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COP 27: un raggio di luce su Sharm El-Sheikh

Il 6 novembre in Egitto prende avvio la 27a Conferenza della Convenzione Quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Per 13 giorni, fino al 18 novembre le diplomazie internazionali cercheranno di rendere efficaci gli obiettivi definiti con il «Patto di Glasgow», nel 2021, sull’incremento degli impegni di riduzione delle emissioni climalteranti che, a partire dal 2015, i Paesi facenti parte della Convenzione Quadro hanno indicato di perseguire (cosiddetti National Determined Contributions – NDCs). Quest’anno è l’anno chiave per verificare la coerenza degli NDCs con la traiettoria definita per mantenere l’aumento della temperatura terrestre entro 1,5 °C. Questa COP sarà condizionata dal contesto internazionale ancora caratterizzato da un’incertezza legata all’evoluzione della crisi Russa e Ucraina. Ma anche da altri avvenimenti politici come l’elezione di Lula in Brasile e le votazioni di medio termine negli USA. E proprio il cambio di rotta del Brasile sarà il lampo che schiarirà almeno quella parte dei negoziati che dovranno affrontare il tema della deforestazione

 

L’Africa, ancora una volta, è il continente che ospiterà la prossima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 27). Dopo il Marocco con i due vertici mondiali di Marrakesh (COP 7 e COP 22), il Kenya con la COP 12 di Nairobi e il Sudafrica con la COP 17 di Durban, è l’Egitto il Paese che cercherà di rendere concreti gli obiettivi contenuti nel «Patto di Glasgow» sottoscritto l’anno scorso nella COP 26.

Dr. Yasmine Fouad, Ministro dell’Ambiente della Repubblica Araba d’Egitto e inviata speciale alla COP 27

A Sharm El-Sheikh, nella punta meridionale della penisola del Sinai, dal 6 al 18 novembre 2022 le diplomazie internazionali si confronteranno per rinnovare i loro impegni, assunti nei precedenti vertici mondiali, indirizzati a contrastare il riscaldamento globale. Una particolarità segna questa Conferenza sul clima: si apre a trenta anni di distanza dalla costituzione dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) avvenuta nel 1992 nell’ambito del Summit della Terra, svoltosi a Rio de Janeiro. È la Convenzione Quadro dell’ONU esplicitata attraverso un trattato internazionale di cooperazione per combattere i cambiamenti climatici. Oggi sono 197 i Paesi che hanno ratificato la Convezione.

Si arriva a Sharm El-Sheikh coscienti di essere in un periodo complicato dal punto di vista geopolitico. La guerra tra Russia e Ucraina, che da oltre otto mesi sta tenendo in apprensione il mondo intero, mina la serenità dei negoziatori dei vari Paesi, che si troveranno ad affrontare i numerosi temi inseriti nell’agenda della COP in un contesto pervaso dall’angoscia di un conflitto che potrà assumere una dimensione più vasta. Già all’interno dei negoziati si consuma la dialettica fra due mondi, fra il Nord e il Sud, ma anche fra l’Occidente e l’Oriente del Pianeta. Due visioni contrapposte che saranno influenzate anche dallo scontro in atto. Scontro che amplifica la distanza fra due concezioni, ognuna delle quali tende a prevalere sull’altra per costituire un nuovo assetto mondiale, capace di condizionare le future scelte economiche ed energetiche dei Paesi.

Sulla COP 27 pesa anche un altro avvenimento politico che si sta svolgendo ora negli USA e che culminerà con le elezioni di metà mandato presidenziale. Queste elezioni rappresentano un’incognita per l’amministrazione Biden. Le osservazioni degli analisti evidenziano il rischio che Joe Biden possa perdere qualche seggio al Congresso e, in particolare, alla Camera la maggioranza potrà andare in mano ai repubblicani. Al Senato l’incertezza è ancora alta. La possibilità di avere un Congresso orientato a sfavore dei democratici potrebbe mettere in discussione alcune norme che il Presidente Biden ha promosso, come quella fiscale, che ha l’ambizione di essere attenta ai cambiamenti climatici.

Effetto Brasile…

In questo quadro opaco, dominato dall’indeterminatezza, su Sharm si è abbattuto un lampo di luce… che ha schiarito l’orizzonte e ha dato speranza alla buona riuscita dei negoziati. Il lampo di luce è stato innescato dalla rielezione di Luiz Inácio Lula Da Silva alla Presidenza del Brasile. A 77 anni Lula conquista per la terza volta la guida del Paese più grande dell’America Latina. È un risultato significativo e importante per il ruolo che il Brasile potrà svolgere sui tavoli negoziali. La politica di Jair Bolsonaro, che in quattro anni del suo mandato, ha relegato il Brasile ai margini della lotta ai cambiamenti climatici, facendo emergere un’ambiguità senza precedenti già a Glasgow, nella COP 26, firmando l’accordo per invertire la perdita delle foreste e il degrado del suolo entro il 2030, mentre nel suo Paese non si opponeva all’abbattimento di tratti significativi della foresta pluviale amazzonica per favorire «agribusiness» e dare spazio ai cosiddetti «fazendeiros». Inoltre ha avviato al suo interno un mercato di scambio delle emissioni di carbonio in analogia allo schema ETS (Emissions Trading System) europeo, ma con finalità ben diverse: una facciata «green» per consentire alle imprese di emettere più CO2. Con Lula presidente il Brasile potrà dare un segnale nuovo: quello di un forte rilancio della responsabilità nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Non bisogna dimenticare che il Brasile nel 2020 ha emesso circa 470 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera, con un’emissione pro-capite di 2,2 tonnellate e un’incidenza sulle emissioni del continente Latino di circa il 30%. La quota annuale sulle emissioni globali è dell’1,34%, mentre tutta l’America Latina conta per il 5% delle stesse emissioni globali. Un atteggiamento diverso potrà servire ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi dichiarati nell’aprile del 2022 (riduzione al 2025 del 37% delle emissioni rispetto al 2005 e del meno 50% sempre rispetto al 2005 per il 2030). Un grande Paese che farà valere la sua forza negoziale e imprimerà un’accelerazione anche al programma REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) da promuovere nei Paesi in Via di Sviluppo.

