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Ambizioni ecologiche e logiche di mutazione urbana

Terlizzi (2010)

di Massimo Pica Ciamarra • L’obiettivo della sostenibilità da solo non è sufficiente per garantire la qualità degli ambienti di vita. Questa peraltro non può essere perseguita senza profonde mutazioni dell’attuale quadro normativo

 

L’aspetto fisico delle città e degli ambienti di vita è il risultato di un accumulo di interazioni nel quale si riflettono economia e creatività degli abitanti. Questo continuo processo di trasformazione a volte si attenua fino a stagnarsi e provoca decadimento; a volte è turbinoso, con esiti magnifici o con espressioni incontrollate e prive di senso. Nel mondo globalizzato coesistono condizioni diverse. Nella nostra penisola si sono stratificate nei secoli realtà straordinarie create da collettività rispetto ad oggi numericamente ridotte, soprattutto più lente: nel tempo hanno sedimentato ambizioni, volontà, pensieri, poteri. Tutto ciò fa sì che oggi qui, in una terra segnata da continui attraversamenti verso l’Europa e verso il Mediterraneo, vi sia il maggior numero dei siti inclusi dall’UNESCO nel «patrimonio mondiale dell’umanità».

Nel ‘900, l’ambizione di regole eguali per tutti ha dato origine a un pericoloso processo teso a codificare, misurare, separare, riportare ogni cosa a presunti asettici dati numerici. Nel suo affermarsi la cultura della separazione ha determinato città ingombrate da edifici e da interventi che in apparenza risolvono singoli problemi, ma che in sostanza costruiscono un problema complessivo sempre più grosso e inestricabile. Oggi questa cultura dominante è appena scalfita da tensioni verso l’integrazione.

Pica Napoli CNR
Napoli (1984-1990). Sede dell’Istituto Motori del CNR con l’antistante Piazza di Fuorigrotta. Edificio rappresentativo di riduzione fabbisogni e produzione di energia con ricorso all’acqua e al sole; suc-cessivo ridisegno della Piazza antistante

Nel nostro Paese tutto tende a essere misurato e controllato da norme settoriali definite, attraverso processi indipendenti, inadeguate. A scala dell’edificio lo dimostrano periferie per lo più caratterizzate da volumi privi di relazioni, incapaci di dialogare fra loro, sostanzialmente banali: alimentano insoddisfazione, isolamento, criminalità, mancanza di sicurezza e di coesione sociale. Standard obsoleti e affollate norme prescrittive puntano a ottimizzare ogni singola azione ma rafforzano procedure paralizzanti e burocrazie gelose delle loro autonomie. A scala territoriale lo dimostrano anche i drammatici avvenimenti recenti, che è improprio definire «eccezionali»: novembre 2010, il Veneto è sconvolto da un’alluvione; ottobre 2011, la costiera ligure è devastata da frane ed esondazioni; giorni dopo in Campania. Eppure, se la Campania è martoriata dal 19% dell’abusivismo, il Veneto non ne ha che il 3% e la Liguria meno dell’1%: il rispetto delle regole dimostra che vigono norme insufficienti, improprie, inadeguate, sbagliate. La loro sostanziale rivoluzione non può scaturire se non da una mutazione culturale e da profondi cambiamenti di mentalità. Peraltro in Italia la riduzione delle aree agricole ha raggiunto livelli impressionanti: il consumo di suolo pro capite ha raggiunto valori dieci, venti volte superiori a quelli di pochi decenni addietro, con profonde e negative incidenze sulla vita di tutti i giorni, sul benessere e sui consumi in generale. Il territorio continua a essere ingombrato da nuove e improprie preesistenze di cui sarà difficile liberarsi.

Ecologie e sostenibilità non presuppongono solo nuove regole tecniche, ma chiedono soprattutto di investire in conoscenza e ricerca. Inoltre, e non è per nulla secondario, va ridato valore all’azione di progetto in Italia impropriamente frazionata nelle diverse fasi e schiacciata da un susseguirsi di provvedimenti che l’hanno resa succube di pretese esigenze di efficienza ed economia. Restituire centralità al progetto presuppone azioni di ampio respiro e tempi lunghi, abitudine al lavoro di gruppo e a intrecci di competenze anche non tecniche, intelligenti formulazioni della domanda di progetto, capacità di valutazione delle alternative. La qualità delle soluzioni adottabili e l’indispensabile confronto fra impostazioni e concezioni diverse incidono poco nel costo globale di un intervento, ma ne è presupposto essenziale.

