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Arte&Ambiente: Evento Zero con il «The Climate Reality Project Europe – Team Italy»

Evento Zero, Arte&Ambiente il 22 giugno a Città dell’Altra Economia: con opere artistiche di Anna Maria Angelucci, Laura Gherardi, Simonetta Imperiali, Cristina Pennacchi, interventi teatrali-sociali di Giulio Vanzan, e la musica di Angelo Cascarone, insieme, sul tema del disinvestimento dai combustibili fossili

È stato chiamato Evento Zero, il primo evento Arte&Ambiente organizzato col «The Climate Reality Project Europe» – Team Italy (Gruppo di Roma dei Climate Leader dell’Organizzazione fondata da Al Gore), in collaborazione con «Italian Climate Network», Focsiv, 350.org, Forum Terzo Settore e Gruppo Jobel, sul tema del «disinvestimento dai combustibili fossili» Zero perché conseguito a costo zero, col contributo di tutti, in nome della sostenibilità. Nessun biglietto di ingresso per il pubblico, perché l’Arte e l’Ambiente devono essere resi fruibili per tutti, e così ognuno, dal volontario del Climate Reality Project, all’operatore video, agli artisti, fino agli organizzatori della Città dell’Altra Economia, ha contribuito offrendo la propria professionalità. Un esperimento ben riuscito.

L’idea di utilizzare l’Arte per fare luce su problematiche ambientali nasce dal progetto Hearth (Arte e Terra, www.hearth.cloud) che si avvale dell’Arte per toccare e far toccare argomenti quanto mai delicati e attuali. Diversamente dall’uso comune, l’Ambiente non è più considerato come un capitolo a se stante, ma è il terreno da cui ripartire: l’Ambiente è l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo. L’Arte diventa uno strumento catalizzatore, perché l’Arte è immediate, si vede e si sente, e arriva senza bisogno di capire o sapere.

Gli interventi artistici si sono sviluppati dentro delle Gabbie di ferro, le stesse dove una volta venivano rinchiusi gli animali; e proprio le Gabbie abbiamo voluto scegliere per significare che noi esseri umani abbiamo creato delle Gabbie per l’Ambiente e per noi stessi, e che l’Arte, che è umana, può liberarci e portarci verso qualcosa di nuovo, verso lo sconosciuto che si ricrea ogni giorno. Abbiamo messo le sedie dentro le Gabbie, per coinvolgere il pubblico, per renderlo partecipe delle opere e dell’argomento. Abbiamo portato un Quaderno di bordo, per scrivere e tenere e discutere le domande del pubblico; abbiamo fatto entrare le persone nelle Gabbie e abbiamo interrogato le artiste, e le domande del pubblico sono diventate le nostre, e insieme, quelle delle artiste. E nelle Gabbie, attraverso i loro interventi, le artiste hanno denunciato, suggerito e sensibilizzato, proponendo la possibilità di un corso nuovo, di un corso diverso. Le Gabbie non sono state solo il luogo dove le artiste hanno lavorato, ma anche lo spazio in cui un attore di teatro sociale, Giulio Vanzan, ha proposto un monologo prima, legando l’uomo all’ambiente e alla ricerca di un’umanità perduta, e un workshop interattivo dopo, coinvolgendo le persone del pubblico, col loro corpo, per esprimere le sensazioni suscitate dalle opere.

La musica ha intramezzato gli interventi, con il chitarrista e cantante Angelo Cascarano, che ha eseguito i brani di Peter Gabriel «Here comes the Flood»: “Bevete, sognatori, state rimanendo a secco. Quando arriva l’inondazione non c’è più una casa, né mura”;  «Fragile» di Sting: “Niente arriva dalla violenza e niente mai potrebbe”), e  per concludere non poteva mancare «What a Wonderful World» di Luiss Amstrong: “vedo alberi verdi, e rose rosse. Li vedo fiorire per me e per te. E penso, che mondo meraviglioso”.

Che mondo meraviglioso abbiamo. Ma fragile, e oggi sempre più vittima di violenze, anche climatiche, come le inondazioni, la siccità, la desertificazione, ciò che noi chiamiamo le conseguenze dei cambiamenti climatici, una realtà che, sempre più, si tocca con mano.

Era palpabile l’energia nello spazio che inizialmente, in questa calda giornata di giugno, sembrava fosse troppo grande, ma che ha preso man mano forma riempendosi con le emozioni, le sensazioni, le impressioni dei lavori artistici. Abbiamo anche provato a leggere i testi con le informazioni tecniche sul disinvestimento, ma il pubblico distoglieva l’attenzione, si alzava e si allontanava verso l’aperitivo. Segnalandoci chiaramente che il filo conduttore che ha tenuto il rapporto non era il parlato, ma l’immagine e l’emozione legata all’immagine.

