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Processi delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico: la politica è sufficiente?

La COP26 ci ricorda che sono passati 26 anni dalla prima conferenza delle parti e ancora i Governi non si sono accordati su soluzioni definitive, concrete e migliorative. Non è solo la politica a doverci trainare  verso un mondo migliore. L’uomo per primo deve riconsiderare il suo rapporto con la natura e con gli altri

 

L’accordo di Parigi è stato meglio di nessun accordo, ma mentre gli ottimisti lo hanno accolto come una tappa importante per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, gli idealisti, i realisti e i pessimisti hanno dovuto affrontare la delusione di non avere raggiunto un traguardo più ambizioso e vincolante.

Certo è che all’epoca, nel 2015, vivevamo ancora in un mondo che, almeno all’apparenza, teneva i pezzi insieme, tutti più o meno superficialmente soddisfatti, nonostante le disuguaglianze economiche e sociali, le crisi politiche ed economiche e le guerre visibili e invisibili in corso. Vivevamo rinviando un’azione climatica significativa, continuando a cercare palliativi e scappatoie per mantenere l’illusione che stavamo facendo bene nella lotta contro i cambiamenti climatici. Poi, però, è scoppiata la pandemia e, per un momento, il mondo si è fermato. La COP26 ha saltato l’anno 2020, rimandata al 2021. E così Glasgow è arrivata in un momento in cui tutti siamo abbiamo vissuto sulla nostra pelle gli effetti dei cambiamenti climatici e la perdita della biodiversità, con una pandemia, Covid-19, che ha scosso il mondo. Eppure, invece di muoverci repentinamente verso qualcosa di nuovo, abbiamo creato un mondo parallelo, pieno di riunioni online e webinar, tenendoci tutti occupati e più distanti gli uni dagli altri, adattandoci a un modello robotizzato, fingendo che la vita riprendesse e che in qualche modo, un giorno saremmo tornati alla normalità. A una normalità che tutti sappiamo non era normale.

Glasgow è stata sede della COP numero 26, COP26. Il che significa che durante le ultime 25 COP a partire dal 1995, i Governi del mondo non hanno fatto progressi straordinari nel rendere il mondo migliore per le generazioni future. Forse sono riusciti a trovare accordi per il presente, ma ciò che sarebbe servito, azioni e impegni concreti, si sono rimandati di anno in anno.  Non siamo riusciti a riconoscere che un’eguaglianza di diritti e un uso sostenibile delle risorse è ben più importante delle regole del mercato. Non siamo riusciti a riconoscere che gli esseri umani dipendono dalla natura e che la natura è ben più di una discarica a cielo aperto. Non siamo riusciti a vedere che non sono necessariamente i cervi che attraversano la strada, ma possibilmente sono le strade che attraversano le foreste. Non siamo riusciti a trovare un accordo sul fatto che dovremmo produrre e consumare meno e meglio, e rivisitare le nostre ambizioni economiche. Non siamo riusciti a trovare un accordo sul passaggio dal petrolio e dal carbone a energie rinnovabili più sostenibili. Non siamo riusciti a trovare un accordo sul bisogno di un pensiero e una strada nuovi, verso una sostenibilità globale.

L’accordo di Parigi è costruito interamente su impegni volontari dei paesi. Anche se un accordo è meglio di nessun accordo, non ha avuto un effetto migliore di un sedativo. Forse, a volte, preferire un non accordo, col caos conseguente e momentaneo che ne consegue, può portare a un azzeramento, per poi resettare tutto su basi nuove e più solide.

Non sarebbe più sano pianificare e implementare processi di trasformazione con campagne e attività di sensibilizzazione, attingendo dalle conoscenze indigene e dai movimenti ambientalisti, riformulando i messaggi mediatici su azioni di sostenibilità, piuttosto che su nuovi modelli di consumo? Non dovremmo attuare scelte basate sulla natura, invece di aspettare che i Governi abbassino il loro livello di difesa nei tavoli di lavoro, aggrappati agli ego nazionali, invece di allinearsi riduzioni sensate e sane? Non dovremmo forse aprire più biblioteche e librerie e meno ristoranti, non dovremmo fare escursioni nella natura, piuttosto che stare seduti davanti ai televisori e ai computer, investire meno nella tecnologia e più nelle relazioni umane, fare più ricerca sulla psiche e sulle dinamiche umane? È giusto dare alla politica il potere di pilotare il nostro futuro, o forse di tratta di capire meglio e impegnarsi di più su come crescere meglio i nostri figli, come coltivare il nostro cibo e come trovare una realizzazione umana più profonda? I modelli di ruolo a cui siamo condizionati, incoraggiano la competizione piuttosto che la solidarietà. Si, abbiamo le leggi, ma non la giustizia. Perseguiamo la gratificazione immediata, ma non le conquiste durature e di valore. Oggi più che mai abbiamo bisogno di pensieri e comunità visionari e uniti per incoraggiare, difendere e sostenere leader coraggiosi.

