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L’impegno della donna in difesa del Pianeta

L’8 marzo può rappresentare un’occasione anche per sottolineare l’impegno della donna in difesa dell’ambiente. Lo fa in ogni angolo del Pianeta, rivestendo ruoli istituzionali chiave o opponendosi in prima persona contro lo sfruttamento del proprio territorio  

La presenza di molte donne ambientaliste ed attiviste nel mondo evidenzia la forte relazione tra donna e natura.

L’8 marzo, nella Giornata Internazionale della Donna, è doveroso ricordare alcuni esempi di donne che rivestono un ruolo importante nella protezione del clima e dell’ambiente sul nostro Pianeta.

Le ultime elezioni americane – che hanno visto la vittoria di John Biden sul presidente uscente Donald Trump – hanno portato alla carica di vice-Presidente la senatrice Kamala Harris, 56 anni, già procuratrice della California. La figura della Harris alla vice-Presidenza degli Stati Uniti d’America è importante per le sorti dell’ambiente in quanto, con il Presidente Biden, rappresenta il rientro degli Stati Uniti negli accordi di Parigi dopo l’uscita ad opera di Trump. Ha inoltre previsto la creazione di un ufficio alla Casa Bianca destinato ad occuparsi della giustizia ambientale e climatica.

In Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, nel suo ruolo di prima ministra, a 40 anni, nonché leader nel Partito laburista Neozelandese, punta a rendere più ambiziose le azioni in materia di clima come spingere il proprio Paese a fare uso al 100% di energia rinnovabile entro il 2030.

A conferma del loro impegno in politica per la salvaguardia dell’ambiente, la vice-Presidente USA e la premier neo-zelandese intervengono oggi, attraverso videomessaggi, alla plenaria dell’Europarlamento che, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, omaggia le donne che lavorano per combattere la pandemia.

In Costa Rica, a 64 anni, si attiva la diplomatica Christiana Figueres – per sei anni responsabile delle Nazioni Unite per il clima – combattendo contro il riscaldamento globale del Pianeta. La Figueres sostiene che, per salvare il clima, la sostenibilità deve diventare la normalità per tutti noi: governi, individui, imprese.

Tornando in Europa, Tina Bru, a soli 34 anni, filo-ecologista, è ministro dell’Energia in Norvegia. Il suo lavoro mira al disinvestimento nell’energia considerata sporca per convergere verso quella pulita e alle rinnovabili. Osteggiata a livello globale dalle lobby del petrolio, la Bru non demorde.  Un esempio è dato dalla numerosa presenza di auto elettriche che si possono comodamente rifornire presso le apposite colonnine ben predisposte sul territorio.

In Francia è importante l’operato della Sindaca parigina Anne Hidalgo, 61 anni, – già vicesindaco ed assessore all’urbanistica – nel rendere Parigi sempre più verde. La tendenza green della linea politica perseguita e l’aver capito la centralità del tema ambientalista ha permesso all’Hidalgo di riconfermarsi sindaco della capitale francese per la seconda volta. La Sindaca mira, infatti, a rendere Parigi una città verde e senza inquinamento non solo moltiplicando le isole pedonali ma anche riempiendola di piste ciclabili e aumentando i trasporti alternativi attuando una dura guerra al diesel.

In Islanda – Paese che si conferma uno dei meno inquinati del mondo – la leader dei verdi di sinistra si chiama Katrin Jakobsdottir, 45 anni, prima ministra, fervente sostenitrice delle politiche a favore dell’ambiente. La premier islandese, infatti, si è posta l’obiettivo di neutralizzare le emissioni nel 2040 e ha promesso ulteriori misure per contrastare i cambiamenti climatici.

A Copenaghen l’utilizzo molto diffuso di biciclette e di energia pulita fa della capitale danese il luogo più sostenibile al mondo. Ed è in Danimarca, primo Paese produttore mondiale di pale eoliche, che Mette Frederiksen, 43 anni, socialdemocratica, ponendo la questione ambientale al centro del programma politico, si è posta l’obiettivo di ridurre del 70%, in 10 anni, le emissioni di gas serra. La Frederiksen punta, altresì, all’utilizzo di nuove tecnologie che catturino il carbonio, che permettano un’agricoltura sostenibile e che facilitino il riciclaggio della plastica con la promessa di utilizzare più di 1 miliardo di euro del recovery fund europeo per la produzione di energia rinnovabile ed iniziative per il clima.

In Germania, Katharina Schulze, 35 anni e leader dei Verdi – ad oggi secondo partito più votato nella nazione – si è presentata con una politica particolarmente attiva nel campo della protezione ambientale e climatica e ha dato prova con il suo partito dell’importanza che sta acquisendo il voto ecologista. La Schulze, recependo le istanze di cambiamento provenienti dai cittadini, ha fatto del cambiamento climatico uno dei punti fondamentali del programma dei verdi bavaresi evidenziando quanto sia importante l’energia rinnovabile e solare. Obiettivi principali della sua politica ambientalista sono: ridurre drasticamente l’inquinamento a causa delle automobili e sostenere le aziende più ecologiche.

La più giovane premier del mondo, la finlandese Sanna Marin, di soli 35 anni – già Ministro dei trasporti e delle telecomunicazioni e prima ancora nella commissione ambiente – ha proposto la costituzione di un fondo statale di almeno 2 miliardi di euro per contribuire agli investimenti ecologici e convertire l’energia pulita puntando alla carbon neutrality nel 2035. Un traguardo quest’ultimo che porterebbe la Finlandia a diventare uno dei Paesi al mondo con quota zero di emissioni. Tra gli strumenti individuati per raggiungere l’obiettivo ci sarebbe il taglio delle emissioni da traffico civile entro il 2030 e politiche di trasporto pubblico sostenibili. La premier ha previsto, altresì, di concedere sgravi fiscali a cittadini ed imprese che facciano uso di energia pulita perché per la Marin la sfida ambientale non può dissociarsi da quella economica e sociale.

