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ANTARTIDE, ICEBERG ALLA DERIVA

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La frattura della piattaforma di ghiaccio del Nansen ha generato due enormi blocchi di ghiaccio. L’utilizzo dei satelliti decisivo per monitoraggio e studio del fenomeno

•• Il cambiamento climatico, per troppi anni sottovalutato o addirittura ignorato, è un tema tornato al centro dell’attenzione a livello internazionale di recente, in occasione della Conferenza di Parigi (COP21) dello scorso novembre. In quell’occasione i cosiddetti «grandi della Terra» si sono riuniti intorno a un tavolo con l’obiettivo di raggiungere un accordo per ridurre le emissioni climalteranti e contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2 gradi. L’impegno di tutti gli Stati – a partire dai grandi produttori di CO2 come Stati Uniti e Cina assenti all’epoca del Protocollo di Kyoto – fa ben sperare, ma solo il tempo potrà dirci se le misure che saranno adottate avranno esiti positivi per l’ambiente. Misure che dovranno arrivare in fretta, per evitare vere e proprie catastrofi. 

La frattura della piattaforma del Nansen

Lo scorso 7 aprile un’enorme massa di ghiaccio (delle dimensioni di circa 160 km2) si è staccata dalla piattaforma del Nansen, in Antartide, dando vita a due grandi iceberg. La piattaforma del Nansen è una distesa di ghiaccio lunga circa 50 km e larga circa 25 km che si trova appena a sud della Stazione Italiana costiera Mario Zucchelli. Essa prende nome dall’adiacente Monte Nansen, la principale sommità dell’area. “Negli ultimi anni in questa piattaforma si era formata una grande frattura, che nel tempo si era estesa fino al punto di far presagire un distacco massivo di ghiaccio con la conseguente formazione di uno o più grandi iceberg” spiega Vito Vitale dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio nazionale delle ricerche (ISAC-Cnr). “La frattura è conseguenza dello stress causato dalle diverse velocità di flusso di ghiaccio proveniente dai due ghiacciai che alimentano la piattaforma: il Priestley, situato a Nord della piattaforma e che si muove lentamente, e il Reeves situato a sud-ovest, che si muove più velocemente, e dal fatto che questi flussi sono costretti a curvare a causa della barriera a sud rappresentata dall’enorme lingua glaciale del Drygalski”.

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Piattaforme come quella di Nansen hanno un’importanza cruciale per la stabilità dell’area (e non solo), perché formano barriere che aiutano a frenare il flusso verso il mare dei ghiacciai che le alimentano e quindi a contenere la perdita di massa della calotta glaciale antartica. Come nel caso del Nansen, la maggior parte di queste piattaforme di ghiaccio sono alimentate dai ghiacciai interni, con forze di deflusso e di trattenimento che si equilibrano. Senza l’azione di contenimento di queste piattaforme galleggianti, il flusso di ghiaccio dal continente verso il mare aumenterebbe. La rimozione (o una consistente diminuzione) di una piattaforma a causa del distacco di grosse masse di ghiaccio finisce spesso per destabilizzare il sistema, con conseguente aumento della velocità del ghiacciaio. 

La deriva degli iceberg

Le piattaforme galleggianti che circondano le coste del continente Antartico sono soggette a un equilibrio delicato e rispondono con maggiore sensibilità ai cambiamenti climatici rispetto al ghiaccio che si trova sulla terraferma. “Il motivo è che esse sono soggette a fondersi da entrambi i lati: alla superficie in conseguenza dell’aumento di temperatura dell’aria; dal fondo in conseguenza dell’aumento di temperatura delle acque oceaniche. E che tali processi che indeboliscono la piattaforma si combinano con i naturali movimenti provocati dalle maree, dalle onde e dalle correnti marine”, prosegue Vitale.

La frattura ha tagliato la piattaforma del Nansen dando vita a due grandi iceberg lunghi rispettivamente 10 e 20 km, con un diametro di 5 km e un’altezza sul livello del mare che potrebbe arrivare fino a 100 metri. Ora si trovano alla deriva in direzione nord-est, soggetti al vento catabatico, alle maree, e alle correnti. Attualmente non dovrebbero rappresentare una minaccia immediata per le attività della stazione estiva italiana Mario Zucchelli e per la stazione permanente coreana Jan Bo Go, situate entrambe nella Baia di Terra Nova a una distanza di una decina di chilometri l’una dall’altra. Potrebbero però costituire una minaccia per i sistemi di ormeggio (moorings) installati nell’area.

iceberg“Il distacco di iceberg dalle lingue e tavolati glaciali che si affacciano sulla costa del continente Antartico e un fenomeno che si ripete regolarmente, ma molto più raro è il distacco di masse di ghiaccio importanti come quelle cui abbiamo assistito nei giorni scorsi. Da quando l’Italia opera nella zona di Baia Terra Nova, cioè dal 1984, questa è la prima volta che si assiste a un evento di queste dimensioni, mentre un evento imponente accadde nel 2000 nel Mar di Ross”, sottolinea Enrico Brugnoli, Direttore del Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente del Cnr.  Tuttavia, anche in questo caso l’evoluzione tecnologica può essere di grande aiuto. 

Satelliti, un’eccellenza italiana

La combinazione di sensori ottici e radar (SAR) in grado di acquisire immagini in ogni condizione di copertura nuvolosa, fornita dai satelliti Sentinel e COSMOskymed, ha dimostrato di essere una preziosa fonte di dati per lo studio di eventi di questo tipo, e permetterà ai gruppi di ricerca italiani di aumentare le capacità predittive e di monitorare la futura risposta dei ghiacciai alla rimozione delle piattaforme di ghiaccio. “È importante notare come oggi, grazie alla copertura spaziale e temporale offerta dai satelliti, sia possibile individuare questi fenomeni, monitorarne l’evoluzione e avere una certezza del giorno in cui il processo di distacco si è completato e la massa di ghiaccio ha iniziato a galleggiare liberamente in mare” sottolinea Brugnoli. “Tra i satelliti utilizzati per questa analisi ricordo l’importanza della costellazione di sensori SAR in banda X COSMOskymed lanciata dall’Italia, e di cui è in fase di sviluppo la seconda generazione, una vera eccellenza tecnologica e scientifica nazionale. Grazie alla sinergia fra questi satelliti e i nuovi satelliti Copernicus, Sentinel 1 e Sentinel 2 lanciati recentemente da ESA, i ricercatori del Cnr hanno potuto studiare il fenomeno sin dal suo inizio nel 2013/2014 e, grazie a speciali tecniche di analisi, valutare in termini quantitativi l’area della frattura e il suo lento crescere fino al momento del definitivo distacco”. 

Paolo Magnani
[16 Apr 2016]