Ogni artista ha lavorato in due gabbie e a terra, a significare il contatto perduto e ritrovato con la madre terra.

Anna Maria Angelucci ha intitolato il suo lavoro «112», chiamata d’emergenza, sollecitando a un’emergenza nel trovare soluzioni nell’immediato per non rimanere sommersi da una massa di plastica che altera i paesaggi;  nella Gabbia 1  colloca un tubo in PVC «sonoro» col rumore delle trivelle petrolifere che rimanda ad una società industrializzata fredda e razionale, che per l’eccessivo sfruttamento delle risorse si sta auto-consumando. Nella Gabbia 2 colloca un opera in plastilina colorata come fosse una porzione di paesaggio geografico; se è vero che l’artista dipende dai combustibili fossili, e che quindi l’arte non è sempre etica, è anche vero però che l’Arte cerca sempre e in modo totalmente inconscio nuove prospettive, domande a cui cercare una risposta, suggerendo e interrogandosi.

Cristina Pennacchi ha posto l’attenzione sull’«Emigrazione Ambientale». Nella Gabbia 1, l’installazione in corda di fibra di cocco a forma di un nido, poggiato su un cumolo di tralci di vite, a sua volta circondati da una linea di carbone, richiama all’inquinamento ai danni della coltivazione; il nido è il luogo dove l’uomo trova riparo, ma che è anche costretto a lasciare sempre più per cause ambientali, come la  siccità, gli alluvioni e la desertificazione, e migrando per nuove terre, dove non sa se sarà accolto. Nella Gabbia 2, la Pennacchi ha poggiato un telo di plastica a terra sul quale l’artista ha sparso l’argilla espansa e delle sculture informi in terracotta, che significano la materia manipolata creativamente dall’uomo, quindi un pensiero creativo che si contrappone alla stessa razionalità che ha portato l’uomo sul bilico di un burrone. L’argilla espansa è un prodotto  disponibile in natura, un aggregato impiegato in moltissimi campi, soprattutto nell’edilizia, che ci fa riflettere come la produzione sostenibile a basso impatto ambientale, è possibile e può diventare una realtà.

Laura Gherardi denuncia l’inquinamento dei mari causato dall’uomo e dalle plastiche, e adagia sul telo i pesci in creta in via di estinzione e in pericolo. Alla fine sparge dal vivo del fango, il fango primordialis che copre tutto e tutto dilegua e tutto fa sparire. La Gabbia 2 resta vuota: è questo il vuoto creato dall’essere umano senza umanità.

Simonetta Imperiali col titolo «Dolce inganno» (Gabbia 1) e «Divorando» (Gabbia 2), usa elementi edibili. In particolare, il dolce inganno è il caramello cristallizzato che sembra resina fossile, dalla cui trasparenza si vedono forme che sembrano insetti ma sono capperi, uva passa, ecc., e basta un boccone per farli sparire, per fare sparire un elemento formatosi in milioni di anni; nella Gabbia 2, in una performance «live» l’artista crea delle immagini spargendo sul suolo dello zucchero in prossimità di un formicaio, ancora segno della voracità dell’uomo.

Un lavoro di ricerca e di sperimentazione da parte di ognuno degli artisti, grazie al quale l’arte e l’ambiente si incontrano, si toccano, realizzano, esprimono, coinvolgono, emozionano.

L’Arte, con la sua semplice ma potente espressività, suona un campanello d’allarme e ci avverte che siamo in pericolo, perché, ricordiamolo, è che noi che siamo in pericolo di estinzione, e non il nostro pianeta, che avrà la capacità di riciclarsi naturalmente, come ha sempre fatto. E ci ha tenuto a sottolinearlo Armando, con la maglietta a righe verde e bianca, che si è fatto avanti dal pubblico scrivendo sul Quaderno di bordo questa riflessione, e noi non possiamo che dargli ragione. Simone, architetto, ha sollecitato a organizzare eventi similari in posti danneggiati dall’inquinamento, come denuncia e possibilità di ricreazione. E infine, Gilda, anche lei, ha voluto spiegare la sua presenza ammonendoci: “Io sono qui non per me, io ormai sono anziana, ma per i giovani, cosa gli lasciamo noi ai giovani?”.

E mentre noi salutavamo il pubblico, che è stato protagonista, tanto quanto gli artisti, di questo momento di riflessione, denuncia e possibilità di nuovo, ricordando le prossime iniziative Arte&Ambiente, abbiamo salutato calorosamente anche la Città dell’Altra Economia, il luogo che ci ha ospitato, che richiama alla possibilità di un’altra economia. E noi l’abbiamo scelta apposta: puntiamo il dito sui combustibili fossili, miriamo al disinvestimento e avanziamo con l’Arte verso la possibilità di pensare e fare modelli diversi. Modelli più sostenibili. Modelli più umani.

[ Stefania Romano ]