Il futuro verde dell’ILVA in 10 pagine
Tanti sono i fogli che compongono il documento elaborato dagli esperti chimici nominati dal gip Patrizia Todisco titolare dell’inchiesta sull’inquinamento ambientale prodotto dall’ILVA.
Inchieste che non hanno colpito gli stabilimenti del gruppo Riva attivi in Francia e Germania in quanto già allineati agli standard oggi richiesti allo stabilimento di Taranto per far rientrare nei parametri di Legge i 6 impianti dell’area a caldo posti sotto sequestro. Ad esempio i sistemi di monitoraggio in continuo dei parametri inquinanti delle emissioni derivanti da impianti in cui sono trattati termicamente rifiuti, previsti dal D.M. 5 febbraio 1998, dovevano essere installati sin dal 17 agosto 1999, e questa è solamente la premessa dello studio svolto dagli esperti.
L’indice viene poi puntato sul mancato adeguamento alle Bat, ovvero le migliori tecnologie possibili sugli impianti, che incide negativamente su gran parte del ciclo produttivo, dal valore delle emissioni dei tre forni fusori del calcare alle criticità rilevate nella fase di «sinterizzazione» dell’area agglomerazione ove è stata rilevata “la mancata adozione del trattamento a umido dei fumi”, causata dalla mancanza delle acque necessarie al trattamento stesso. Ed ancora Bat non uniformemente applicate nell’area altoforno ed in quella dell’area acciaieria ove lo stoccaggio di pet-coke avviene, cosa che non dovrebbe essere, all’aperto.
La sostanza degli interventi é tale da porre qualche interrogativo sul futuro dello stabilimento, anche assai più costosa potrebbe rivelarsi la chiusura rispetto al risanamento.









































