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Consumo di suolo, rigenerazione urbana, forestazione e fotovoltaico sui tetti. L’Italia può recuperare terreno

Il Rapporto «Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio – Edizione 2026», curato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) fotografa lo stato dello sfruttamento del suolo. Mentre cemento e asfalto avanzano a un ritmo superiore a 3 m² al secondo, si evidenziano soluzioni e prospettive

Al Museo delle Civiltà di Roma (MUCIV), il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) ha presentato l’edizione 2026 del Rapporto ISPRA-SNPA sul consumo di suolo. Al centro, un nuovo record negativo, ma anche, per la prima volta, una mappa nazionale delle superfici da cui ripartire per rigenerare città e territori.

Nella Sala Conferenze «F.M. Gambari» del Palazzo delle Scienze a Roma, sede del MUCIV – Museo delle Civiltà, è stato presentato il Rapporto «Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio – Edizione 2026», curato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA).

La presentazione si è svolta nell’ambito del convegno «Territori in evoluzione: tra tutela e sviluppo sostenibile», promosso dall’SNPA. Un titolo che ha subito tracciato il filo conduttore della giornata: è possibile conciliare la tutela del suolo con lo sviluppo dei territori?

A giudicare dai numeri del 2025, la strada è ancora lunga. Il monitoraggio registra infatti un nuovo record: nell’ultimo anno sono stati trasformati 102,4 km² di territorio agricolo e naturale, il 22,4% in più rispetto all’anno precedente. Cemento e asfalto avanzano così a un ritmo superiore a 3 m² al secondo, pari a oltre 280mila metri quadrati al giorno.

Nello stesso periodo, gli interventi di ripristino si sono fermati a 746 ettari. Il bilancio tra nuove trasformazioni e recuperi resta quindi negativo per quasi 9.500 ettari.

Oggi le superfici impermeabilizzate raggiungono il 7,19% del territorio nazionale: 21.644 km² risultano coperti da edifici, infrastrutture, piazzali, impianti e altre superfici artificiali.

A livello regionale, è la Sicilia ad aggiungere la quota maggiore di nuovo suolo artificiale, con poco più di 1.600 ettari, seguita dal Lazio con oltre 1.400 ettari, mentre Puglia e Lombardia superano i 1.000. Proprio la Lombardia, insieme a Veneto e Campania, resta anche la regione con la percentuale più alta di territorio coperto da edifici e infrastrutture: rispettivamente il 12,27%, l’11,87% e il 10,65%.

Il fenomeno, del resto, non risparmia quasi nessuno. Dal 2006 le nuove coperture artificiali hanno interessato il 96% dei comuni italiani. Gli aumenti più consistenti dell’ultimo anno si registrano a Tuscania (+319 ettari), Montalto di Castro (+316) e Catania (+198). Escludendo il fotovoltaico a terra, i valori più elevati si riscontrano invece a Roma (+74 ettari), Foggia (+72), Cerignola (+53) e Campagna (+51).

Ma che cosa sta consumando, concretamente, il nostro suolo? Il Rapporto distingue le diverse trasformazioni che contribuiscono all’aumento delle superfici artificiali. La quota maggiore riguarda i cantieri, ai quali è associato il 52,6% delle nuove superfici artificiali, per un’estensione di 5.387 ettari. I nuovi edifici occupano 725 ettari di terreno naturale e ulteriori 435 ettari di cantieri preesistenti, mentre piazzali, aree di servizio e altre superfici artificiali aumentano di 1.230 ettari.

Tra i settori monitorati compare anche la logistica, che nel 2025 aggiunge 390 ettari, soprattutto in Piemonte e nel Lazio. Cresce, inoltre, l’espansione degli impianti energetici a terra: le superfici interessate dal fotovoltaico aumentano di 2.798 ettari, mentre gli impianti eolici, comprese le infrastrutture collegate, ne aggiungono 118.

Va precisato, però, che queste categorie possono comprendere anche interventi su aree già artificializzate. Non vanno quindi sommate automaticamente come se fossero tutte nuove perdite di terreno naturale.

Non solo. Una parte delle nuove trasformazioni riguarda territori già esposti a pericoli naturali. Secondo i dati ISPRA–SNPA, nell’ultimo anno il consumo di suolo è aumentato di 1.106 ettari nelle zone a rischio alluvione e di 707 ettari nelle aree a rischio frana.

