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IL GHIACCIO CHE FORMA LE NUBI

Secondo uno studio di Isac-Cnr, i microorganismi che vivono nel ghiaccio marino possono influenzare la composizione dell’atmosfera, con possibili effetti su precipitazioni e clima


Il ghiaccio marino polare è un ambiente complesso e caratterizzato da condizioni estreme, ma che ospita tuttavia al suo interno una grande varietà di microrganismi in grado di tollerarle. La presenza di questi microrganismi nel ghiaccio gioca un ruolo chiave non solo per la biologia degli oceani ma anche per la composizione dell’atmosfera soprastante, con potenziali conseguenze sul clima globale. È quanto afferma uno studio elaborato dai ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) e pubblicato dalla rivista Scientific Reports. “Grazie al metabolismo degli organismi che vivono al suo interno, risulta una delle principali fonti di azoto organico contenuto nel particolato atmosferico di alcune regioni dell’Oceano Australe limitrofe alla calotta antartica”, spiega Marco Paglione, assegnista di ricerca presso l’Isac-Cnr di Bologna. “La concentrazione e la composizione del particolato atmosferico (o aerosol) a loro volta contribuiscono in maniera sostanziale alla formazione e alle caratteristiche delle nubi, elementi chiave nella regolazione del clima di tutto il pianeta”.

La campagna internazionale Pegaso – Plankton-derived Emission of Gases and Aerosols in the Southern Ocean per due mesi ha analizzato campioni di aria, acque marine e ghiaccio marino in Antartide, per studiare l’interazione oceano-atmosfera e comprendere quali siano le sorgenti di aerosol che contribuiscono alla formazione di nubi nell’atmosfera incontaminata della regione. “Queste misure sinergiche hanno dimostrato appunto che il microbiota contenuto nel ghiaccio marino e nelle aree limitrofe dell´oceano è una sorgente significativa – precedentemente sconosciuta – di componenti organici azotati misurati in atmosfera” sottolinea Paglione. “Dato il ruolo fondamentale dei composti azotati nella formazione, evoluzione e riduzione dell’acidità degli aerosol”, conclude Cristina Facchini dell’Isac-Cnr, “questi risultati richiedono un maggiore sforzo nella simulazione del comportamento degli ecosistemi marini nei modelli climatici che si pongono come obiettivo la predizione del cambiamento climatico nell’Oceano Antartico”. Oltre a Icm-Csic e Isac-Cnr, il progetto Pegaso ha visto anche la partecipazione della National University of Ireland (Galway), dell´Università di Birmingham e del Plymouth Marine Laboratory (Regno Unito), dell´Università di Mainz (Germania), dell’Istituto per la ricerca sulla biodiversità e l’Ambiente (Argentina), dell’Istituto meteorologico finlandese (Finlandia) e dalla società di ricerca tecnologica Aerodyne Inc (USA). 

a.p.

[ 25 Lug 2017]