Ma è stata la giovane attivista svedese Greta Thunberg, da poco diciottenne, alla guida di Fridays for Future – movimento studentesco internazionale per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico – la vera rivoluzione con le sue lotte ideologiche a difesa del clima richiamando al dovere i governanti della Terra affinché intervengano con soluzioni idonee a fermare il degrado ambientale. Nella sua impresa Greta, iniziando a soli 15 anni durante uno sciopero scolastico a difesa del clima in Svezia, è riuscita a farsi seguire non solo dai suoi coetanei ma ha mobilitato la collettività di intere nazioni. Parole semplici per coinvolgere le popolazioni ad impegnarsi a difendere tutti insieme l’ambiente. Oggi la studentessa viene ascoltata non solo dal parlamento svedese ma è considerata una leader internazionale dall’Onu e con i suoi piccoli esempi quotidiani – come girare in bicicletta, non volando in aereo ed essendo vegana – rende possibili i suoi principi ecologisti.

Le battaglie delle donne ambientaliste ed attiviste. Le donne dell’Amazzonia

Spesso molte donne ambientaliste devono affrontare battaglie a difesa dell’ambiente subendone le conseguenze in prima persona. La Giornata che celebra la donna a livello mondiale, deve sottolineare soprattutto il sacrificio di coloro che subiscono molestie, abusi, intimidazioni nel difendere il nostro Pianeta e che devono combattere su due fronti: quello pubblico per le loro denunce collettive e quello privato nel subire attacchi personali di ogni genere.

Per questo motivo è impossibile non ricordare le donne che mettono a rischio la propria vita per difendere l’Amazzonia da pratiche di deforestazione.

Il territorio amazzonico si estende per 6 milioni di chilometri e sono 9 i Paesi dell’America del Sud interessati: Brasile, Bolivia, Perù, Venezuela, Colombia, Guyana, Ecuador, Suriname e Guyana francese. L’importanza che riveste l’Amazzonia per il nostro Pianeta è data dalla funzione che ricoprono i suoi alberi, fondamentali per ripulire l’atmosfera dalla CO2, restituendo l’ossigeno vitale al nostro ecosistema.

La costante minaccia all’Amazzonia proviene da più fonti: dall’eccessivo disboscamento della foresta pluviale causato dall’azione volontaria dell’uomo nel tagliare gli alberi, dallo sfruttamento delle risorse, trivellazioni per il petrolio nonché dagli incendi dolosi ed ancora dall’inquinamento. Il sottosuolo di questo territorio è ricchissimo di minerali come l’oro giallo e nero: per trovare l’oro si utilizzano grandi quantità di mercurio nei fiumi.

Le donne che difendono il più grande polmone del nostro Pianeta sono le leader delle popolazioni indigene, donne forti che vivono nelle foreste pluviali e che frequentemente si vedono private dei loro territori. Queste donne subiscono, ad ogni loro protesta, minacce, persecuzioni, violenze e prevaricazioni di ogni genere perché non vogliono rinunciare ai loro diritti fondamentali tra i quali vivere nella loro foresta. Le lotte di queste donne resilienti sono spesso contro i governi dei loro stessi Paesi affinché si rispettino le leggi di protezione o contro l’estrattivismo, contro gli uomini che tagliano gli alberi e contro chiunque minacci il loro territorio.

Tutta questa forza e unità di ideali ha portato nel 2016 alla creazione della «Alleanza delle Donne Amazzoniche» con la presenza di donne appartenenti a 7 etnie indigene: Kichwa, Sápara, Shiwiar, Shuar, Achuar, Andoa e Waorani.

Le rappresentanti femminili più numerose dell’Amazzonia appartengono all’Ecuador e sembrerebbero le più battagliere. In particolare, si sono distinte con le loro azioni: Miriam Cisneros che dal 2017 è Presidente della regione di Sarayaku; Nema Grefa Ushigua, prima donna Presidente dell’etnia Sápara – territorio gravemente minacciato dall’estrattivismo e i cui abitanti sono stati riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale – ha cercato di opporsi alle trivellazioni delle industrie petrolifere; Patricia Gualinga, leader Kichwas, portavoce delle popolazioni amazzoniche in diversi summit internazionali e che nel 2019 ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia convocato da Papa Francesco in Vaticano.

Alla forza delle donne dell’Ecuador segue la determinazione delle donne amazzoniche del Brasile, Paese in cui vi sono circa 450 etnie diverse. Le donne dei Kayapo – la maggiore etnia indigena – si sono opposte alle restrizioni e ad ogni illegalità sulle loro terre. Qui le donne amazzoni hanno contribuito a superare le divisioni tra le loro comunità e, così unite, si sono mobilitate protestando contro le condizioni precarie in cui vivono e facendo appello alla comunità internazionale per i loro diritti fondamentali tra i quali la salvaguardia del loro territorio.

La parte amazzonica peruviana non conosce situazione diversa riguardo allo sfruttamento e alle precarietà delle popolazioni indios. Nell’enorme industria di estrazione e di trasporto dell’oro che ospita la zona, lavorano anche le donne, senza diritti e tutele in un ambiente totalmente privo di leggi.

Sono cento anni che si festeggia la Giornata Internazionale della donna. Nel mondo molte sono le donne che hanno permesso la diffusione di movimenti ambientalisti dei nostri giorni e molte altre stanno ancora lottando per la salvezza del nostro Pianeta.

[ Cristina Marcello ]