Arrivare a Glasgow, in questi tempi di Covid, non è stato scontato, così come non lo è stato mantenere l’entusiasmo vivo nell’unirsi a una causa per un mondo migliore. Rispondere a tutte le richieste ed essere certi di seguire appropriatamente le regolamentazioni, suscettibili di improvvisi cambiamenti, compilare moduli vari per potere valicare le frontiere, ha generato una certa ansia persino ai caratteri più tranquilli. Il check-in all’aeroporto, alla frontiera inglese e alla zona blu dell’UNFCCC, ha spesso causato confusione, e non sempre le condizioni sono state applicate allo stesso modo per tutti. Il sorriso e la cortesia che si ricevevano una volta arrivando al banco dell’aeroporto erano lontani, sostituiti da voci e istruzioni robotizzate con la richiesta di codici e moduli a portata di mano, pena il divieto di partire. Per non parlare della assoluta e ingiusta speculazione sugli alloggi con prezzi esorbitanti, che hanno penalizzato parecchi delegati. A Glasgow, i rituali della mattina non erano attorno al caffè, piuttosto attorno al kit del test Covid-19 fai da te, che generava un certo timore finché la linea positiva non appariva sull’astuccio. Mentre camminavo tra i padiglioni e gli stand, guardando le persone intorno a me, che correvano da una riunione all’altra, freneticamente occupate ognuno nei loro impegni, mi chiedevo se alla fine tutto ciò avrebbe portato a qualcosa di effettivo, e se avessimo preso coscienza che dovremmo lavorare insieme in modo diverso, affrontando la realtà, che il sistema così come è si basa su una impalcatura non funzionale, destinato a fallire, e che bisogna ricostruirla con telai, assi e molle più sane.

La frase che meglio riflette il risultato della COP26 è: incrementale ma insufficiente.

Sono stati fatti progressi in diverse aree chiave: è stata riconosciuta l’interconnessione tra natura e cambiamento climatico. I Governi sub-nazionali hanno avuto uno spazio importante, così come il riconoscimento di un’azione a multi livelli. All’ordine del giorno c’è lo sviluppo di un programma di lavoro per definire un obiettivo globale sull’adattamento. Le parti hanno convenuto che occorre fornire molto più sostegno finanziario ai Paesi in Via di Sviluppo, anche se il capitolo perdite e danni è ancora parecchio lontano dai risultati desiderati. La COP26 ha incluso rappresentanti del Sud globale, donne, giovani e popoli indigeni. Abbiamo sentito storie da parte di giovani attivisti in tutto il mondo e proprio i giovani hanno dimostrato che possono influenzare la politica climatica in un momento di crisi. Infine, gli accordi hanno mantenuto viva la speranza di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C, ma anche qui si poteva fare di più.

Mentre il Natale si avvicina e con esso nuove e allarmanti varianti Covid, ci ritroviamo di nuovo limitati negli spostamenti, e nella possibilità di godere della bellezza del mondo – o di ciò che ne rimane – e di riunirci con i nostri cari più lontani. E la domanda che aleggia nell’aria è: siamo felici? Più che felicità io, attorno a me, vedo frustrazione. È vero che riusciamo ad acquistare un nuovo prodotto con un clic, ma non possiamo abbracciare nostra nonna.

Ed più che di COP o Covid, il punto torna agli esseri umani e al nostro modo di essere. Le domande e le soluzioni vanno ben al di là delle politiche e si trovano piuttosto su un livello filosofico, antropologico, sociologico e soprattutto psicologico più profondo: perché vogliamo accumulare più di quanto ci serve se un giorno lasceremo le cose materiali qui? Perché diffidiamo l’uno dell’altro e creiamo giardini separati, piuttosto che un parco comune che ognuno di noi può curare e condividere? Mi chiedo se è la paura della morte che ci fa diventare onnipotenti, avidi ed egoisti e finiamo per danneggiare ciò che potremmo invece godere e condividere naturalmente. Che è semplicemente la vita.

[ Stefania Romano ]

Coordinatore Globale, CitiesWithNature, ICLEI