Il progetto InnoDABio individua soluzioni innovative per migliorare la digestione anaerobica delle bioplastiche e aumentare l’efficienza degli impianti di trattamento dei rifiuti organici. La ricerca apre nuove prospettive per l’economia circolare, con benefici ambientali, energetici ed economici per i territori
La capacità di trasformare gli scarti in risorse rappresenta uno degli strumenti più efficaci per rafforzare la sostenibilità dei territori specie in un contesto internazionale caratterizzato da crescenti sfide energetiche e ambientali. In questa direzione si inserisce InnoDABio, il progetto di ricerca realizzato grazie alla collaborazione tra il Dipartimento DAFNAE e il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Padova, Fondazione Cariverona, ETRA S.p.A. e BTS Biogas, i cui risultati sono stati presentati durante un incontro ospitato a maggio a Villa Contarini, a Piazzola sul Brenta.
Al centro dello studio vi è una problematica concreta che interessa gli impianti di trattamento della frazione organica dei rifiuti urbani. Durante i processi di selezione e pretrattamento, infatti, una parte significativa del materiale organico rimane intrappolata nel cosiddetto «sopravaglio», ovvero la frazione separata perché contenente materiali non idonei o difficili da trattare. Tra questi rientrano anche le bioplastiche compostabili che, pur essendo progettate per degradarsi, possono richiedere tempi differenti nei processi di digestione anaerobica utilizzati per produrre biogas e biometano.
La presenza di materiali estranei, come i sacchetti in plastica tradizionale erroneamente conferiti nella raccolta dell’organico, contribuisce ad aumentare i volumi di sopravaglio e a ridurre l’efficienza complessiva degli impianti. Le conseguenze sono rilevanti sia dal punto di vista ambientale che economico. Un esempio significativo è rappresentato dall’impianto gestito da ETRA S.p.A. a Bassano del Grappa, che ogni anno conferisce in discarica oltre 5.000 tonnellate di «sopravaglio», sostenendo costi superiori a 900 mila euro.
Per affrontare questa criticità, il progetto InnoDABio ha sviluppato un approccio integrato basato su innovazioni ingegneristiche e biotecnologiche. I ricercatori hanno introdotto nuove tecniche per la caratterizzazione e la separazione dei materiali e hanno sperimentato soluzioni enzimatiche in grado di accelerare la degradazione delle bioplastiche durante la digestione anaerobica. Le attività di ricerca hanno consentito di individuare condizioni operative ottimali e di incrementare in modo significativo la velocità di depolimerizzazione dei materiali compostabili.
I risultati sono stati validati anche attraverso un impianto pilota in continuo da 20 litri, utilizzato per diversi mesi. Le prove hanno confermato la possibilità di convertire efficacemente sia le bioplastiche sia la frazione organica dei rifiuti urbani in biometano, migliorando le prestazioni complessive del processo. Secondo i dati presentati, la tecnologia sviluppata permette di aumentare la resa in biometano fino ad almeno il 20%, generando allo stesso tempo maggiori quantità di digestato e compost di qualità utilizzabili come fertilizzanti agricoli.
L’importanza del progetto va oltre il solo miglioramento tecnologico. La ricerca dimostra infatti come una gestione più efficiente dei rifiuti organici possa contribuire alla produzione di energia rinnovabile locale, ridurre i costi di smaltimento e rafforzare le filiere territoriali dell’economia circolare. Le bioplastiche, spesso considerate un elemento problematico nei processi di trattamento, possono così diventare parte integrante di un sistema capace di trasformare gli scarti in energia e valore per il territorio.
[ Alessandra Vitale ]
