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Biodiversità e politiche economiche

Nel Summit sull’Ambiente di Rio de Janeiro del 1992 la conservazione della biodiversità fu per la prima volta indicata come azione di tutela del bene pubblico

Il ruolo e la rilevanza delle politiche per la conservazione della biodiversità possono essere effettivamente compresi solo nel momento in cui si riconoscano le conseguenze socio-economiche della perdita di biodiversità

 

La biodiversità da un lato fornisce una varietà di beni e servizi a sostegno delle attività naturali e umane, costituendo un elemento di importante caratterizzazione del benessere a livello locale, regionale e nazionale. Dall’altro, è minacciata da una pluralità di attività umane di produzione e consumo, con conseguente pregiudizio per la stabilità e la sopravvivenza degli ecosistemi, così come della loro capacità di fornire beni e servizi. Pertanto è importante affrontare il problema di come e se tali elementi possano essere integrati in contesti di pianificazione o di scelte politiche e negli schemi valutativi. È infatti oramai riconosciuto che la conservazione della biodiversità è fondamentale per garantire lo sviluppo presente e futuro delle società umane. Le attività umane si sono sviluppate grazie alla biodiversità e da essa dipendono l’approvvigionamento di cibo, fibre, medicinali e tutte le altre risorse rinnovabili. La biodiversità fornisce i cosiddetti servizi ecosistemici tra cui servizi di forniture (acqua, cibo, legno e fibre), servizi di regolazione (ciclo del carbonio, stabilizzazione del clima, assetto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclo dei rifiuti, qualità dell’acqua), servizi culturali (valori estetici, ricreativi e spirituali), servizi di supporto (ad esempio formazione di suolo, fotosintesi, riciclo dei nutrienti) e servizi di protezione contro il rischio (ad esempio un alto livello di biodiversità in agricoltura contribuisce a garantire la sicurezza alimentare). La conservazione della biodiversità come tutela di un bene pubblico internazionale è stata riconosciuta nel 1992, durante il primo Summit Internazionale dei Capi di Stato sull’ambiente di Rio de Janeiro, con la sottoscrizione della Convenzione Internazionale sulla Diversità Biologica [http://www.cbd.int/], ratificata oggi da 192 Paesi. Questo costituisce il primo accordo globale riguardante tutti gli aspetti della biodiversità, che sancisce con forza il concetto secondo cui la tutela della diversità biologica è parte integrante e fondamentale del processo di sviluppo economico e sociale. Nel 2006, la Commissione Europea ha messo a punto un Piano d’Azione finalizzato a preservare la biodiversità e ad arrestare la sua perdita, sia all’interno dell’Unione Europea (UE) che a livello internazionale. L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 1994 e per rispettare gli impegni presi sia in ambito globale che europeo ha messo a punto una Strategia Nazionale per la Biodiversità.

