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Note a margine della COP26

Il cambiamento climatico da sospetto a dato scientifico. La certezza della responsabilità antropica. Il «cammino» delle più pesanti impronte ambientali. Il valore dell’impegno individuale, la necessità delle strategie collettive. Un lungo percorso di convinzioni, contraddizioni e consapevolezze fotografato nelle numerose tappe delle COP. E questa è l’epoca della COP26…

 

Si è conclusa da poco la COP26, Conference of Parties, ultima di una lunghissima serie nata la prima volta a Berlino nel 1995 a seguito della creazione dell’IPCC (International Panel on Climate Changes) nel 1988 e del successivo UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) entrambi enti ONU. Una delle COP più famose è la terza, quella del 1997, che portò all’altrettanto famoso Protocollo di Kyoto. Perché allora? Perché è in quegli anni che diventa evidente, dati scientifici alla mano, che è in atto un cambiamento climatico con una causalità diretta legata alle attività umane. 

I primordi del sospetto 

Ma già parecchi decenni prima se ne aveva il fondato sospetto: per quel che vale, ricordo qualcuno all’Università nel 1980 che già parlava di tipping point, punto di non ritorno. Nel 1958 Charles D. Keeling (nella foto), chimico e pioniere della nascente climatologia, aveva raccolto dati che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo, e nel 1965 l’allora presidente USA era al corrente dei cambiamenti climatici in atto e misurabili. Alla fine degli anni Settanta persino le ricchissime e gigantesche aziende del cosiddetto «Big Oil», investendo diversi milioni di dollari di allora, avevano condotto ricerche scientifiche di pregio che confermavano quanto era già noto alla comunità scientifica del settore, e al di là di ogni ragionevole dubbio, i due punti fondamentali: è in atto un cambiamento climatico e dipende dalle attività umane. Ed è già allora che inizia a germogliare la macchina del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil», per ovvii motivi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in «dibattito» tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»? Ovvero il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili (petrolio, gas naturale e carbone). Ma questa, quella della macchina del negazionismo, pur se drammatica, è un’altra storia.

La percezione del problema

La questione di cui vorrei trattare è un’altra. Innanzi tutto sarebbe opportuno usare sempre il suo vero nome: «riscaldamento globale», purché non porti ad immagini rilassanti, che so, una spiaggia ai Caraibi, tanto che in inglese qualcuno ha proposto di passare da global warming a global heating perché quel warm può far pensare al tepore di un caminetto acceso. Comunque sia, nonostante il termine cambiamento può inconsciamente far pensare ad una transizione verso qualcosa di migliore, se parlare di emergenza o crisi può avere risvolti positivi, le emergenze passano e le crisi aprono opportunità, il cambiamento climatico ci riguarda tutti. E qui sta uno dei punti cruciali: se tutti sono coinvolti allora non è coinvolto nessuno e l’assuefazione alle immagini del povero koala bruciacchiato o dell’esausto orso bianco che nuota per decine di chilometri fa il resto. Siamo tutti nella stessa barca si dice e si scatena quello che gli anglosassoni chiamano bystander effect (effetto spettatore): maggiore è il numero di persone che stanno a guardare qualcuno che affoga, minore è la probabilità che qualcuno si tuffi per salvarlo.

Se a ciò aggiungiamo che la reiterazione di messaggi, ancorché corretti soprattutto scientificamente, alla fine crea assuefazione persino in chi ha gli strumenti cognitivi per comprenderli, la cosa diventa ancora più complessa. Purtroppo si vive ancora tutto questo come «non ora, non qui». E, non ultima, l’enorme sacca di ignoranza e sfiducia nella scienza prima ancora che nei singoli scienziati, fa il resto. Ed è l’ignoranza, non solo scientifica, che crea ponti d’oro alla manipolazione, alla mistificazione dei fatti, alla propaganda intesa nella sua accezione più negativa, arrivando ad instillare dubbi o ripensamenti persino nei più attenti, complice l’enorme cassa di risonanza che i social mettono a disposizione a chiunque.

