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L’agricoltura della quantità minaccia la biodiversità

Fao Madagascar
In Madagascar produzione del riso e allevamento ittico convivono: l’uomo pesca mentre l’agricoltore monda il vicino campo di riso [Photo: ©FAO/Jeanette Van Acker]

di Roberta Di Giuli • Il sistema agricolo moderno innesca seri problemi alla salvaguardia delle specie con ricadute sulla salute dell’uomo e del Pianeta. Nel libro «Sustainable Diets and Biodiversity» della FAO la fotografia di una situazione allarmante e la necessità di delineare nuovi paradigmi produttivi

 

“I nostri sistemi alimentari devono subire «trasformazioni radicali», nella direzione di un impiego più efficiente delle risorse, di una maggiore efficienza ed equità nel consumo del cibo, e di diete più sostenibili”. A puntare il dito è Barbara Burlingame esperta FAO della Divisione Nutrizione e Protezione del Consumatore”, e autrice della prefazione del libro «Sustainable Diets and Biodiversity» («Diete sostenibili e Biodiversità»). “Le diete sostenibili – precisa – consentono un consumo di cibo con una minore impronta ecologica in termini di risorse idriche e carbonio, promuovono la biodiversità, aiutano a preservare cibi locali e tradizionali, con le loro numerose specie e varietà ricche dal punto di vista nutritivo”. “Esse contribuiscono inoltre alla transizione verso un’agricoltura e sistemi alimentari guidati ed attenti ai valori nutrizionali degli alimenti, oltre che intelligente sul piano climatico”.

I dati che preoccupano

Fao cover libro

Al problema fame nel mondo si è sempre risposto per lo più in termini di fornire «quantità» di cibo sufficiente, come si legge nel libro. Il problema è che il prezzo da pagare per la quantità è la perdita della biodiversità a dei ritmi impressionanti, con ricadute sulla salute umana e con il delinearsi di una nuova priorità: la questione della «qualità» dei sistemi agricoli e alimentari. Le diete povere, per fare un esempio, sono infatti strettamente connesse con l’aumento di malattie non trasmissibili come il diabete e le affezioni cardiovascolari. A ciò si aggiunga che a fronte dei 900 milioni di persone che soffrono la fame al mondo, se ne contrappongono altre, molte di più, sovrappeso o obese, con una stima sulla carenza di micronutrienti come vitamina A, ferro, o iodio, che riguarderebbe circa due miliardi di persone, spiega la Burlingame.

Fao contadini in una risaia

Il libro sostiene che su 47.677 specie valutate dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, 17.291 sono state definite a rischio d’estinzione e questo grazie anche al ruolo giocato dalle diete e dai metodi di produzione alimentare moderni. “Nonostante i notevoli passi avanti fatti dall’agricoltura negli ultimi tre decenni, precisa la Burlingame, appare però chiaro a tutti che i sistemi alimentari e le diete continuano a non essere sostenibili”. L’alto impiego di mezzi di produzione industriali in agricoltura ed i trasporti su lunghe distanze hanno reso i carboidrati raffinati ed i grassi abbordabili dal punto di vista dei costi e disponibili in tutto il mondo. Questo ha portato ad una semplificazione delle diete ed a fare sempre più affidamento solo su un numero limitato di alimenti energetici, privi di nutrienti di qualità, con una pesante impronta ecologica in termini di carbonio e consumo di risorse idriche. Peraltro questi tipi di cibi vanno anche a scapito del sapore, della diversità e della tradizione gastronomica e culturale locale.

Un dato per riflettere: attualmente tre coltivazioni di base – mais, grano e riso – forniscono da sole il 60 per cento dell’apporto energetico di origine vegetale, mentre con la crescita del reddito di alcune economie in via di sviluppo, sempre più persone abbandonano gli alimenti tradizionali vegetali sostituendoli con diete ricche di carne, prodotti caseari, grassi e zuccheri. “Occorre cambiare il paradigma della produzione agricola per riuscire ad integrare la dimensione della qualità nutrizionale nelle nostre decisioni in relazione a cosa produrre e dove”, scrive Emile Frison, Direttore Generale di «Bioversity International», che ha sede a Roma. “Questo ci obbliga ad andare oltre le coltivazioni principali di base e guardare invece alle centinaia e migliaia di specie vegetali ed animali «neglette e inutilizzate» che fanno la differenza tra una dieta sostenibile ed una non sostenibile”.

 

Roberta Di Giuli