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Globalizzazione e nuovo ordine mondiale

di Giampiero Maracchi • L’Istituto di Biometeorologia è attivo nel campo della sicurezza alimentare attraverso la previsione e gestione dei disastri naturali dovuti ai fattori climatici ed alla valutazione dei relativi impatti sull’uomo.

Il terzo millennio si apre all’insegna dei cambiamenti globali del Pianeta causati dal modello economico conseguente all’industrializzazione dei Paesi occidentali a partire dalla rivoluzione scientifica del XVI secolo. Il primo segnale dell’impatto dell’uomo sull’ambiente è rappresentato dai cambiamenti climatici legati alla emissione dei gas ad effetto serra. L’uso dei combustibili fossili ha infatti alterato la composizione dell’atmosfera ed il ciclo naturale del carbonio. Attraverso il meccanismo della fotosintesi, l’anidride carbonica viene fissata dalle piante e ritorna in circolazione con i processi di decomposizione delle medesime o di uso della legna; la combustione di petrolio, carbone e gas mette in circolazione una quantità anomala di anidride carbonica accumulata in tempi geologici nel sottosuolo in miliardi di anni.

All’anidride carbonica si aggiungono in campo agricolo gli ossidi di azoto, usati come fertilizzanti in agricoltura, e il metano prodotto da attività umane come le risaie e l’allevamento bovino o le perdite dall’estrazione del medesimo dal sottosuolo. Altri fenomeni legati al modello industriale causano seri problemi all’ambiente: la produzione di rifiuti che non tornano nel ciclo biogeochimico ma che si accumulano sulla superficie terrestre, l’immissione nell’ambiente di molecole di sintesi di cui è noto l’effetto immediato ma non altrettanto noto è l’effetto a lungo termine quando si combinino con altre molecole con effetti potenzialmente dannosi all’uomo, alle piante ed agli animali.

Le implicazioni di un mercato globale

Alla globalizzazione di tipo ambientale si somma la globalizzazione di tipo economico, che tende alla creazione di un unico mercato globale, alla perdita delle peculiarità di tipo culturale sviluppate in millenni di civiltà con soluzioni adatte alle caratteristiche ambientali di ciascun territorio, allo spostamento dei centri decisionali presso le grandi concentrazioni di tipo economico- finanziario – che sono ormai i decisori a livello planetario – con una modesta capacità dei governi di intervento in decisioni che coinvolgono la vita di miliardi di persone. Certamente, a fronte di questi aspetti negativi, il modello basato sulla conoscenza scientifica, tradotta poi in capacità tecnologica, ha avuto effetti positivi sullo standard di vita di quei Paesi che maggiormente ne hanno usufruito sconfiggendo lo spettro della fame e delle carestie, allungando la speranza di vita, riducendo la fatica fisica, riducendo drasticamente l’impatto delle patologie, creando attraverso l’alfabetizzazione una maggior coscienza di sé e del mondo che ci circonda.

La fruizione di tali benefici da parte dicirca il 10% della popolazione mondiale, riconducibile all’Europa Occidentale, l’America del Nord ed il Giappone, aveva consolidato alla fine del secolo scorso la separazione tra i Paesi cosiddetti industrializzati ed il resto del mondo. Tuttavia l’emergere in questo secolo di paesi a forte sviluppo economico grazie alla disponibilità di risorse energetiche o di popolazione, come nel caso della Cina e dell’India, ha definitivamente destabilizzato quel modello di sviluppo. Infatti l’impatto visibile del cambiamento globale ha messo in evidenza come quel modello adottato non sia trasferibile sic et simpliciter a tutta la popolazione del Pianeta, che anela peraltro ad ottenere gli stessi benefici, ma a condizione di non mettere a repentaglio la sostenibilità complessiva.

