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Riparare è meglio che comprare

Si delineano i contorni di una responsabilità produttiva che supera il concetto di obsolescenza programmata per rispondere alle sempre più forti esigenze ambientali. Un tema centrale nei confronti previsti in occasione della Settimana dello Sviluppo Sostenibile al via dal 30 maggio

Riparare un oggetto rotto, costa molto meno che sostituirlo. E i nostri antenati – che avevano una conoscenza più tangibile del valore del danaro – lo sapevano bene: ma quante volte, alle prese con elettrodomestici, automobili, prodotti destinati all’uso quotidiano, mal funzionanti per una ragione o per l’altra, vi siete sentiti dire «ripararlo? Non conviene» o, anche «ormai tanto vale comprarne uno nuovo», e tante altre frasi scoraggianti per il nostro portafoglio? Eppure, se noi osservassimo con cura, soprattutto nei dettagli, lo stile di vita di chi ha saputo costruire una situazione finanziaria solida, se non addirittura florida, ci accorgeremmo che il suo status finanziario deve molto a una solida frugalità raccontata da camicie con polsini sostituiti, scarpe eleganti e di marca, vecchie di qualche anno ma con le suole ricostruite. Vedremmo in cucina un forno a microonde di magari 15 anni fa, che funziona ancora perfettamente dopo essere stato riparato un paio di volte. E nel garage troveremmo un’auto con moltissimi chilometri alle spalle, ma tenuta in condizioni egregie. E curata amorevolmente, anche con l’attenzione con cui si è provveduto a riparare un impianto elettrico debole, a sostituire le marmitte ormai esaurite dal tempo, a rifare completamente le sospensioni. Con buona pace dei teorici dell’obsolescenza programmata – più o meno assolutisti – e della sua inevitabilità.

Ed è proprio la tendenza a reagire all’obsolescenza programmata, al centro di un importante processo di cambiamento, consolidatosi negli ultimi anni, che pone al centro le tematiche ambientali e la necessità della tutela del pianeta, in chiara contrapposizione con la frenesia della sostituzione del vecchio col nuovo a tutti i costi.

Se ne parla dal 30 maggio

Le sfide dell’economia circolare saranno nuovamente la priorità della Settimana Europea per lo Sviluppo Sostenibile (www.edsw.eu), che inizierà il 30 maggio. “Molti settori sono già orientati verso questo concetto e gli utenti sono sempre più inclini ad adottare un approccio responsabile a livello ambientale» afferma Vincent Grivaud (Sales director di Faurecia Clarion Electronics).
L’impressione generale è che – grazie anche alla vita che, da dieci anni, non è più la stessa per la Grande Crisi – sia in atto un progressivo cambio di paradigma, che suona come una grande risposta verso l’obsolescenza programmata, finalizzata a soddisfare le aspettative dei cittadini particolarmente sensibili alla tematica ambientale. E tutto parte proprio nel riavvicinarsi alla cultura dei nonni: che non gettavano un qualsiasi apparecchio che non funzionava, ma cercavano meticolosamente di individuare – o farlo fare ad altri – una soluzione per ripararlo, sostituendo componenti guasti o rimettendoli in sesto.

Nel nostro Paese siamo purtroppo soltanto agli inizi di questo lungo percorso di cambiamento. L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile, nata nel 2016, ha presentato al Governo Italiano lo scorso 4 ottobre il terzo rapporto annuale, contenente una analisi della situazione in Italia rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Il rapporto include progressi e ritardi, proposte e situazione articolata regione per regione. E andando più in profondità, per quanto riguarda il dodicesimo obiettivo (dei diciassette in cui si articola il rapporto), titolato «Consumo e Produzione Responsabili», si sono riscontrati segnali consistenti di miglioramento sui comportamenti degli Italiani, al punto da auspicare già a partire dal 2020 ulteriori passi avanti, rispetto alla tabella di marcia.

Rotto o da buttare?

Per la tutela dell’ambiente e del portafoglio, è sempre bene ricordare che un prodotto difettoso non è necessariamente da buttare. Di norma non si sostituisce un’auto con una nuova, perché quella che possediamo è rotta! (anche se c’è chi lo fa). Quindi, perché mai si dovrebbe acquistare un prodotto elettronico che non funziona più? Perché riparare un navigatore satellitare, una radio o un quadro strumenti potrebbe essere cinque volte più conveniente che comprare un dispositivo nuovo. Una centralina motore difettosa sarà esattamente uguale a una nuova dopo aver sostituito alcuni componenti o aver resettato o aggiornato il software.

È tutta una questione di buon senso, quello stesso buon senso che ci spinge a visitare gli sfasciacarrozze, per vedere se un certo pezzo di ricambio è disponibile a un prezzo inferiore a quello praticato dal ricambista ufficiale. Tuttavia, per applicare tale concetto su larga scala, è necessario riconsiderare l’intero sistema produttivo, e ripensare drasticamente ai prodotti, che per essere «riparabili» devono essere progettati dai rispettivi costruttori in modo che possano realmente esserlo. Anche le reti di distribuzione devono essere predisposte a questo compito. Nel settore automobilistico, ad esempio, i produttori che riparano moduli elettronici hanno ridefinito la loro struttura e rivisto una serie di equilibri economici.

È anche vero che il processo di riparazione richiede una particolare struttura, non sempre disponibile. È necessario un processo di logistica all’avanguardia per la distribuzione e la restituzione dei componenti riparati che abbia tempi di risposta accettabili, oltre a team di ingegneri e tecnici qualificati che possano avere accesso alle apparecchiature più recenti.

La verità di fondo è questa: ogni azienda dovrebbe allontanarsi dal tradizionale concetto di assistenza post-vendita. Perché dare nuova vita ai componenti richiede esperienza e capacità di analizzare, comprendere e persino sviluppare risorse e soluzioni che rispondano correttamente all’incredibile varietà di guasti possibili.

Prima di diventare istintivo, l’ambientalismo nasce da un desiderio e dall’implementazione di risorse, strutture e processi tangibili che rendono tale desiderio possibile.

Oggi, la tecnologia del settore automobilistico sta diventando sempre più complessa: la riparazione stimola la sostenibilità e, di conseguenza, garantisce una maggiore durata di vita del prodotto. E quindi, una sua maggiore appetibilità per il consumatore. Un ragionamento che, per le Case automobilistiche, può tradursi in una concreta opportunità. Ma il nostro timore è che le logiche di marketing facciano prevalere i numeri delle vendite e gli obiettivi di fatturato annuale, su una logica di medio e lungo periodo che potrebbe essere ancora più premiante.

[ Alessandro Ferri ]