Le sollecitazioni dell’Unione Europea sui temi economici trovano almeno immediati tentativi di risposta, ma le sue raccomandazioni sui temi ambientali o quelle che sollecitano la «qualità esemplare degli interventi pubblici» si arenano in disattenzioni o nello scontro fra interessi di parte. Manca cioè una politica veramente attenta alle questioni del territorio, che ridisegni i suoi strumenti partendo al limite dalla stessa mappa dei ministeri riunificando le competenze riguardanti le trasformazioni fisiche degli ambienti di vita, integrando il tema dell’ambiente con quello delle infrastrutture, delle aree urbane e dei beni culturali. Il periodo attuale non può non sconvolgere equilibri: le crisi servono per riformulare regole e assetti.

Occorre affrontare con energia e simultaneamente crisi economica, carenze infrastrutturali, temi della rigenerazione urbana e della riqualificazione delle periferie. Serve quindi una politica che superi ogni forma di immobilismo e che porti a un’organizzazione strutturale evoluta.

L’attenzione per la sostenibilità ambientale – essenziale per il nostro futuro – ha generato norme e procedure raffinate: nelle leggi urbanistiche regionali vi è diffusa attenzione alla questione ambientale, spesso però anche disattenzione per la qualità dell’ambiente costruito ignorandone le dirette conseguenze sulla qualità della vita. Puntare a una visione integrata significa moderare l’entusiasmo dei neofiti, iniettare e sostenere visioni mature, contemperare esigenze senza scalfire la priorità dell’ambiente, l’istanza paesaggistica e l’attenzione verso il succedersi delle stratificazioni che documentano l’evolversi della nostra civiltà.

Il lento percorso della consapevolezza ambientale

Prima dello shock petrolifero del 1973, i richiami alle questioni ambientali erano rari: senza grandi conseguenze quello di Richard Neutra a metà anni ’50 («Survival trought design» tradotto per le Edizioni Comunità come «Progettare per sopravvivere») o l’intelligente analisi degli anni ’60 di Reinher Banhan («The Architecture of Well-Tempered Environment») che denunciava l’impropria attenzione della storia e della critica contemporanea alle strutture formali degli edifici ignorando come queste spesso accoglievano impianti necessari soprattutto per correggere errori, sottovalutazioni, dissipazioni. L’attenzione all’ambiente e al ruolo sociale dell’architettura sono state anche basilari nelle tematiche del Team X – nato alla fine degli anni ’50 dalla dissoluzione dei CIAM – con forte sponda ne «le Carré Bleu», l’irrituale foglio che prima da Helsinki e poi da Parigi ha il merito di averne coagulato le energie.

Alla crisi del ’73, l’Italia reagì con una legge in realtà schematica – la 373/76 – e con il «Progetto finalizzato energetica» del CNR, peraltro troppo interessato a ottimizzazioni settoriali e sperimentazioni su edifici isolati con dispendio di territorio e atomizzazioni. «Spazio e Società» – la rivista diretta da Giancarlo De Carlo – ospitò «Architettura/Energia: alla ricerca delle informazioni perdute», una sintesi delle riflessioni di allora, qualche anno dopo materializzate nella sede dell’Istituto Motori del CNR a Napoli, edificio emblematico della riduzione dei fabbisogni, della produzione di energia con ricorso all’acqua e al sole e – lo dimostrò il successivo ridisegno della Piazza antistante – teso a rigenerare il tessuto urbano.

A fine anni ’90 in Italia (Enea, InArch, INU, Anci, Ance, …) si pervenne al «Codice concordato di raccomandazioni per la qualità energetico-ambientale di edifici e spazi aperti», ormai datato, ma tappa significativa verso questioni indifferibili. Molto si è ancora fatto in questa direzione e «la sostenibilità sostiene l’architettura» resta uno slogan efficace per come sottolinea il richiamo a un costruire consapevole dei rapporti con il contesto, con il clima, con la specificità di ogni singolo luogo.