Agli inizi del terzo millennio è dunque necessaria una riflessione a tutto tondo su questi aspetti, sulle scelte da effettuare per il futuro, sui tempi necessari per un cambiamento dei modelli adottati senza tuttavia generare sconvolgimenti improvvisi che avrebbero lo stesso impatto di una guerra mondiale. Una tale riflessione è tanto più urgente in quanto stiamo assistendo a crisi su scala planetaria che si stanno susseguendo e che trovano origine dall’impatto dei cambiamenti climatici e delle dinamiche dei prezzi del petrolio e di quelli dei prodotti alimentari sugli equilibri mondiali con il rischio di generare migrazioni e carestie specie nelle regioni più fragili quali quelle africane.

L’Africa un Continente a rischio

La popolazione dell’Africa Sub-Sahariana ha raggiunto i 620 milioni nel 2000 con l’Africa dell’Ovest che rappresenta la regione più popolata con oltre il 30% del totale e con il tasso di crescita più alto (32% su dieci anni). Le previsioni demografiche per l’Africa Occidentale indicano che la popolazione potrebbe decuplicare nell’arco di un solo secolo passando dai circa 40 milioni d’abitanti nel 1930, ad oltre 400 milioni d’abitanti nel 2030, come sottolineato dal Direttore del Club del Sahel e dell’Africa Occidentale, M. Normand Lauzon che sostiene che “uno degli interrogativi centrali per lo sviluppo socio-economico dell’Africa Occidentale nei prossimi anni è stabilire come vivranno i circa 440 milioni d’abitanti che popoleranno la regione da qui al 2030″.

Nonostante una tale crescita della popolazione l’Africa dell’Ovest è riuscita, come emerge dalle statistiche della FAO, finora a ridurre la percentuale della popolazione sottonutrita stimata nel 2000 al 16%, ridottasi di 5 punti rispetto al 1990, ben lontana dalle altre regioni africane dove la stessa percentuale resta al di sopra del 40%. Nei dieci anni tra il 1990 ed il 2000 la popolazione dell’Africa occidentale è cresciuta di 50 milioni di esseri umani che nel 2010, avendo raggiunto la maggior età, potrebbero trasformarsi in un potenziale fattore di crisi per l’Europa se la regione non riuscirà ad assicurare accettabili prospettive di sviluppo. Infatti l’Africa dell’Ovest nel contesto africano, come sottolineato da una ricerca del nostro Istituto, svolge un ruolo centrale per quel che riguarda i percorsi seguiti dai migranti africani nel risalire verso l’Europa rappresentando, oltre che l’origine di flussi consolidati di migranti, anche un’area di transito obbligata per:

  • la facilità di accesso via mare grazie ai porti posti lungo le rotte commerciali per l’Europa o via terra dall’Africa Centrale ed Orientale;
  • la facilità di spostamento al suo interno per l’esistenza di una rete viaria di buona qualità efficiente e sicura, a differenza di quanto avviene nelle restanti regioni;
  • la possibilità di accesso all’Europa utilizzando numerose rotte via terra attraverso il deserto del Sahara e, più recentemente, via mare con la possibilità di variarle con una certa rapidità. In un contesto difficile per lo sviluppo che richiederebbe trasformazioni strutturali importanti, anche nell’Africa dell’Ovest, a partire dall’inizio del 2007, i prezzi dei prodotti alimentari hanno cominciato a crescere generando manifestazioni spontanee contro l’aumento del costo della vita e destabilizzando i produttori agricoli per l’incapacità di assorbire l’impatto diretto ed indiretto del prezzo del petrolio. Tale quadro è reso più critico, nonostante gli ottimi risultati della campagna agricola 2007/2008 e di quelli previsti per quella appena iniziata, dal fatto che non si è in presenza di una crisi congiunturale ma di un nuovo contesto strutturale che richiede politiche adeguate da parte dei Governi per promuovere uno sviluppo accelerato dell’agricoltura e contrastare la crescita della povertà. L’impatto del prezzo del petrolio e della domanda mondiale ha invece imposto ai vari Governi interventi regolatori d’urgenza che rischiano di deprimere le produzioni locali ed aumentare l’indebitamento pubblico. Un tale fenomeno è ancor più preoccupante per l’instabilità sociale che ne sta derivando e che rischia di portare a conseguenze imprevedibili sul lungo periodo.