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Processi partecipati nella conservazione di biodiversità e paesaggio

Tre Cime di Lavaredo-Dolomiti

di Stefano Leoni • Il WWF, per perseguire l’obiettivo di vivere nel rispetto della natura, ha promosso un’azione partecipativa su due livelli: istituzionale e di riflessione culturale, e progettuale

 

Il concetto di «partecipazione» costituisce oggi un riferimento complesso: nato negli anni ’60-’70, come aspirazione e declinazione disciplinare, in ambito politico e urbanistico, è divenuto oggetto di riflessione, di evoluzione di metodologie e tecniche e di dibattito nell’ambito di vari contesti. Dal 1992, in occasione della Conferenza di Rio, con l’approvazione dell’Agenda 21, l’importanza della partecipazione anche in campo ambientale è stata affermata a livello internazionale e successivamente anche dalla «Convenzione di Aarhus» e da quella europea sul Paesaggio (art. 5-c). Il WWF Italia, una delle prime associazioni ambientaliste istituite in Italia, ha tradizionalmente promosso la «partecipazione », in quanto questa costituisce l’essenza della pratica del Terzo settore in generale, oltre a rappresentare la naturale conseguenza dell’approccio educativo e di cambiamento culturale, assunto dalla nascita dell’associazione. Dal 2000, inoltre, il WWF propone e pratica la strategia di conservazione ecoregionale della biodiversità che vede nella partecipazione di attori e comunità locali uno dei pilastri fondanti. A fronte della progressiva e preoccupante perdita di biodiversità, questa strategia ha il pregio di concentrare risorse in aree prioritarie per la biodiversità (alla macro-scala, le ecoregioni) e di promuovere processi concertati e partecipati (alla meso e micro-scala) nella definizione di Piani di Azione con obiettivi, tempistiche, azioni e responsabilità stabilite per raggiungere tali obiettivi. Il WWF quindi riconosce alla partecipazione il ruolo di fondamentale approccio e di percorso di condivisione per adempiere alla propria mission, ossia contribuire alla costruzione di società capaci di vivere nell’armonia e nel rispetto della natura. Si promuove la partecipazione su due livelli: dal punto di vista istituzionale e di riflessione culturale e da quello progettuale, coniugando quindi l’approfondimento e il confronto tra buone pratiche e sperimentando azioni sul territorio.

Un lavoro di gruppo tra specialisti

Data la complessità dei temi in oggetto, il WWF ha istituito un Gruppo di esperti in processi partecipati che hanno messo a disposizione le proprie esperienze in questo campo per declinare nella pratica la partecipazione a fronte delle esigenze di tutela della biodiversità. Dal punto di vista progettuale, oltre a sperimentare direttamente Agende 21 Locali o processi partecipativi applicati a Piani di Gestione di Siti d’importanza Comunitaria e a Piani di Azione a livello regionale (come nel caso della Toscana), nel 2007 è stato creato un Gruppo di Lavoro di enti pubblici, dei 14 esistenti in seno al Coordinamento Nazionale Agende 21 italiane, destinato a fare rete tra soggetti interessati e attivi sul tema «Partecipazione, paesaggio e biodiversità» (PABIPA). In questo ambito, è stato inoltre promosso un «Premio Nazionale per i processi partecipati alle politiche per il Paesaggio e la Biodiversità». La necessità della sperimentazione è dettata dall’innovazione della pratica partecipativa nella gestione della cosa pubblica e dal fatto che, laddove i percorsi partecipativi sono stati più sviluppati, questo è avvenuto in ambiti urbani e relativamente a tematiche proprie della città (mobilità, verde urbano, inquinamento, ecc). La biodiversità e il paesaggio, invece, sono temi nuovi da questo punto di vista: sono però portatori di contenuti importanti capaci di far interpretare l’uomo non «fuori» dalla biodiversità ma all’interno della diversità del vivente, valorizzando per di più il valore della diversità (culturale, sociale, agricola, ecc). Il ruolo dei processi partecipati è stato in particolare oggetto di una delle 8 linee guida realizzate dal WWF nell’ambito del progetto «Verso una strategia nazionale per la conservazione della biodiversità » (2009) – [http://www.minambiente. it/export/sites/default/archivio/allegati/ biodiversita/Verso_la_strategia/TAVOLO_ 1_PARTECIPAZIONE_completo. pdf] – contribuendo all’adozione della strategia da parte del Ministero dell’Ambiente (ottobre 2010). Tale lavoro di sistematizzazione sulla partecipazione mostra che in questo campo si stanno sperimentando vari livelli: da quello scientifico (condivisione delle conoscenze scientifiche) a quello istituzionale, a quello più locale, nella direzione dei più tradizionali percorsi di Agenda 21 Locale. In Italia si stanno mettendo in campo una serie di strumenti alquanto diversificati (dall’ecomuseo alle interviste dirette, dai forum istituzionali agli incontri di vicinato, dagli studi tecnici alle mappe del paesaggio elaborate dalle comunità locali, ecc). La direzione e la sfida sono quindi volte al confronto e all’integrazione tra saperi locali e saperi esperti.

Oltre il «localismo»

La convinzione sottesa a questi percorsi è che il legame con il territorio sia una chiave molto importante per una riappropriazione di senso e di responsabilizzazione nei confronti della natura, in una visione per così dire «positiva» delle società, senza condanne morali o disfattiste. Assumono quindi importanza le relazioni materiali e immateriali che una comunità intesse con il proprio territorio e le strategie messe in atto per la salvaguardia, grazie a tale patrimonio, della propria identità e autonomia. Il «locale» diventa quindi centrale in un’ottica di solidarietà globale, dei territori contigui o distanti, distinguendosi in modo netto dal «localismo». A partire da tali considerazioni, anche l’IUCN riconosce ufficialmente i cosiddetti «Patrimoni di comunità», percorsi e strumenti di gestione individuati come una delle quattro possibili macro-categorie di gestione di Aree naturali protette. In quest’ottica, risulta interessante indagare l’idea di natura e di paesaggio che è insito in una comunità locale, promuovendo un principio «unificante» e non dicotomico, che evidenzia i legami tra le società e l’ambiente, nella convinzione che la risoluzione del problema ambientale non sia solo tecnologica oppure da affidarsi ad esperti. Si crede, invece, che un lavoro comune che coinvolga esperti, istituzioni, associazioni, facilitatori, tutti gli attori del territorio, e che metta in gioco l’«intelligenza collettiva», possa essere particolarmente proficuo per raccogliere gli aspetti positivi del rapporto con il territorio.

La «scala della partecipazione»

Altro aspetto importante da sottolineare riguarda la pratica stessa della partecipazione: non si ritiene che possa rappresentare un processo spontaneistico, senza regole e valido in tutte le occasioni: occorre infatti stabilire il contesto, i «livelli », i «paletti» nell’ambito dei quali avviare in modo progressivo e trasparente tutti i passaggi della cosiddetta «scala della partecipazione». Il rischio insito nei discorsi sulla partecipazione si è d’altra parte già in alcuni casi verificato: essa può essere utilizzata come uno «slogan» buono per tutte le occasioni, di ricerca demagogica del consenso, evidenziando ancora una volta una grande distanza tra il dichiarato e l’agito. Se si interpreta la partecipazione con un’ottica solo strumentale, essa risulterà svuotata di senso e perderà il suo valore costruttivo di processo culturale a lungo termine. Il fine deve essere quello di una società più giusta, più equa, più inclusiva nei processi decisionali, non il raggiungimento del consenso su scelte che riguardano il territorio.

Stefano Leoni

Presidente del WWF Italia