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Il decalogo della lotta al rifiuto per rendere possibile una società del riciclo

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di Roberta Di Giuli • Meno rifiuti, più benessere. È l’appello indirizzato alle aziende e alla distribuzione organizzata lanciato da Associazione Comuni Virtuosi, Italia Nostra e Adiconsum nell’ambito della settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti

Tutti allertati nella lotta al rifiuto. A lanciare l’appello è l’Associazione Comuni Virtuosi, Italia Nostra e Adiconsum che, al grido “Meno Rifiuti-Più Benessere in 10 mosse”, presentano un documento condiviso con cui si rivolgono direttamente al mondo della produzione e della distribuzione per sollecitare 10 azioni, strategiche ma utili e facilmente attuabili nel breve e medio termine, per dare una risposta concreta al problema dell’impatto ambientale di imballaggi e articoli usa e getta.

Il problema è urgente ed il ritardo accumulato spinge ormai a soluzioni immediate.

Arruolati nella strategica lotta un folto gruppo di Enti locali (300), associazioni nazionali e locali e singoli cittadini, che hanno sottoscritto il documento condiviso o firmato la petizione. Tra questi paladini del buon senso ecologista: i Comuni di Lucca, Lecco, Perugia, Trento, Pesaro, le provincie di Lecco e Avellino, l’Assessorato all’Ambiente della Regione Campania. Tra le associazioni nazionali hanno aderito Greenaccord, Fare Verde, MDF-Movimento Decrescita Felice, Slow Food Italia, Cittadinanza Attiva, Altroconsumo e l’Associazione Borghi Autentici d’Italia.

Rifiuto… al rifiuto

L’iniziativa apporta un contributo significativo nell’ambito della Settimana Europea per la riduzione dei Rifiuti (17-25 novembre), un evento che mette al centro della pubblica attenzione l’esigenza di ridurre drasticamente la quantità dei rifiuti, aumentare la produzione eco-compatibile, allungare la vita dei prodotti e promuovere consumi attenti e responsabili.

Ad aumentare il livello di attenzione al problema, le stime allarmanti della Banca Mondiale che annunciano come la crescita della popolazione mondiale e lo sviluppo economico dei Paesi emergenti comporterà nei prossimi 10-15 anni un raddoppio dei rifiuti solidi urbani attualmente prodotti che ammontano a 1,3 miliardi di tonnellate circa e dei relativi costi di gestione. A fronte di questo, infatti, non è un dato particolarmente significativo il calo dell’1,88% dei rifiuti prodotti rispetto al 2010 valutato nel «Rapporto Banca dati sulla raccolta differenziata 2011». Siamo ancora lontani, infatti, dall’obiettivo del 65% di Raccolta differenziata (già conseguito e superato da altri paesi europei) se il ritmo di crescita annuo del livello di RD continuerà ad attestarsi su percentuali modeste come l’incremento del 2,27% avvenuto nel 2011 rispetto all’anno precedente. La percentuale di raccolta differenziata, secondo i dati del rapporto, passa infatti dal 33,26% del 2010 al 35,5% del 2011.

Italia fanalino di coda in Europa

Una classifica di cui andare ben poco fieri se nella lista dei Paesi europei che gestiscono con successo il problema rifiuti, noi occupiamo il posto numero 20 su 27 Stati membri e rientriamo tra i 12 Paesi della classifica che hanno basse performance di gestione dei rifiuti. Quali le cause di tanta incapacità?

In pochi punti: politiche deboli o inesistenti di prevenzione dei rifiuti, assenza di incentivi destinati ad evitare la messa in discarica e, di conseguenza, uno scarso sfruttamento del riciclaggio e riutilizzo dei rifiuti e l’inadeguatezza delle infrastrutture.

 

Prende la via della discarica in Italia ancora quasi il 50% della sua produzione totale di rifiuti che ammonta a 15 milioni di tonnellate. Senza considerare che per non aver provveduto a bonificare gran parte delle nostre 255 discariche di rifiuti illegali e incontrollate, nel rispetto di una sentenza del 2007 della Corte di giustizia Europea, incorriamo ora in una multa da 56 milioni di euro.

Questo contesto nazionale richiede un forte bilanciamento «a monte» nello sviluppo dei processi di produzione industriali che sono responsabili della quantità e qualità dei prodotti che vengono immessi in commercio nel rispetto del principio della responsabilità estesa del produttore.

