meno la stessa “Sa, non dipende da me, dovrei sentire il principale che adesso è in ferie…”. Sempre più sconfortati, adirati, disillusi, per poco non ci accorgiamo che la salvezza ci viene incontro quando meno ce lo aspettiamo, e nel modo più incredibile. E la salvezza, nel nostro caso, ha le sembianze di una delle istituzioni – simbolo degli Italiani -: il bar sotto casa. Una fortunata combinazione di un piazzale ampio limitrofo al locale, un chiosco moderno, ampio e ben attrezzato e, soprattutto, un gestore cortese e disponibile, ed ecco risolto il problema. La nostra LEAF viene così ricaricata per un’intera giornata, fra gelati, cappuccini, caffè, tramezzini e cornetti. Qualche avventore, divertito dal vedere quell’auto, con quel cavo collegato a una delle prese esterne, se ne esce con qualche battuta in pieno spirito romanesco: ma se sapesse quello che abbiamo passato (e rischiato: l’auto aveva sì e no 5/6 km di autonomia), ne direbbe sicuramente di più.
La sfida alla ricarica l’abbiamo vinta con la determinazione (seppure spinta dalla necessità!). La strategia opportuna è: non perdersi d’animo! Nelle varie immagini la dimostrazione che il «fai da te» si è rivelata la soluzione più efficace. Compatibilmente con l’impianto a norma e la potenza installata in casa, la corrente «domestica» – ma non dovrebbe essere così! – ci ha assicurato il «pieno» di energia e fatto ritrovare la «serenità»!
Alessandro Ferri