Quando il prossimo 7 novembre si aprirà l’assemblea plenaria della COP 27, i Capi di Stato e di Governo dei Paesi partecipanti che interverranno, dovranno prendere atto che le emissioni globali di anidride carbonica (CO2) dalla produzione di energia e dai processi industriali sono cresciute: già nel 2021 l’incremento rispetto al 2020 è stato del 6% spingendo le emissioni globali a poco più di 36 miliardi di tonnellate (livello annuale più alto mai registrato). Parallelamente anche la concentrazione di CO2 in atmosfera, nell’ultimo rilevamento effettuato presso l’osservatorio di Mauna Loa nelle Hawaii, è aumentata raggiungendo, alla fine di ottobre 2022, il valore di 416 parti per milioni (ppm).

A Glasgow la COP 26 si chiude con l’ormai noto «Patto di Glasgow» con il quale si conferma di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro 1,5 °C e, nello stesso tempo, di rafforzare, aumentando, i target nazionali di riduzione delle emissioni (NDCs) per essere coerenti con la traiettoria di 1,5 °C. Sharm El-Sheikh partirà da questi obiettivi su cui si innestano tre elementi chiave:

  • Il primo di questi è la responsabilità a cui i Paesi non dovranno sottrarsi e, anzi, dovranno assumere con più determinazione, al fine di trasformare gli impegni presi in azioni concrete.
  • Il secondo riguarda la solidarietà che i Paesi più ricchi dovranno dimostrare per aiutare, con supporti finanziari, i Paesi più vulnerabili alla mutevolezza del clima.
  • La terza componente, che caratterizzerà il vertice, sarà l’innovazione per la ricerca di soluzioni per combattere la crisi energetica e quella alimentare: due criticità che affliggono il continente africano.
Dr. Sameh Shoukry, Ministro degli Affari esteri dell’Egitto e Presidente designato della COP 27

Sui tavoli negoziali invece saranno presenti temi scottanti che ancora non hanno trovato la giusta ed efficace applicazione e che fanno registrare un ritardo nel piano di misure per tenere sotto controllo la variabilità climatica e proteggere le Comunità più fragili con piani di adattamento. Una delle priorità sarà quella di garantire la continuità con Glasgow attraverso la finalizzazione del relativo «Patto»: a questo proposito dovranno essere sollecitati i Paesi affinché aumentino i loro NDCs già precedentemente dichiarati. Nello stesso tempo dovrà essere definito un programma di lavoro per accelerare gli interventi per la mitigazione con le finalità di rispettare la traiettoria 1,5 °C.

L’altro tema al centro dei negoziati sarà quello dell’adattamento agli eventi estremi innescati dai cambiamenti climatici. Tema che è stato affrontato anche nelle precedenti COP, ma che ora dovrà essere trattato con maggiore determinazione affinché tutte le Parti dimostrino la volontà politica per rafforzare la resilienza dei Paesi e per assistere le Comunità più vulnerabili.

L’attivazione degli strumenti finanziari è l’altro tema direttamente connesso con quello relativo all’adattamento. In questo campo si dovranno affrontare due aspetti.

Il primo riguarda il raggiungimento dei 100 miliardi di dollari all’anno da destinare ai Paesi in Via di Sviluppo per aiutarli ad attuare la trasformazione dei loro modelli di produzione e consumo, anche attraverso un trasferimento di tecnologie a basso contenuto di carbonio e a intraprendere iniziative di protezione dei loro territori.

Comunità indigene per salvare l’Amazzonia

Il secondo aspetto ha sempre una dimensione finanziaria e consiste nel perfezionare il meccanismo cosiddetto delle «perdite e danni» (Loss and damage). Meccanismo deciso in Polonia nel 2013, in occasione della COP 19 di Varsavia. L’idea che governa il meccanismo è quella di perseguire una conoscenza dei possibili impatti causati dai cambiamenti climatici e dagli avversi fenomeni da essi generati, mettendo in campo azioni e misure, comprese quelle finanziarie, rivolte a rafforzare il dialogo, il coordinamento e le sinergie, incluso il «capacity building».

Nell’agenda dei negoziati si trova anche il punto inerente alla partnership e collaborazione. Una simbiosi necessaria per consentire di raggiungere gli obiettivi e garantire che il mondo adotti un modello economico più resiliente e sostenibile, in cui gli esseri umani siano al centro dei colloqui sul clima, consapevoli che c’è una parte che non negozia: e questa è la Natura!

[ Roberto Venafro – Responsabile Ambiente e Cambiamento Climatico, Edison ]