Dal Rapporto «Verso un’economia Nature Positive», presentato al Convegno «Restoration Economy: le imprese protagoniste della riqualificazione dei territori», emerge che il degrado degli ecosistemi potrebbe costare all’Italia 60 miliardi entro il 2050. La tutela della natura genera valore economico e nuove opportunità per le imprese
Lasciare inalterata la traiettoria di degrado degli ecosistemi significherebbe per l’Italia una perdita annua di 2,2 miliardi di euro, con un impatto cumulato al 2050 di circa 60 miliardi. Al contrario, ogni euro investito nella restaurazione della natura può generare da 4 a 38 euro di valore aggiunto. È quanto emerge dal Rapporto «Verso un’economia Nature Positive», presentato durante il convegno «Restoration Economy: le imprese protagoniste della riqualificazione dei territori», organizzato dal Nature Positive Network, promosso dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po e dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile.
Il documento sottolinea come la crisi della natura non abbia solo un valore etico e sociale, ma rappresenti un rischio diretto per la stabilità dei processi economici. A livello europeo, l’inerzia porterebbe a una perdita stimata di 57 miliardi l’anno, con un impatto complessivo di 1.700 miliardi entro il 2050.
“La transizione verso l’obiettivo nature positive è molto impegnativa e richiede un forte cambio di approccio e significativi investimenti – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile – ma è economicamente fattibile, con benefici superiori ai costi. Non muoversi rischia di compromettere irreversibilmente sicurezza economica e benessere sociale”.
Il quadro per l’Italia è preoccupante: 58 ecosistemi su 85 sono in uno stato di conservazione sfavorevole, quasi la metà della superficie naturale è a rischio e solo il 9,9% degli habitat comunitari gode di uno stato favorevole. A ciò si aggiungono il consumo crescente del suolo e la qualità critica delle acque, con meno del 50% dei corpi idrici superficiali in buono stato.

“La tutela e la gestione dell’acqua rappresentano una priorità da affrontare responsabilmente e in modo collaborativo – ha ricordato Andrea Colombo, Segretario Generale facente funzione dell’Autorità di Bacino del Po -. È necessario un modello di governance pubblico-privato capace di integrare dimensione ambientale, economica e sociale”.

Per le imprese, una strategia nature positive non significa solo sostenibilità ambientale, ma anche vantaggi economici concreti: maggiore accesso al credito, nuovi mercati, innovazione e resilienza ai cambiamenti climatici. Secondo il rapporto, circa metà del PIL mondiale dipende direttamente dai servizi ecosistemici, e ignorare questa interconnessione significa esporsi a rischi crescenti.

“Restaurare la natura ha un costo elevato e centrale sarà il tema dei finanziamenti – ha sottolineato Giuseppe Dodaro, coordinatore del Nature Positive Network –. L’UE destina 115 miliardi del bilancio 2021-2027 alla biodiversità, ma servirà integrare fondi nazionali, regionali e privati. Per le imprese investire nella natura significa garantirsi resilienza e competitività”.
Il messaggio emerso dal convegno è chiaro: proteggere e ripristinare gli ecosistemi non è solo un dovere ambientale, ma una scelta economicamente strategica, capace di rafforzare la competitività delle imprese e la sicurezza del Paese di fronte alle sfide climatiche ed ecologiche.
[ Alessandra Vitale ]










































