Calcolare le emissioni in base al consumo, spostare la discussione dall’ONU al MEF, distribuire il carbon budget democraticamente e riportare il compromesso raggiunto all’ONU. Uno studio dell’Università di Milano-Bicocca e della Brown University propone nuove tappe per il rispetto – irrinunciabile! – del traguardo del «non più di 2 °C» entro il 2100!
Ridare le carte e ricominciare la partita affinché i più «intrattabili» siano stimolati a partecipare e non abbandonino il gioco. Il gioco in questione è quello delle parti per una partita che scommette su clima e sopravvivenza. Ma è difficile tenere i giocatori intorno ad un tavolo: c’è chi vuole vincere impegnandosi di meno!
Fuori da metafora dobbiamo partire dalla responsabilità del «costo» della CO2 emessa. Oggi è addebitato al Paese produttore. Ma cosa succederebbe se invertissimo le parti ed a farsene carico fosse il Paese consumatore? A porsi la domanda e a darsi una risposta convincente è stata l’Università di Milano-Bicocca e la Brown University attraverso uno studio pubblicato su Nature Climate Ch’ange. Il motivo che ha spinto gli studiosi a proporre un’alternativa è il clima di stallo che regna… sul clima.
Chi consuma paga!
Si parte dal traguardo che bisogna raggiungere: il carbon budget della Terra fino al 2050, per restare sotto un aumento della temperatura di 2 °C entro il 2100, è di 420 giga-tonnellate di CO2. E questo è un patrimonio da spendere piuttosto esiguo! Se quindi il calcolo delle emissioni di CO2 passasse da un conteggio basato sulla produzione a uno basato sul consumo, da qui al 2050 la Cina potrebbe aumentarle del 3,6%, la Russia del 2%, l’India andrebbe in pari e gli Stati Uniti dovrebbero ridurle solo dell’1,9%. Potrebbe essere questa la strada da percorrere per centrare l’obiettivo.

La rivoluzione dei conteggi di CO2 si attuerebbe secondo l’esempio: le tonnellate di gas serra immesse nell’atmosfera dalla Cina per produrre le auto che poi sono vendute sul mercato europeo andrebbero imputate all’Unione Europea e sottratte alla Cina.
“Il passaggio da una contabilità della CO2 basata sulla produzione a una basata sul consumo – spiega Marco Grasso, autore dello studio – aiuterebbe a trovare un accordo sul clima perché i due Paesi leader sulla scena mondiale, Cina e Stati Uniti, sarebbero, rispettivamente, avvantaggiati o non eccessivamente penalizzati e quindi sarebbero invogliati ad adottare un’azione internazionale concertata per abbattere le emissioni. La riduzione di emissioni del 2 per cento entro il 2050 per gli USA è addirittura al di sotto degli obiettivi recentemente fissati dal Presidente Obama”.

Il «costo» più alto in termini di riduzione delle emissioni sarebbe sostenuto dall’Unione Europea che, con il nuovo sistema di calcolo basato sui consumi, sarebbe costretta a raggiungere un meno 7 per cento. Non tutto il male viene per nuocere, sostiene però Grasso. Ma in cosa consisterebbe questo male evitato per il buon vecchio continente? “…anche l’Unione Europea – spiega – troverebbe la sua convenienza in questo compromesso. La UE, infatti, ha definitivamente perso la leadership sul clima dopo la conferenza di Copenaghen del 2009. Sopportando e sostenendo una riduzione così consistente tornerebbe a giocare un ruolo centrale nelle politiche internazionali sul clima e sulla protezione dell’ambiente”.

Strategia clima in 4 punti
Il cambio della base di calcolo delle emissioni di gas serra è solo uno dei quattro elementi della proposta contenuta nello studio («A compromise to break the climate impasse», Doi 10.1038/nclimate2259) di Marco Grasso, del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca e J. Timmons Roberts, dello Institute for the Study of Environment and Society della Brown University. Gli altri tre elementi suggeriti dai ricercatori per raggiungere gli obiettivi clima sono nell’ordine:
1) limitare la discussione iniziale ai 13 Paesi MEF (Major Economies Forum) dove gli accordi potrebbero essere raggiunti più agilmente rispetto alle Nazioni Unite;
2) distribuire il carbon budget fra i Paesi in base ai principi di responsabilità (calcolata sullo storico delle emissioni di CO2 dal 1990 al 2010) e ricchezza (calcolata in base al PIL pro capite);
3) riportare infine il compromesso raggiunto fra i membri del MEF in sede Onu dove a quel punto sarebbe più semplice estenderlo a tutti gli altri Stati.










