La biodiversità presupposto per lo sviluppo socio-economico

In termini economici, il motivo per mantenere un’elevata biodiversità è legato alla perdita dei benefici connessi alla sua conservazione. Il rapporto «Millenium Ecosystem Assessment» ha sottolineato come la biodiversità e i servizi ecosistemici costituiscano un presupposto fondamentale per lo sviluppo socio-economico e come la loro perdita possa essere una fonte di insicurezza alimentare e maggiore vulnerabilità economica. Inoltre, la perdita di specie, sottospecie o varietà comporterebbe una serie di conseguenze negative, tra cui danni ecologici come il degrado della funzionalità degli ecosistemi, danni culturali dovuti alla perdita di tradizioni umane legate alla biodiversità, e danni economici connessi alla perdita di risorse genetiche e del loro potenziale di sfruttamento economico. I cambiamenti climatici rappresentano un’ulteriore minaccia per la conservazione della biodiversità. Di contro, la biodiversità aiuta a mitigare gli effetti estremi dovuti al clima. In generale, una ricca varietà di specie in un ambiente ne aumenta la resilienza, ossia la sua capacità di tornare a posto in seguito ad uno stress. Il Quarto Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha evidenziato come la biodiversità sia uno dei settori più vulnerabili e come i precedenti Rapporti dell’IPCC abbiano sottostimato gli impatti sugli ecosistemi e la biodiversità. Il Quarto Rapporto stima che l’aumento medio della temperature globale tra i 2 e 3 gradi al di sopra dei livelli pre-industriali potrà metterà a rischio di estinzione tra 20% e il 30% delle specie considerate. Alla luce di queste considerazioni, si può quindi intuire perché politiche volte a tutelare la biodiversità abbiano un alto valore economico. Tuttavia, per quantificare correttamente i benefici di tali politiche è necessario stimare in modo accurato il valore economico dei beni e servizi collegati ad un alto grado di biodiversità. Tale valutazione è complicata dal fatto che sussistono non solo valori d’uso (diretto ed indiretto come ad esempio la protezione degli habitat naturali), ma anche valori che sono indipendenti dall’uso (ad esempio i benefici che derivano dalla consapevolezza che altri potranno beneficiare della stessa risorsa in futuro dal solo fatto di sapere che una risorsa è protetta). Mentre per i valori d’uso si possono usare gli approcci di «mercato», i valori di lascito o di esistenza richiedono altre metodologie di valutazione contingente nelle loro varie accezioni, schematizzati nella tabella 1. La quantificazione economica monetaria dei benefici connessi alla biodiversità permette di definire politiche di conservazione efficienti ed efficaci dal punto di vista economico, utilizzando lo strumento dell’analisi costi e benefici, estensivamente applicato dall’economia ambientale. Ad oggi, esistono diversi strumenti internazionali di tutela e conservazione della biodiversità, per lo più sottoforma di convenzioni e di accordi.

Le politiche che aumentano il rischio

La biodiversità può essere danneggiata anche da politiche che apparentemente non la riguardano. Esiste infatti un potenziale conflitto tra tutela della biodiversità ed obiettivi economici ed ambientali. Tre sono gli esempi rilevanti a questo proposito. Le politiche agricole, le politiche commerciali e le politiche energetiche e di mitigazione dei cambiamenti climatici. Le monoculture incentivate da sussidi agricoli (come ad esempio il mais e la soia negli Stati Uniti e in Argentina) riducono la biodiversità e la resa della terra. Nel passato, la Politica Agricola Comunitaria ha promosso di fatto modelli agricoli intensivi e con elevato grado di meccanizzazione, favorendo danni rilevanti per le specie, le razze e le varietà di interesse agrario, come pure per i paesaggi agrari di tutta l’Europa. Allo stesso modo, le politiche commerciali possono favorire pratiche agricole non sostenibili o mettere a rischio fauna e flora. Tuttavia, di recente, l’Unione Europea sta prestando una maggior attenzione alla sostenibilità di tutte le sue politiche. In ambito agricolo, la PAC mira a ridurre l’intensificazione agricola e gli impatti sulla biodiversità. In merito alle politiche energetiche e di mitigazione dei cambiamenti climatici, diversi Paesi hanno adottato dei target di consumo minimo di energia da fonti rinnovabili. Nel settore dei trasporti, biocarburanti e i bioliquidi costituiscono la principale fonte di energia rinnovabile. L’aumento della domanda di questi combustibili potrebbe avere l’effetto di incoraggiare la distruzione di terreni ricchi di biodiversità. Tuttavia, la Direttiva di promozione delle rinnovabili del 2009 riconosce esplicitamente la necessità di definire dei criteri di sostenibilità. La Commissione in due Comunicazioni ha chiarito che la produzione e l’utilizzo di biocarburanti non può compromettere la tutela della biodiversità, identificando le categorie di terra ad alto valore di biodiversità e specificando le aree che non possono essere utilizzate per la produzione di biocarburanti.

[ Carlo Carraro ]

Rettore Università Ca’ Foscari, Venezia