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Parchi naturali: tra limiti e opportunità

di Mario Tozzi • Malgrado svolgano un ruolo cruciale di tutela e conservazione della natura, le aree protette non godono di buona salute. A rischio, quindi, la loro funzione e la possibilità di diventare un’occasione di sviluppo economico

Novantanove anni fa, in Svezia, veniva istituito il primo parco nazionale per la conservazione e la tutela del patrimonio naturale. A tutt’oggi, nel vecchio continente, cambiano le maggioranze governative e le amministrazioni locali, ma i parchi naturali restano, giocando ormai un ruolo istituzionale fondamentale. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico qualitativo e basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite la varietà biologica e la sua evoluzione naturale. Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darci troppo peso, dall’acqua all’aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Da questo punto di vista l’Italia è custode di una straordinaria varietà di specie animali e vegetali, grazie alla sua particolare posizione e alla sua conformazione. Vivono in Italia oltre 57.000 specie animali, più di un terzo dell’intera fauna europea, e 9.000 specie di piante, muschi e licheni, ovvero la metà delle specie vegetali del continente. Ben 5.000 tra animali e piante sono poi le specie tipicamente italiane, endemismi che rendono unico il nostro ambiente.

Territorio a rischio

Ma come stanno i parchi italiani oggi? Non troppo bene, in realtà, a causa di un’impressionante serie di attacchi che vanno dall’uccisione di orsi, lupi, aquile reali o grifoni, alla speculazione edilizia, all’insofferenza dei vincoli di protezione ambientale, agli incendi, alla caccia di frodo o al semplice vandalismo. Qualsiasi cosa purché non si limitino i privilegi di chi un certo territorio l’ha sempre sfruttato per proprio tornaconto. Dove ci sono, si colpiscono le specie-simbolo per attaccare chi è riuscito a fare passare la percentuale di territorio protetta nel nostro Paese dal 3% di vent’anni fa ad oltre il 10% di oggi. Ma l’obiettivo non dichiarato è quello di tornare all’assalto sistematico del patrimonio naturalistico della nazione. Nel caso delle uccisioni di animali, siccome la perdita di una specie è per sempre, si tratta di un danno irrimediabile almeno quanto la distruzione di un pezzo del patrimonio artistico e monumentale del Paese. E si tratta anche di una perdita economica: attorno a specie simbolo come orsi e lupi è nata e fiorita l’economia di intere regioni, che ha portato a livelli di ricchezza impensabili in precedenza paesini sconosciuti ai più come Villetta Barrea o Civitella Alfedena.

Nel 2007 poi, circa 10.000 ettari sono stati bruciati nelle sole aree dei parchi nazionali italiani: una quantità spaventosa, se si considera che in genere si tratta di zone protette e sorvegliate. E prima degli incendi la speculazione edilizia, la costruzione di migliaia di seconde case, che rimangono per la gran parte dell’anno disabitate ma che costituiscono un danno paesaggistico permanente. I parchi e le aree protette in Italia sono stati e sono una resistenza alla cementificazione del territorio che procede al ritmo insensato di 150.000 ettari all’anno (il cosiddetto liberismo edificatorio o bulimia costruttiva). Sono istituzioni che reggono grazie alla saldezza di una legge nazionale (la 394) che è ancora più che buona e che, semmai, deve essere applicata meglio, non mutilata. Sono però migliaia i casi di costruzioni abusive ben dentro i parchi 80 81e le aree protette. Caccia e agricoltura intensiva tengono infine costantemente sotto assedio il perimetro dei parchi non permettendo di funzionare come un polmone di ossigenazione di territori più vasti.

Conservazione e tutela

Il rimedio a questo stato di cose sta evidentemente nell’impegno per la tutela della ricchezza della vita e nel fare in modo che i parchi possano tornare a svolgere in via prioritaria l’attività primaria per cui sono stati creati: conservare e tutelare natura e ambiente. Se poi favoriscono lo sviluppo economico tanto meglio (è quasi sempre così), ma se ciò non accade vanno finanziati e tutelati lo stesso. Invece si continuano a vedere i parchi solo come imposizione di vincoli a un non meglio specificato sviluppo e ci si oppone a nuove istituzioni come quello del Gennargentu, progettato da anni e mai realizzato. I parchi non si fanno contro la gente, ma, dove esistono le ragioni scientifiche di conservazione, tutelano un patrimonio che travalica le realtà locali e risponde a un interesse generale e a un bene comune che abbiamo il dovere di trasmettere alle generazioni future.