Gli anni passano, le COP sul clima si susseguono l’una all’altra, ma a quanto pare “il copioso flusso di esternazioni green che tutti ci avvolge e seduce è ancora elemento retorico, nebuloso” (Enzo di Giulio); ma nonostante ci sia una certa responsabilità dovuta all’incapacità della scienza di spiegare se stessa, di chi, pur se parte stessa del mondo accademico, veicola al suo posto messaggi che hanno lo scopo di generare ritorni economici, di potere, di immagine o vuoi solo di reputazione (e guarda caso il negazionismo ha come scopo principale l’interesse di pochi a danno di molti); questo genera un modo generalista di fare politica, che giustifica le decisioni con un «lo dice la scienza» senza aver capito cosa dice la scienza! E si torna all’ignoranza diffusa o semplicemente alla mancanza dei necessari strumenti cognitivi che portano non già a non fidarsi di questo o di quello scienziato, ma della scienza in quanto tale, che non ha mai avuto la pretesa di essere la depositaria della verità assoluta ma di avere sempre solide fondamenta di quando afferma qualcosa: fidarsi dunque perché fondata!

La cattiva… disinformazione

Dopo tutto, è dall’inizio del 2020 che è palese il come la macchina del negazionismo abbia utilizzato gli stessi mezzi, copiati alla lettera, per diffondere il dubbio e la menzogna, mentre si sta cercando di debellare la pandemia da Covid-19. Premesso quindi che le strategie utilizzate per la disinformazione scientifica sul virus sono le medesime di quelle adottate per negare l’emergenza climatica e nonostante la scelta possa portare a vivere o morire, se una percentuale cospicua dell’umanità vaccinabile, penso ad esempio ai paesi occidentali che ne hanno i mezzi, ha deciso di ignorare del tutto dati e fatti concreti, dimostrabili e replicabili, ma quanta parte dell’umanità non ha ancora realizzato che quando si parla di emergenza climatica si sta parlando di qualcosa di terribilmente e tremendamente serio? E di questa, quanta è convinta che sia…il solito complotto? Troppa a quanto pare.

A chiusura della COP26 vorrei quindi ricordare un’accusa mossa spesso ai dati che arrivano dagli enti che, da decenni, forniscono le prove del cambiamento climatico in atto e della sua origine pressoché esclusivamente antropica. In un articolo recentemente comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l’urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

Il dopo…

La COP26 non ha aggiunto molto a quel che già era noto, proprio perché assodato, e non mi stancherò mai di ripeterlo, oltre ogni ragionevole dubbio (il famoso 98% di consenso scientifico), né purtroppo lo ha fatto rispetto a quanto si era già ratificato a Parigi nel 2015 o a Kyoto nel 1997!

Né le lacrime di delusione del Presidente Alok Sharma (nella foto) potranno cambiare in un altro valore quel 40% di quei circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni prodotto da soli tre produttori (Cina, India, e Stati Uniti) su oltre 200 paesi o, peggio ancora, se si confrontano le emissioni pro-capite di un cittadino USA con uno della Gran Bretagna (il triplo). E non consola sapere che l’Europa e gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte dei virtuosi, perché proprio in questi giorni ci giungono le immagini delle città indiane soffocate dall’inquinamento che è soltanto l’altra faccia della stessa medaglia: l’emergenza climatica.

Nonostante le numerose ratifiche e gli impegni, sul metano, della deforestazione, sul carbone, i problemi di sempre restano gli stessi: nessuna certezza sulla fattibilità più che sulla validità, poche alternative energetiche davvero in grado di implicare uno sguardo di insieme: da una parte quelli che credono si possa risolvere tutto con le auto elettriche, l’eolico e il fotovoltaico, e rinunciando alla bistecca; dall’altra quelli che, tra malati di assuefazione e negazionisti fino all’ormai è troppo tardi, continuano a dire che va bene così.

Concludo ricordando che è ormai tantissimo tempo che, con operazioni studiate a tavolino, si sta cercando di spostare l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire, parafrasando John Kennedy, cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare la crisi climatica, il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa.

Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta. Dobbiamo ridurre le emissioni, non serve l’IPCC per saperlo; non basta compensarle, a partire da adesso e non tra 10 o 30 anni! Ma se la guida di quasi 8 miliardi di esseri umani continuerà ad essere appannaggio di populisti, sovranisti e paternalisti la strada è tuttora in salita, ripida; soprattutto perché a questi quasi 8 miliardi l’evoluzione ha insegnato a non fare programmi per un futuro troppo lontano né tanto meno preoccuparsi di ipotetici benefici che avranno le generazioni future.

Alla prossima COP, perché ce ne sarà un’altra.

[ Giacomo Milazzo ]