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L’Italia delle discariche in fin di vita: «sfratto» ai rifiuti!

Discarica

Il Rapporto WAS presenta la fotografia inedita dell’industria di settore. A fronte delle discariche vicine al collasso – solo due anni l’aspettativa di vita – le migliori strategie per gestire 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, guardando all’Europa

 

SOS discariche! Lo lancia il primo WAS Annual Report, dedicato a «L’industria italiana del waste management e del riciclo tra strategie aziendali e politiche di sistema» presentato il 20 novembre a Roma. Questi i tratti del settore che preoccupano.

Il nostro Paese conta un numero elevato di discariche ma con un’aspettativa di vita decisamente breve: due anni al massimo con i ritmi attuali di smaltimento.

Alla discarica è affidato in alcuni casi anche il 90% dei rifiuti urbani prodotti, sebbene la media nazionale si attesti intorno al 37%. Sicilia, Calabria, Lazio, Puglia e Liguria sono le regioni che registrano le situazioni più critiche. Il grado di dipendenza dalle discariche è proporzionale al livello di raccolta differenziata e di termovalorizzazione. “Le regioni meno dotate di impianti – si legge nel rapporto – sono anche quelle con i livelli di raccolta differenziata più bassi. Analizzando i Piani Regionali emerge la tendenza a continuare a puntare sulle discariche o, addirittura, a non prevedere soluzioni per lo smaltimento. Anche qualora previsti – sottolinea il rapporto del think thank italiano sull’industria del waste management i termovalorizzatori raramente giungono a costruzione: della capacità totale prevista dagli ultimi Piani Regionali disponibili (~2,5 milioni tonnellate per 16 regioni al 2013) ne è stata realizzata meno del 20%”.

Tutto questo innesca un meccanismo negativo e priva il Paese di un’opportunità: “La gestione dei rifiuti comporta una serie di importanti ricadute per il sistema Paese”, avverte Alessandro Marangoni, AD di Althesys presentando il Rapporto. “Lo studio ha stimato gli effetti ambientali, economici e sociali di diversi scenari futuri. Il raggiungimento degli obiettivi previsti al 2030 dalle revisioni delle direttive UE (70% di riciclo totale) comporterebbe benefici potenziali netti per l’Italia fino a 15 miliardi di euro circa”.

Quale destinazione per i rifiuti

Abbiamo tra le mani un «patrimonio» di 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti nel nostro Paese. Cosa farne? In effetti l’Europa ci indica una strada maestra: da un lato l’aumento delle percentuali di raccolta differenziata e il recupero dei materiali e dall’altro la termovalorizzazione dei rifiuti indifferenziati. Se potessimo trovare ispirazione da chi è più avanti di noi nella loro gestione basterebbe guardare al Nord Europa dove il ruolo delle discariche è stato decisamente «contratto» fino ad arrivare, in alcuni casi, al totale azzeramento. La soluzione, questi virtuosi esempi, l’hanno trovata nel maggiore ricorso all’incenerimento (con o senza recupero di energia). In questi Paesi, si legge nel rapporto “la termovalorizzazione non ha rappresentato un’alternativa al riciclo, che infatti ha valori più alti che nel resto d’Europa, ma uno strumento complementare per raggiungere l’obiettivo discarica-zero”.

Inceneritore

Inoltre, puntare sulla termovalorizzazione è stato reso economicamente vantaggioso dalla possibilità di sfruttare il calore recuperato nelle reti di teleriscaldamento: particolare non trascurabile visto il clima del Nord Europa.

La parola alla normativa in evoluzione

Non possiamo evitare di fare i conti con un quadro di leggi, regolamenti e norme comunitarie che è destinato a mutare radicalmente nei prossimi anni. Sono infatti in corso di revisione le principali direttive europee che disciplinano l’intero settore, la Direttiva Quadro sui Rifiuti (2008/98/CE), la Direttiva Imballaggi (1994/62/CE) e la Direttiva Discariche (1999/31/CE). Questo si traduce nell’esigenza di raggiungere una quota di riciclaggio dei rifiuti pari al 50% nel 2020 e 70% nel 2030. Novità sono previste in tema di prevenzione, con l’introduzione di un obiettivo di riduzione dei rifiuti alimentari del 30% entro il 2025. E ci saranno cambiamenti anche per i produttori che dovranno rendere i loro imballaggi sempre più riciclabili.

