Prodotti dalle attività umane attaccano lo strato di ozono
•• Quattro nuovi gas creati dalle attività dell’uomo contribuiscono alla distruzione dello strato di ozono dell’atmosfera, quello che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette. È la non certo positiva scoperta dell’Università britannica East Anglia a conclusione di una serie di ricerche. Pubblicati il 9 marzo sulla rivista «Nature Geoscience» – con il titolo «Newly detected ozone depleting substances in the atmosphere» – i dati raccolti dalla UEA hanno rivelato che più di 74.000 tonnellate di tre nuovi clorofluorocarburi (in sigla CFCs) e un nuovo idroclorofluorocarburo (sigla HCFC) sono stati rilasciati nell’atmosfera terrestre e sono legati alle attività umane.
La scoperta è stata fatta dagli scienziati mettendo a confronto alcuni campioni di aria odierna con elementi di aria rimasti intrappolati nelle nevi polari della Groenlandia che costituiscono un vero e proprio archivio naturale, vecchio di almeno un secolo, dell’atmosfera terrestre. Sono stati anche registrati i dati dell’aria tra il 1978 e il 2012, in zone non inquinate della Tasmania. Non è stato ancora possibile stabilire dove i gas siamo stati prodotti e le zone dai quali sono stati immessi nell’atmosfera. Unico dato certo, la loro dannosità per la fascia di ozono.
Le misurazioni svolte hanno accertato che tutti e quattro i nuovi gas sono stati immessi in atmosfera di recente e che almeno due di loro hanno registrato accumuli significativi. Crescite di questo genere non sono state accertare per altri cluorofluorocarburi da quando sono iniziati i controlli nel corso degli anni ’90. Peraltro, in nessun caso e in nessun luogo i nuovi gas hanno raggiunto il picco di emissioni degli anni Ottanta, che avevano riempito l’atmosfera di un milioni di tonnellate l’anno. Il capo della ricerca, Johannes Labe, della scuola di scienze ambientali dell’ateneo ha sottolineato che dagli esami compiuti si è visto che i quattro gas in questione non erano presenti sino al 1960 e che essi devono essere ricondotti alle attività umane.
Come si sa ormai da tempo, i clorofluorocarburi sono causa diretta del cosiddetto «buco dell’ozono» apertosi sull’Antartide. Le leggi per ridurre ed eliminare l’emissione di CFC sono entrate in vigore nel 1989 e nel 2010 è stato stabilito il bando definitivo. Le pratiche poste in atto hanno avuto successo consentendo di ridurre sempre più incisivamente la produzione di molti di questi composti chimici. I quattro gas appena scoperti sono però in contrasto con il Protocollo di Montreal, il trattato internazionale destinato a eliminare le emissioni di sostanze nocive per l’ozono.
Secondo quanto è stato accertato dagli scienziati incaricati della ricerca occorre identificare al più presto da quali attività sono stati prodotti. Tra le possibili cause si parla di fonti come stock di prodotti chimici impiegati per la produzione di insetticidi e solventi impiegati per la pulizia di componenti dell’industria elettronica. Dalla ricerca si evince che anche se si procedesse in tempi rapidi alla identificazione e distruzione di questi gas, i loro effetti rimarrebbero ancora per molte decadi visibili in atmosfera.
La ricerca è stata finanziata dal Natural Environment Research Council (NERC), ovvero il Consiglio per ricerca sull’ambiente naturale, il Centro Nazionale per le scienze dell’atmosfera (NCAS), dall’Unione Europea e dall’Organizzazione del Commonwealth per la ricerca scientifica e industriale.









