 

Pica Benevento
Benevento (2007-2009). Riqualificazione del Rione Libertà e nuove sedi universitarie nel centro stori-co. Una spina verde attraversata da una navetta a idrogeno fra le stazioni di due linee della Metropoli-tana regionale è la premessa per la rigenerazione del quartiere, legato al centro storico tramite nuovi «ponti abitati». Le nuove attrezzature universitarie si innervano su un percorso pedonale dal centro verso valle

Approcci specifici per obiettivi comuni

Oggi il quadro è sostanzialmente diverso. Nei Paesi in forte crescita cominciano a fiorire città sostenibili: emblematici Masdar City ad Abu Dhabi e più di un progetto qua e là, in Cina e altrove. In Europa la questione è diversa ed è ancora diversa nelle sue varie regioni, in quelle scandinave, in quelle continentali o in quelle mediterranee ad alta densità, dove certo il tema non è costruire nel deserto, dove ormai prendono forza i temi della decrescita e dove questione prevalente è costruire nel costruito cioè anche reinventare le preesistenze. Nel giugno 2008 al XXIII Congresso Mondiale degli Architetti, analizzando i caratteri dei contesti italiani in «Crescere con arte», l’InArch ha argomentato l’esigenza per le nostre aree di specifici approcci, diversi rispetto ad altri contesti. Una cosa è quanto avviene in Cina, in India, nei Paesi arabi o in Brasile, altro quello che accade in Europa o in Italia con città e territori ricchi di storia, con deboli esigenze quantitative, forse in decrescita, che comunque hanno necessità di introdurre qualità inedite nell’esistente. Nel dicembre dello stesso anno, nella manifestazione per i 50 anni del «Carré Bleu» alla «Citè de l’Architecture et du Patrimoine» di Parigi, è stato lanciato il progetto di «Dichiarazione dei Doveri dell’Uomo» (relativi all’habitat, tenendo conto delle diversità degli stili di vita) accompagnato da «Différer-Différence-Différance», excursus teorico sulla questione delle diversità, su senso e valore delle differenze nel progetto urbano.

Subito dopo la Conferenza di Copenhagen sui problemi del clima e dell’ambiente (dicembre 2009) il CB ha dedicato un numero (1/2010) a «KO-CO2 – L’architettura dopo la presa d’atto di Copenhagen», logica evoluzione dei principi contenuti nella Dichiarazione. La Conferenza di Copenhagen, peraltro, ha esaltato le differenze di approccio fra i Paesi nell’ONU ai temi climatici e ambientali: interessi contrapposti, diverse speranze di futuro. Le proposte di riduzione entro il 2020 delle emissioni di gas serra oscillavano fra 15-17% (Australia, USA) e 42-45% (Brasile, Cina). Un accordo non si è raggiunto, ma a tutti è divenuta più chiara l’urgenza di politiche coordinate, di azioni integrate anche se disomogenee. In Stati Uniti o Europa, quasi metà delle emissioni di CO2 è prodotta da città e territori urbanizzati. Ormai non basta pensare a costruzioni a basso consumo energetico o ecocompatibili, non basta mitigare i loro effetti sull’ambiente. Questo tornante della storia impone decise inversioni di tendenza.

Dopo la «presa d’atto» di Copenhagen, come devono trasformarsi i nostri habitat? «Per un’architettura e un’arte frugale» – il Convegno internazionale del gennaio 2010 alla Fondazione Zevi – sembrò quasi contrapporre la ricerca architettonica che “reagisce allo spreco prodotto dall’iperconsumismo, indicando soluzioni sostenibili per il futuro di ampie fasce di popolazione del Pianeta” a quella promossa dall’industrializzazione edilizia, ma nella sostanza indicava una linea su cui convergere.

Sostenibile è possibile: azioni e strategie

«Crescere con arte» significa «decrescita», ridimensionare la domanda, ridurre fabbisogni e ricorso a energie esterne, consumo di suolo, esigenze di mobilità soprattutto modificandone le modalità; utilizzare risorse locali; produrre più energia di quanto si consuma: quindi modificare gli stili di vita e spingere ogni singola trasformazione a entrare a far parte d’insiemi più ampi privilegiando aspetti ambientali, questioni paesaggistiche, stratificazioni e memoria dei territori. Queste azioni integrate affermano che contesti e preesistenze non consentono autonomie; scacciano astratte utopie; impongono un «costruire nel costruito» di straordinario interesse.

Occorre aumentare per quanto possibile le densità, cioè ridurre il consumo di suolo pro capite; agire drasticamente sulle varie forme di mobilità; rigenerare i territori urbanizzati; ridurre progressivamente la domanda di energia elevando il ricorso a energie che derivano dal sole, dal mare, dai venti, dalla geotermia. Progettare edifici e ambiti urbani che producono più energia di quanto consumano non è più un obiettivo utopico: un’attenta politica urbana può imporlo come standard, sostenerlo con vari tipi d’incentivazioni. Tutto questo non ha solo ricadute economiche, anzi le questioni energetiche ed economiche diventano di secondo piano in rapporto ai benefici sociali, al benessere che potrà derivare da più forti relazioni fra le parti, da più forti rapporti sociali, da più intensi supporti a rapporti umani e creatività.