Il dato non significa che le nuove costruzioni abbiano provocato direttamente alluvioni o frane. Indica, però, che nuove superfici artificiali sono comparse anche in territori classificati come fragili. In questo senso, il Rapporto permette di leggere il consumo di suolo insieme alle caratteristiche dei luoghi interessati, anziché considerarlo soltanto come una variazione della superficie edificata.

Oltre due terzi delle nuove trasformazioni si concentrano nelle città. Nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi urbane e 320 ettari di copertura arborea, riduzioni che si riflettono direttamente sulle temperature estive.

Nelle zone più impermeabilizzate, infatti, il suolo raggiunge valori superiori di oltre 10 °C rispetto alle aree rurali circostanti, con punte che localmente arrivano a 12 °C. Dove gli alberi sono più presenti, invece, le temperature risultano fino a 1,6 °C più basse.

Se il quadro resta preoccupante, da dove si può ripartire?

È proprio questa la principale novità dell’edizione 2026, che va oltre la semplice misurazione delle nuove coperture artificiali. L’SNPA presenta infatti una prima mappatura nazionale delle aree sulle quali potrebbero essere realizzati interventi di recupero: superfici che, complessivamente, superano i 2.100 km².

Non si tratta di terreni già recuperati, ma di opportunità potenziali sulle quali valutare interventi di rigenerazione, ripristino, depavimentazione o riduzione delle coperture artificiali.

 

Le aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano da sole i 35mila ettari, con le maggiori estensioni nel Lazio, in Lombardia e in Veneto. Tra i comuni, il primato spetta alla città di Roma.

Il Rapporto individua inoltre 3.281 km² di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 km² di tetti sui quali potrebbero essere installati impianti fotovoltaici. Le coperture degli edifici esistenti offrirebbero così una capacità teorica aggiuntiva compresa tra 140 e 193 GW, al netto degli impianti già presenti.

Una stima nazionale, da non confondere con la fattibilità dei singoli interventi, che mostra però quanto il solare potrebbe crescere senza occupare ulteriori terreni agricoli e naturali.

A queste possibilità si aggiunge il patrimonio edilizio inutilizzato: in Italia si contano quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che potrebbero essere recuperate e riutilizzate.

Anche in questo caso, le diverse categorie non rappresentano un unico bacino da sommare, ma descrivono possibilità di intervento differenti, dalla vegetazione urbana al riuso degli edifici.

“Oggi la conoscenza ambientale non serve solo a descrivere i problemi, ma a costruire le soluzioni. E il valore di questo Rapporto sta proprio in questo: non solo fotografa l’avanzata del consumo di suolo, ma fornisce indicazioni concrete su come contrastarlo e individua le opportunità per lo sviluppo sostenibile dei territori e delle città”, sottolinea Maria Alessandra Gallone, Presidente ISPRA-SNPA. “ISPRA e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente – ha concluso la Presidente – mettono a disposizione dati, analisi e strumenti che permettono di individuare percorsi alternativi alla perdita di suolo e di orientare le scelte verso il recupero e la rigenerazione di ciò che già esiste”.

Un lavoro che si inserisce in un contesto europeo in rapida evoluzione. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura prevede obiettivi per la conservazione e l’incremento degli spazi verdi e della copertura arborea urbana, da attuare attraverso le misure del Piano Nazionale di Ripristino della Natura, la cui bozza è stata trasmessa alla Commissione europea a settembre.

A questo si affianca la Direttiva europea sul monitoraggio e la resilienza del suolo, adottata nel 2025, che introduce un quadro comune per valutare la salute dei suoli e monitorarne il consumo e il degrado.

In questo scenario, la cartografia ISPRA–SNPA mette a disposizione di amministrazioni e professionisti dati utili per individuare le aree su cui intervenire, integrando il monitoraggio delle nuove trasformazioni con le opportunità di rigenerazione del territorio già artificializzato.

L’appuntamento capitolino ha così messo in evidenza un aspetto fondamentale: contrastare il consumo di suolo non significa soltanto fermare cemento e asfalto, ma anche saper riconoscere e valorizzare ciò che è già stato costruito.

Tetti, piazzali, edifici vuoti e aree urbane dismesse possono diventare il punto di partenza per città più verdi, più fresche e più sicure.

L’Italia, quindi, può davvero iniziare a recuperare terreno? Con oltre 2.100 km² di superfici a disposizione, la risposta è sì. Si può fare. A patto che dati e conoscenza si traducano in scelte concrete, condivise tra istituzioni, amministrazioni, professionisti e cittadini.

[ Dalila Gorla ]

 

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