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RAEE: la parola di Ecodom per un settore da migliorare

Il Direttore Generale Giorgio Arienti di Ecodom evidenzia la necessità di maggiori controlli e di sanzioni adeguate per rispondere all’esigenza di trovare soluzioni alle falle del sistema

L’inchiesta di Ecodom e Altroconsumo sul sistema dei RAEE in Italia ha rivelato che circa più di un rifiuto elettronico su tre non arriva a un impianto autorizzato al trattamento di questa tipologia di rifiuti. Ne abbiamo parlato con il Direttore Generale di Ecodom, Giorgio Arienti. 

 

L’indagine mostra che il nostro sistema di gestione dei RAEE non gode di ottima salute.

È vero, ma occorre precisare una cosa: lo studio di Ecodom e Altroconsumo non ha valore statistico. In Italia si gestiscono 310mila tonnellate di RAEE all’anno, ed è quindi evidente che i 200 RAEE oggetto dell’inchiesta non possono essere considerati un campione significativo dal punto di vista statistico. Lo studio è, invece, molto importante perché svela le falle del sistema e ci dà la possibilità di sapere dove andare ad agire per chiuderle.

Quali sono queste falle?

Si manifestano subito dopo l’uscita dei RAEE dalle case dei consumatori, quando i rifiuti – raccolti nelle isole ecologiche comunali o nei luoghi di raggruppamento dei negozianti – invece di essere inviati agli impianti autorizzati al trattamento dei RAEE vengono portati a impianti non autorizzati, o ai rottamai, o addirittura ai mercatini dell’usato per essere rivenduti come se fossero dispositivi di seconda mano.

E quest’ultimo caso non è positivo per l’Economia Circolare?

Lo sarebbe, se ci fosse quel passaggio che la legge chiama «preparazione per il riutilizzo dei rifiuti»: è indispensabile che un rifiuto sia verificato e ricondizionato prima di essere nuovamente rimesso sul mercato come prodotto; e queste operazioni devono essere fatte da personale qualificato, per dare al nuovo acquirente tutte le garanzie funzionali e di sicurezza. Un RAEE non può essere rivenduto senza alcun controllo.

Chi decide se un’apparecchiatura è un usato oppure è un rifiuto?

Lo decide il proprietario dell’apparecchiatura: se ritiene che il proprio elettrodomestico sia ancora in grado di funzionare allora lo può regalare, vendere a qualche conoscente o su qualche marketplace online, oppure portare a qualche mercatino dell’usato. Ma se il proprietario decide di disfarsi dell’elettrodomestico, portandolo all’isola ecologica, chiamando i servizi di raccolta municipali oppure avvalendosi del ritiro «uno contro uno» da parte dei negozianti, allora è un rifiuto, e come tale deve essere gestito.

Il 39% dei rifiuti non arriva ad impianti di trattamento adeguati. Chi li intercetta e perché?

I RAEE vengono intercettati da soggetti che cercano di massimizzare il proprio profitto a scapito dell’ambiente; soggetti che purtroppo – e questa è stata una delle scoperte più inaspettate dell’indagine – sono anche parte integrante della filiera formale dei RAEE. Meno è accurato il trattamento, più profitto si ricava dalla gestione dei RAEE.

In che senso?

Pensi a un frigorifero da buttare. Chi lo rivende come usato o lo cannibalizza togliendo i componenti a maggior valore – come ad esempio il compressore – e poi ne abbandona la carcassa in qualche discarica abusiva ne trae un (illecito) profitto; chi invece ne effettua un trattamento ambientalmente corretto, rimuovendo in modo sicuro tutte le sostanze inquinanti, sostiene costi molto più elevati dei ricavi che poi ottiene dalla vendita delle materie prime riciclate. Operare in modo virtuoso, tutelando la salute dei cittadini e dell’ambiente, è un processo molto più costoso di quello messo in atto per interessi personali.

Come si possono bloccare questi interessi?

Servono più controlli da parte dello Stato, che è non soltanto l’unico soggetto in grado di eseguire verifiche quantitative sui RAEE nei luoghi di raccolta, negli impianti che trattano altre tipologie di rifiuti e nei mercatini dell’usato, ma anche quello che in caso di infrazioni alla legge ha il potere di comminare sanzioni adeguate.

[ Antonio Marafioti ]