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Primato DOP, IGP e STG per l’Italia

Il Bel Paese leader in Europa con 244 denominazioni registrate

L’esaltazione delle differenze. Potremmo sintetizzare così i lusinghevoli dati Istat sulle denominazioni DOP, IGP e STG che parlano di un’Italia capace di esaltare le proprie peculiarità agroalimentari, confermando la sua leadership in Europa per numero di riconoscimenti di qualità. “I dati diffusi dall’Istat – ha commentato il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania ci rammentano ancora una volta lo straordinario valore delle eccellenze dell’agroalimentare italiano. Il mantenimento del primo posto in Europa con 244 prodotti di qualità registrati, tra DOP, IGP E STG, ci rende pieni di orgoglio e offre l’occasione per riflettere sulle opportunità che il settore primario può offrire all’intero sistema produttivo italiano. Essere il Paese con il maggior numero di riconoscimenti vuol dire riuscire a far emergere, in ogni località, i prodotti migliori, dimostrando il forte radicamento del produttore sul territorio. Nel caso specifico parliamo di un settore con un giro di affari di circa 10 miliardi di euro e che conta su circa 85mila operatori certificati, gran parte dei quali – circa il 90% del totale – svolge esclusivamente l’attività di produzione”.

Le differenze geografiche, che in Italia sono molto marcate – ha aggiunto Catania – vengono esaltate dalle eccellenze prodotte: Nord e Sud risultano così più vicini e le distanze sembrano accorciarsi. L’Istituto di statistica attribuisce, infatti, al Nord il ruolo storico di leader nelle denominazioni di qualità, ma conferma il progressivo rafforzamento dei prodotti di qualità nel Mezzogiorno. Si tratta di segnali di crescita incoraggianti, che testimoniano come il tessuto agroalimentare possa davvero rivestire un ruolo centrale nel rilancio di alcune zone storicamente svantaggiate. Bisogna continuare su questa strada, tutelando le produzioni e il lavoro degli agricoltori e proseguendo con efficaci interventi di contrasto alle contraffazioni agroalimentari e tenendo alta la guardia sul fenomeno dell’«italian sounding»”.