Tentativi a scala urbana in questa direzione sono sia nel Piano di rigenerazione (2007) del Rione Libertà a Benevento e nel successivo progetto per attrezzature universitarie nel centro storico (interventi che agiscono sostanzialmente sulla mobilità, legando due stazioni di diverse linee della metropolitana regionale tramite una navetta a idrogeno lungo il parco lineare che animerà l’intero quartiere, ponti pedonali abitati e attrezzati, percorrenze pedonali protette e legami che avvicinano strettamente aree fin qui considerate distanti e diverse fra loro); sia nel progetto che prende origine dalla conversione di un’ampia area dismessa a Terlizzi (2010), nell’area metropolitana di Bari. L’intervento dota la città di ampi spazi e attrezzature collettive e prevede un quartiere con tipologie sperimentali, privo di attraversamenti automobilistici, in immediato rapporto con il centro storico e con articolate sequenze di luoghi di riferimento, una nuova identità urbana: nello stesso tempo compresenze funzionali, orti urbani anche sulle coperture degli edifici, eccezionale permeabilità dei suoli: nel complesso consumi di energia pari all’83% di quanto prodotto con sostanziale azzeramento della produzione di CO2.

Le «ricadute» di una città di qualità

L’attenzione all’ecologia e alle questioni ambientali è ormai parola d’ordine. Non c’è regolamento, iniziativa o progetto che non se ne ammanti e se ne faccia bandiera, anche se purtroppo nella realtà la ignora. È una positiva spinta a comprendere i rapporti con il contesto, le relazioni con il clima, le metodologie di partecipazione, ed è una spinta verso frugalità e coerenti stili di vita. D’altro canto facilita l’azione di virus pericolosi da cui occorre proteggersi, perché apre all’autocompiacimento per risultati misurabili raggiunti, quindi al conseguente perverso giro delle autonomie, delle valutazioni settoriali e delle ottiche monodisciplinari.

Pica 4 Terlizzi
Terlizzi (2010). Rigenerazione di un’area industriale dismessa a margine del centro storico, trasfor-mata in una nuova centralità urbana dove si sperimentano modi di abitare innovativi, produzione e-nergetica e abbattimento di CO2

La coscienza ecologica porta però anche a comprendere che la qualità, il senso vero della bellezza, è innanzitutto nelle relazioni fra le parti. Quindi porta a riconoscere l’esigenza di affiancare, alle istanze d’individualità dei singoli interventi, l’esigenza di superindividualità; spinge a non consolidare barriere psicologiche con ostacoli fisici; spinge a captare il sole per esigenze energetiche, per il suo Pica 4 Terlizzipotere terapeutico, per il suo incidere sul benessere minuto; e spinge anche a comprendere la positività di spazi urbani dove gli edifici si fanno ombra fra loro favorendo aggregazioni e socialità. Nei nostri particolari contesti si tratta di introdurre qualità inedite nel preesistente e di rispondere con semplicità e immediatezza a esigenze di flessibilità e libertà.

Elio Vittorini sosteneva che “città belle producono gente bella” e Le Corbusier affermava che “l’architettura è l’espressione di popoli felici che rende felici i popoli”: oltre ad agire sugli individui, sul benessere, la sicurezza e la salute, le città agiscono sul clima (luce e visioni notturne, temperatura, venti, qualità dell’aria, …): se ne misura l’«impronta ecologica» e se ne valutano le loro differenze d’impatto sull’ambiente. Mancano però criteri scientifici per valutare preventivamente i riflessi sulla qualità della vita delle forme dello spazio. Il recente libro di Ruwen Ogien, filosofo francese, ha un titolo captante e suggestivo: «L’influence de l’odeur des croissants chauds sur la bonté humaine».

Senza cedere verso ammiccanti risultati che ottimizzano valori pur sempre parziali, occorre impegnarsi per comprendere e sperimentare l’utilità sociale della qualità urbana quando intreccia attenzioni ecologiche e valori collettivi: all’opposto, ma al contempo con la stessa tensione utopica, di Venerdì – nel «Robinson Crusoe» di Michel Tournier – che afferma di “non trovar pace fin quando non riuscirà nell’intento maniacale di catalogare ogni elemento della densa foresta che ricopre la sua isola”.

 

Massimo Pica Ciamarra