In questa prospettiva, per far fronte al deficit di infrastrutture per la gestione dei rifiuti, il decreto Sblocca-Italia sembra andare nella giusta direzione prevedendo la realizzazione di una rete nazionale degli impianti di recupero e smaltimento, secondo quanto si legge nel Rapporto. La norma semplifica le procedure per l’individuazione dei siti e la realizzazione dei nuovi impianti, permettendo alle strutture esistenti di trattare anche rifiuti extra bacino fino alla saturazione della capacità autorizzata. La revisione delle principali direttive Ue che regolano il settore, sentenzia il rapporto, “ci pone davanti sfide importanti: coglierle richiederà l’industrializzazione e il consolidamento del settore, che ad oggi continua ad essere molto frammentato e l’avvio di una vera e propria strategia nazionale per i rifiuti, chiara e di lungo periodo, che sappia valorizzare le competenze e le risorse industriali italiane”.

Le grandi… imprese

Ma chi tra gli operatori del waste management e del riciclo dovrà sostenere maggiormente la responsabilità della nuova sfida? WAS – Waste Strategy, analizzando i 70 maggiori player, evidenzia come le performance migliori siano delle imprese di grandi dimensioni e più integrate (Grandi Multiutility), le uniche a riuscire a presidiare l’intera filiera. Nel 2013 questi operatori hanno realizzato circa il 50% degli investimenti e conseguito un rapporto medio Ebitda/Ricavi più che doppio (32,2%) rispetto a quello degli altri. Nell’ultimo triennio i 70 top player hanno investito 1 miliardo di euro complessivi. In che modo? In interventi di manutenzione straordinaria e ammodernamento degli impianti e in prevalenza nel Nord-Est del Paese. Le numerose aziende operanti nel settore (4.761 quelle autorizzate alla raccolta e al trasporto dei rifiuti urbani, secondo l’Albo nazionale dei Gestori ambientali) sono in maggior parte di piccole dimensioni. Il mercato, tuttavia, risulta piuttosto concentrato, seppur meno che nel resto d’Europa: “I 70 maggiori operatori, pubblici e privati – recita il rapporto – coprono infatti il 58% dei ricavi e il 54% dei rifiuti urbani raccolti, servendo oltre la metà della popolazione. Le aziende che hanno adottato il modello Multiutility sono più redditizie: le piccole e medie Multiutility, pur avendo ricavi medi più bassi, hanno un rapporto Ebitda/ricavi migliore delle Monoutility, mentre le grandi Multiutility hanno una redditività nettamente superiore a tutte le altre. In generale, invece, gli Operatori Metropolitani hanno risultati intermedi, grazie all’aumento dell’Ebitda, passato nel 2013 al 15,71% rispetto all’11,05% del 2012. Per gli operatori privati, invece, il rapporto tra Ebitda e ricavi è del 6,9%, in crescita nel 2013 rispetto all’anno precedente. I migliori risultati dei grandi gruppi sono dovuti anche alla loro più ampia presenza lungo la filiera, nelle attività a maggior valore aggiunto, rispetto alle aziende minori attive nella sola fase di raccolta.

La sfida degli investimenti

A determinare l’andamento degli investimenti nel settore del waste management sono comunque diversi fattori: le incertezze circa i sistemi di finanziamento dei servizi ambientali da parte degli enti locali; i ritardi e le incoerenze della pianificazione regionale; la mancanza di chiarezza nella normativa nazionale; le opposizioni locali alla costruzione degli impianti di trattamento e smaltimento. Nonostante questo, il rapporto evidenzia la buona volontà del settore, che ha comunque compiuto sforzi di efficientamento e di investimento. Le imprese, anche a fronte di una diminuzione costante della produzione di rifiuti urbani, stanno rivalutando i propri assetti impiantistici e i futuri piani di investimento. Il trend dei nuovi impianti realizzati nell’ultimo triennio evidenzia un interesse crescente verso le fasi di selezione e trattamento. In merito invece alle tendenze strategiche e ai modelli prevalenti del settore, si evidenziano strategie di consolidamento e di alleanze: i grandi gruppi tendono a incorporare piccole realtà specializzate, mentre le aziende di dimensioni inferiori ricorrono a collaborazioni con altri operatori, a costituire reti d’impresa o a riunirsi in realtà sovracomunali o provinciali.

Roberta Di Giuli
[24 Nov 2014]