Purtroppo quando tira aria di crisi economica il primo a rimetterci è l’ambiente (e, alla fine, l’uomo, tanto per chiarire subito che i due aspetti sono legati), solo che cinquant’anni fa non se ne accorgeva nessuno, e oggi, invece, il consumo di territorio è diventato un’emergenza internazionale che va ben al di là della sola realtà italiana.

Lo sviluppo attacca il capitale ecosistema

Una considerazione finale sulla crescita economica vista, però, da un angolo visuale geo-bio-fisico è obbligatoria. Uno sviluppo infinito non è, direi per definizione, possibile, come non lo è una crescita continua e senza soste del PIL, è dunque difficile illuderci che questi siano i veri parametri da tenere in considerazione. Varrebbe la pena di ricordare che l’economia è un sottosistema della biosfera e quando l’espansione economica attacca l’ecosistema, si sacrifica un capitale naturale che ha un valore superiore al capitale generato. Si tratta in definitiva di una crescita che produce più svantaggi che vantaggi e che impoverisce invece di arricchire, una specie di antieconomia (come la definisce l’economista Herman Daly). È ovvio che qualcuno trae comunque vantaggi da una crescita antieconomica, quindi non ha nessuna intenzione di cambiare, ma tutti gli altri entrano inevitabilmente in sofferenza. Il problema è che questo qualcuno possiede le leve del potere e ritiene che la sostenibilità sia solo una moda passeggera e che, prima o poi, si tornerà al mito della crescita infinita. Ma qualunque sottosistema, come quello economico, deve smettere di crescere e adattarsi alle leggi delle fisica che regolano il mondo naturale: un’economia in crescita perenne è semplicemente un’impossibilità biofisica. Purtroppo gli economisti pensano che il capitale prodotto dagli uomini sia un sostituto del capitale naturale e non, come è, semmai complementare. L’esempio della pesca è illuminante: la quantità di pesce oggi pescabile non è limitata dal capitale umano del numero delle navi da pesca disponibili, ma dal capitale naturale costituito dalla quantità di pesce che c’è in mare; se costruisco più navi non otterrò più pesci.

Un’evoluzione contro natura

Ma come si è arrivati a questo punto – viene da domandarsi – cosa è successo agli uomini, diventati così diversi dagli altri animali e così incapaci di rapportarsi al mondo naturale in maniera armonica?

È successo che ci siamo comportati per secoli come se l’ambiente fosse una semplice risorsa, il mero contenitore fisico dei minerali, delle risorse, dell’acqua o del paesaggio, lo scenario di cui fanno parte le piante e tutti gli animali. Abbiamo creduto che l’ambiente fosse il luogo dove vive l’uomo, non il sistema cui l’uomo indissolubilmente appartiene: una visione distorta che si è tramutata in un tragico errore di prospettiva. Forse un tempo l’uomo – pur già producendo cultura – è stato parte armonica del sistema Terra, quando la popolazione del pianeta non aveva raggiunto i sei miliardi di individui e non si era ancora dimostrata clamorosamente vera la visione malthusiana per cui le risorse si accrescono con una proporzione matematica, meno produttiva di quella geometrica secondo la quale, invece, cresce la popolazione. Ma oggi – diciamo a partire dal XIX secolo – l’attività produttiva dell’uomo è diventata un vero e proprio assalto che il Pianeta non riesce più a sostenere, e che, inoltre, non crea ricchezza che per pochi e impoverisce la Terra nel suo complesso.

Non sembri paradossale, ma i parchi sono uno degli ultimi rimedi a tutto questo.

 


Mario Tozzi

Presidente Ente Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano,
Geologo, Primo ricercatore del CNR