Inversione di rotta?

Il Bel Paese deve rimboccarsi le maniche e iniziare una seria politica di raccolta. Come? Puntando innanzitutto sulla prevenzione e sulla produzione eco compatibile per creare velocemente le condizioni affinché l’Italia diventi una «Società del riciclo». Tanto più che l’industria del riciclo viene riconosciuta come uno degli assi portanti della green economy in grado di creare occupazione 10 volte di più rispetto allo smaltimento in discarica e all’incenerimento.

I dieci «comandamenti» individuati per avviare un approccio positivo e sistematico al problema partono dall’esperienza degli altri più virtuosi Paesi europei che registrano migliori tassi di riciclo e una minore produzione di imballaggi. In quanto a produzione di imballaggi a livello pro capite, il dato disponibile, relativo a qualche anno fa, ci poneva al terzo posto in Europa.

Discorso a parte meritano gli imballaggi in plastica, per i quali sono riproposte le considerazioni espresse recentemente dal Commissario europeo per l’Ambiente Janez Poto?nik che indica due principali obiettivi che l’Europa deve raggiungere nella gestione della plastica: la riduzione del suo conferimento in discarica e la sostituzione del recupero energetico con quello meccanico, oggi fermo, in media, al 24%.

Questo obiettivo si aggiunge agli altri… Non mancherà occasione per valutare, a opportuna distanza, se la spinta da più parti avrà finalmente destato l’Italia!

 

 

Roberta Di Giuli


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? Firma la petizione

 

10 AZIONI PER L’INDUSTRIA UTILIZZATRICE DI PACKAGING E LA GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA DA METTERE IN PRATICA SENZA INDUGI E PROMUOVERE CON UN’APPROPRIATA COMUNICAZIONE

1) Sostituire tutti gli imballaggi non riciclabili, che impediscono un riciclo efficiente o che compromettono la qualità del riciclo con imballaggi riciclabili andando verso l’impiego di monomateriali (o imballaggi di più materiali, tra di loro facilmente separabili e per i quali esista una filiera del riciclo). Inoltre nell’impiego di materiali teoricamente riciclabili o compostabili come ad esempio il PLA (o acido Poli-lattico) va verificato se la filiera di raccolta esistente al momento sul territorio nazionale è in grado di gestire il materiale senza disfunzioni e se lo stesso può essere effettivamente compostato o riciclato con metodologie meccaniche o chimiche. Stessi accorgimenti sono applicabili dal mondo della grande distribuzione organizzata (GDO) per il packaging dei prodotti a marca propria e nei confezionamenti dei prodotti alimentari che avvengono nei punti vendita.

2) Ridurre il peso degli imballaggi con l’eliminazione dei doppi imballaggi e componenti accessori all’imballaggio superflui e la messa in commercio di prodotti iperconcentrati o allo stato solido . Tra i doppi imballaggi (o packaging secondario) di cui si può fare a meno ci sono le confezioni di cartoncino che contengono dentifrici o altri prodotti di detergenza per il corpo e gli involucri impiegati per avvolgere le due confezioni di caffè macinato utilizzati da molte marche note, sostituibili con una grafica dell’imballaggio primario che evidenzi l’impossibilità di un acquisto separato delle 2 unità. Alcuni componenti accessori dell’imballaggio, oltre a complicare conferimento e riciclaggio quando non separabili, costituiscono uno spreco evitabile come ad esempio tappi e fascette per richiudere le confezioni ma anche i manici dei flaconi. Si può tranquillamente tornare a fare a meno dei tappi a vite o a linguetta applicati a contenitori in tetrapack soprattutto quando termosaldati e difficilmente separabili. Esistono in commercio soluzioni riutilizzabili che possono assolvere alle stesse funzioni garantite dalle parti accessorie (come clip e mollette per richiudere le confezioni al posto delle fascette). Ripensare le formulazioni dei prodotti in particolare nel settore della detergenza dove il principale ingrediente è l’acqua e mettere a disposizione prodotti iperconcentrati o in forma solida si possono evitare tonnellate di plastica, ridurre i viaggi dei camion e le emissioni di CO2 complessive dovute alla produzione, distribuzione e riciclo del packaging.

