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Una minaccia si aggira negli oceani: le masse di pomici vulcaniche

Pomice

Martin Jutzeler, ricercatore del NOCS, ha studiato il movimento di una zattera di 400 km quadrati di pomice emessi da Havre, un vulcano sottomarino nel sud-ovest del Pacifico. Ideato un sistema per testare il moto seguendo e prevedendo gli spostamenti legati alle correnti e ai moti ondosi

 

•• Ad un primo esame si ha la sensazione di ritrovarsi nel passato, a Pompei o ad Ercolano, durante l’eruzione del Vesuvio, o ancora in Indonesia quando esplose il Krakatoa con le grandi nubi che avvolsero il cielo e i mutamenti climatici conseguenti, non solo nelle zone colpite ma in tutto il mondo, come accadde più di recente con il St. Helen o il Pinatubo!

Ma le minacce che i vulcani possono portare nel mondo, oltre naturalmente a terremoti e tsunami, sono costituite anche da qualcosa che è difficile comprendere, ma che tecniche di avanguardia hanno posto in evidenza e accertato: le grandi masse di pomici eruttate dai vulcani sottomarini che vagano con le correnti oceaniche, formando isole o come sono state definite «zattere» capaci di complicare la vita alla navigazione o di porre a rischio l’agibilità dei porti e delle rade portuali.

L’allarme è venuto da uno studio del Centro Oceanografico nazionale di Southampton e dalla locale università che hanno anche messo a punto un sistema di rilevazione che potrà permettere di trovare e seguire gli spostamenti di queste zattere e favorire così la navigazione e la protezione dei porti.

Conoscere per… gestire

Noto come «zattere di pomice», questi grandi accumuli mobili di frammenti di pomice possono contaminare un’area considerevole degli oceani i cui effetti si moltiplicano e si prolungano per decenni.

Zattera di pomice nell'Oceano PacificoMartin Jutzeler, ricercatore del NOCS ed una squadra di colleghi, applicando il sistema da loro ideato hanno testato il moto di una zattera di 400 km quadrati di pomice emessi da Havre, un vulcano sottomarino nel sud-ovest del Pacifico, seguendo e prevedendo i possibili spostamenti legati alle correnti e ai moti ondosi.

La squadra dei ricercatori che ha incluso elementi dell’Università di Tasmania in Australia, dell’Università di Otago in Nuova Zelanda e dell’Università di Stanford negli Stati Uniti, ha esaminato i risultati confrontandoli con le immagini satellitari e con le osservazioni dirette di equipaggi in navigazione. Il risultato è l’accertata possibilità di riprodurre accuratamente modelli realisti del moto di superficie di queste masse. Una metodica che può essere anche agevolmente estesa anche al rilevamento di numerosi altri oggetti frutto dell’attività umana o rilasciati da organismi marini.

Le «zattere di pomice» possono andare alla deriva per anni, riempirsi di acqua, affondare o arenarsi sulle coste con inevitabili danni all’ambiente. Bob Marsh del Dipartimento di Oceanografia Fisica all’Università di Southampton, ha sottolineato l’opportunità di sviluppare una migliore comprensione della loro formazione, movimento e dispersione. Ha anche ricordato i dettagli dell’operazione: “la zattera di pomice indicata nella nostra ricerca si era formata per un’impressionante eruzione sottomarina della caldera vulcanica di Havre nel luglio 2012. La sua grandezza è divenuta importante per la nostra ricerca. L’eruzione era infatti lontana da interferenze litoranee”.


Roberto Mostarda