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Cambiamento climatico, incognita sul futuro

cop22

Si è conclusa a Marrakech la COP22. Sulla lotta al riscaldamento globale peseranno le decisioni dell’amministrazione Trump. L’Italia si candida a ospitare la COP nel 2020

È giunta al termine la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico nota come COP22. Si tratta del primo grande appuntamento internazionale per fare il punto sul tema dopo la COP21 di Parigi dello scorso anno, in cui è stato raggiunto uno storico accordo per combattere il riscaldamento globale. 

La COP21 di Parigi

La Conferenza di Parigi ha rappresentato, dopo numerosi tentativi falliti, l’ultima chiamata per raggiungere un accordo vincolante a livello globale per l’abbattimento delle emissioni di CO2. Un percorso che fino ad allora aveva registrato una serie di insuccessi, a partire dal Protocollo di Kyoto. Il trattato redatto in Giappone nel 1997 prevedeva l’obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre, nel periodo 2008-2012, le emissioni di gas serra in una misura non inferiore al 5% rispetto a quelle registrate nel 1990. Benché ratificato nel corso degli anni da 175 Stati, l’accordo fu sostanzialmente inefficace dato che il documento non fu siglato dagli Stati Uniti (a quei tempi i principali produttori di gas serra al mondo) e non imponeva obblighi di riduzione a quei Paesi – i cosiddetti BRICS, tra cui la Cina – considerati all’epoca in via di sviluppo e che hanno aumentato nel corso degli anni le emissioni di CO2 in maniera esponenziale. Dopo diversi altri tentativi falliti (da Copenaghen a Doha), i grandi assenti di Kyoto si sono finalmente seduti al tavolo di Parigi con propri obiettivi di riduzione. La COP21 ha quindi coinvolto gli Stati responsabili del 97% delle emissioni globali, mentre a Kyoto erano soltanto il 12%. Quattro i punti fondamentali dell’accordo parigino: contenimento dell’aumento di temperatura globale entro 1,5 gradi, stop all’incremento delle emissioni di gas serra, verifica degli obiettivi ogni 5 anni e versamento di un contributo ai Paesi meno abbienti per aiutarli a sviluppare energia in maniera sostenibile. Alcune di queste disposizioni sono vincolanti a livello legale, mentre ad altre è possibile aderire su base volontaria. Per la prima volta ha contribuito attivamente al dibattito anche il settore privato, che in un sistema economico di libero mercato è di fatto il principale attore del processo di decarbonizzazione. 

Preoccupazione a Marrakech

TrumpSottoscritto a dicembre 2015 da 195 Paesi, l’accordo di Parigi è entrato in vigore lo scorso 4 novembre sulla spinta della ratifica di Stati Uniti d’America e Cina – che producono insieme il 38% delle emissioni di gas serra complessive – annunciata in occasione del G20 di Hangzhou. Un momento storico, che potrebbe perdere valore se il futuro Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse mettere in pratica quanto ha finora dichiarato sul tema. In passato, il Presidente eletto USA ha definito il cambiamento climatico come “un concetto inventato dai cinesi per rendere meno competitiva l’industria manufatturiera degli Stati Uniti”, e nel 2014 si chiedeva come, alla luce di un inverno particolarmente freddo, il Governo americano potesse continuare a spendere soldi nella lotta al riscaldamento globale.  Valutazioni che trovano discorde la quasi totalità della comunità scientifica, che ritiene che il climate change sia una minaccia concreta e sempre più attuale: basti pensare che il 2016 è stato l’anno caratterizzato dalle temperature più alte da quando si effettua questo tipo di misurazioni.

Il rischio più grande è costituito da un eventuale ripensamento della nuova Amministrazione Usa sugli impegni assunti a Parigi, che potrebbe spingersi fino alla cancellazione della promessa di Obama di erogare fondi ai Paesi in via di sviluppo per aiutarli nel processo di contenimento delle emissioni di CO2. Un’iniziativa che potrebbe avere ricadute negative sull’impegno di altri Paesi e di conseguenza causare veri e propri disastri ambientali. Il fallimento dell’accordo di Parigi comporterebbe un potenziale aumento della temperatura media globale di 4 gradi centigradi, con effetti irreversibili come lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei livelli degli oceani e lunghi periodi di siccità in diverse parti del mondo.

BankimoonLe delegazioni di diversi Paesi presenti alla Conferenza di Marrakech hanno espresso preoccupazione. Per il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, “gran parte degli Stati che formano gli Usa hanno capito l’importanza di affrontare i problemi legati al cambiamento climatico, sono sicuro che il nuovo presidente non potrà far altro che assumere gli impegni conseguenti”. In particolare, Stati come la California “stanno agendo con grande serietà per abbattere le emissioni. Non è più possibile arrestare il processo, ce ne pentiremmo amaramente e comprometteremmo le future generazioni”. Il segretario di Stato uscente Usa John Kerry, intervenuto a Marrakesh, ha voluto lanciare un segnale di ottimismo alla comunità internazionale: “Posso dirvi che gli Stati Uniti manterranno tutti gli impegni in materia di clima che sono stati fissati. Saranno le forze del mercato e non quelle politiche a determinare il corso dell’accordo sul clima di Parigi”.