3) Sostituire o eliminare negli imballaggi quelle componenti che ne impediscono o complicano il riciclaggio come le etichette sleeves e l’uso di additivi, coloranti e composti esterni. Le etichette sleeves che rivestono tutto il contenitore creano enormi problemi quando sono di diverso materiale plastico rispetto al contenitore che rivestono.  Per motivi tecnici ed economici vengono scelte in PVC in molti casi e applicate su contenitori in PET. Questa pratica compromette il riciclaggio sin dalle prime fasi di selezione. A causa della sleeve in PVC il contenitore in PET non viene riconosciuto dai lettori ottici degli impianti di selezione automatica e viene scartato finendo in discarica o negli inceneritori visto anche l’insostenibilità economica della selezione e rimozione manuale dell’etichetta. Se le bottiglie di plastica delle bevande fossero tutte di PET trasparente la riciclabilità sarebbe ottimale (evitando selezioni per colore e massimizzando il valore del materiale riciclato) ed è per questo motivo che in Giappone è consentito produrre solo bottiglie trasparenti.

 

4) Ottimizzare l’impiego dei materiali e del design dei contenitori ai fini di un riciclo efficiente. Una nota marca ha lanciato una nuova confezione basica senza manico e in PET per un suo detersivo comunicando i motivi della scelta. Una riduzione dell’eterogeneità delle plastiche con l’utilizzo di polimeri più pregiati ai fini del riciclo è stata perseguita recentemente da aziende leader della GDO in Canada dove per il confezionamento in house verranno usati contenitori e vaschette termoformate in PET invece che in PVC. Questa decisione ha non solamente sottratto il pvc alle discariche e soprattutto dagli inceneritori (il pvc è il precursore delle famigerate diossine) ma sta condizionando anche le decisioni sul packaging che le aziende di marca stanno prendendo.

5) Promuovere l’uso di contenitori a rendere (anche in plastica infrangibile)

6) Utilizzare ove possibile materiale riciclato per realizzare il packaging al posto di materia vergine.

7) Adottare un sistema di marcatura/etichettatura degli imballaggi che possa comunicare in modo chiaro e trasparente al consumatore il grado di riciclabilità dell’imballaggio stesso. Sulla base di questo grado di riciclabilità potrebbe essere fissato il livello di contributo ambientale che tale imballaggio deve pagare al sistema di raccolta.

8) Nei punti vendita della GDO: favorire la nascita di circuiti specifici a «filiera breve» raccolta-riciclo-riprodotto, anche con sistemi a cauzione come avviene ad esempio in molte catene GDO centro europee.

9) Nei punti vendita della GDO: eliminare l’imballaggio eccessivo e ridurre il consumo di sacchetti monouso per l’ortofrutta. Per quanto riguarda alcuni prodotti alimentari confezionati in loco (ad es. i formaggi) è possibile ridurre l’imballaggio alla sola pellicola eliminando i vassoi in polistirolo. Nel settore ortofrutta si può ridurre il consumo di sacchetti monouso mettendo a disposizione dei clienti una soluzione riutilizzabile come i retini in cotone o poliestere proposti dalla campagna Porta la Sporta con l’iniziativa Mettila in rete.

10) Nei punti vendita della GDO: favorire un cambio di abitudini che spinga i cittadini consumatori al riutilizzo di contenitori portati da casa e all’adozione di prodotti con parti intercambiabili adatti all’uso multiplo in quanto unica strategia possibile ed efficace per ridurre il consumo usa e getta. Per quanto riguarda i prodotti acquistabili sfusi con contenitori riutilizzabili del settore detersivi e detergenti per la casa e la persona è stato rilevato da negozi specializzati in prodotti sfusi che, quanto più ampio è l’assortimento a disposizione dei clienti, tanto maggiore diventa lo smercio con questa modalità. La GDO può guidare le scelte dei consumatori dalle versioni usa e getta a versioni adatte all’uso multiplo mettendo a disposizione e valorizzando queste ultime. Partendo da un oggetto usato quotidianamente come lo spazzolino da denti va notato che l’offerta di modelli con testine intercambiabili è quasi inesistente o poco visibile. Solamente la Coop ha in assortimento un modello di spazzolino con testine intercambiabili a marca propria (realizzato in Italia) in tutti i punti vendita. Tutti i modelli di spazzolini presenti in assortimento sugli scaffali delle maggiori insegne della GDO sono spazzolini monouso che per lo più arrivano dalla Cina, tranne un unico modello che non è però capillarmente diffuso nei punti vendita.