Dalla conferenza sono arrivate notizie buone, come la ratifica dell’accordo da parte dell’Australia, e altre decisamente negative. Un gruppo di Paesi facenti parte del G20 (Argentina, Australia, Canada, Arabia Saudita, Turchia e Usa) sono in grave ritardo rispetto alla tabella di marcia per la riduzione delle emissioni. I programmi dell’Unione Europea sono stati invece ritenuti ancora poco ambiziosi: al Vecchio Continente viene dunque chiesto un salto di qualità. 

Italia leader in Europa e pronta a ospitare COP 2020 

Prima della COP21 l’Unione Europea aveva stabilito una serie di obiettivi da raggiungere entro il 2030: riduzione del 40% delle emissioni di CO2, incremento del 27% dell’efficienza energetica e raggiungimento di almeno il 27% di rinnovabili nel mix di generazione continentale. Alla luce del traguardo ancora più ambizioso (1,5 gradi centigradi) posto dalla COP21, i target europei dovranno essere rivisti a rialzo, ma il trend sembra essere positivo. Un processo in cui l’Italia gioca un ruolo chiave. Secondo il «Renewables 2016 Global Status Report», il rapporto di REN21 (organizzazione delle Nazioni Unite che riunisce Governi, Organizzazioni internazionali, ONG e Associazioni di settore), il nostro Paese lo scorso anno ha destinato allo sviluppo green 9,9 miliardi di euro, con un incremento di quasi 3 miliardi rispetto al 2014. Inoltre, il 66% delle imprese italiane ha stabilito target di emissione assoluti, mentre il resto del mondo è fermo al 44%.

GallettiIn rappresentanza del nostro Paese è intervenuto alla COP22 il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Gian Luca Galletti, che ha siglato a Marrakech un accordo con l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS) – rappresentativa di 44 stati insulari situati in tutti gli oceani, di cui 39 membri delle Nazioni Unite – per la formazione di giovani negoziatori sul clima provenienti dalle piccole isole. Obiettivo è sviluppare la capacità di condurre negoziati internazionali con particolare attenzione a temi quali lo sviluppo sostenibile, la salvaguardia degli oceani e il cambiamento climatico, con riferimento all’attuazione dell’accordo di Parigi e dell’Agenda 2030.

“Questo progetto va nella direzione di quel trasferimento di conoscenze che è necessario alle piccole isole per affrontare gli obiettivi climatici” ha commentato Galletti. “Da tempo abbiamo avviato interventi di cooperazione bilaterale molto forti con le piccole isole del Pacifico e caraibiche, per interventi mirati sull’efficientamento energetico, sullo sviluppo delle rinnovabili, sulla gestione delle acque e la depurazione e sulla gestione dei rifiuti. Non basta il trasferimento di risorse, serve lavorare anche sul rafforzamento delle competenze”. Nella conferenza stampa conclusiva, Galletti ha poi tirato le somme sul dibattito di Marrakesh. “La COP22 ha fatto registrare una spinta ad andare avanti in primis da Paesi come Cina, India e Brasile e dobbiamo essere soddisfatti che credano fino in fondo nell’accordo di Parigi. Il mondo globalizzato deve avere consapevolezza della necessità di politiche ambientali per crescere”. Sulla road-map per contenere la temperatura globale entro i 2 gradi, il Ministro osserva come “per la prima volta si dividono, con finanziamento ad hoc, le politiche di adattamento da quelle per la mitigazione, e l’Italia conferma l’impegno economico per l’aiuto ai paesi africani per le politiche di adattamento con un aumento di 5 milioni di euro rispetto ai 75 complessivi già previsti”. I Paesi devono essere disponibili a una valutazione periodica dell’andamento del loro impegno, “ma fuori dall’Europa non è così scontato. Il segnale positivo di Marrakesh è che tutti i Paesi hanno dichiarato di voler proseguire”.

Il Ministro Galletti poi ha lanciato “la candidatura dell’Italia a ospitare la COP nel 2020. L’accordo di Parigi è più necessario che mai anche a fronte  dei cambiamenti nel mondo, come il fenomeno dei migranti climatici che secondo stime ONU potrebbe interessare 250 milioni di persone entro il 2050” conclude il Ministro. “È impossibile fermare i migranti con i muri. Non funziona con la povertà o con le guerre, figuriamoci con il cambiamento climatico”.


Paolo Magnani
[18 Nov 2016]