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Africa: presente, futuro e soprattutto rischi nell’estrazione petrolifera

Africa, estrazione petrolifera

Alessandro Ferri • I recenti cambiamenti nel mondo finanziario stanno apportando, nel settore estrattivo degli idrocarburi, una graduale «statalizzazione» del Continente africano. Cause e conseguenze di un fenomeno complesso

 

 

•• La crisi economica riguarda anche il Nord Africa: e nell’ultimo anno sono stati ben pochi gli operatori indipendenti in grado di acquisire con facilità i capitali per sviluppare nuove imprese. E gli imminenti, inevitabili riallineamenti monetari globali, potrebbero rendere questa situazione ancora più vincolata.

La situazione di questo angolo di mondo, a ben vedere, non è allegra.

L’industria petrolifera della Libia è in guai seri, le milizie controllano molti campi petroliferi e gli impianti, mentre la produzione e le esportazioni, ridottesi drasticamente, consentono di inviare solo il 50% del greggio, rispetto ai volumi dell’epoca anteriore alla crisi. Molti grandi operatori, e concessionarie petrolifere, vorrebbero uscire dal paese: il confine a sud è poco più che un’espressione formale, e le maglie larghe consentono al traffico di armi e agli oppositori al regime di farla da padrone.

L’Algeria, dal canto suo, stenta ancora a riprendersi completamente dal trauma degli attacchi terroristici, mentre l’industria del gas naturale risente direttamente dei contraccolpi delle offerte e delle transazioni.

L’Egitto, come sappiamo, è in fermento, ma è un fermento aggravato da uno scenario dove importanti nomi nel settore estrattivo del gas, hanno visto letteralmente dissolversi i loro sogni, oltre ogni pessimistica aspettativa.

I giacimenti di petrolio della Tunisia sono teatro di scioperi e ogni genere di agitazione, tant’è che molti osservatori danno per scontato un inverno di malcontento in gran parte del litorale mediterraneo.

AfricaIl Sahel, nel frattempo, sta andando incontro a una frammentazione, col rischio che per i proprietari terrieri e i titolari di attività aumentino oltre misura.

Alcuni paesi, come il Sudan, non vedono via d’uscita alla crisi che sta provocando la perdita di due terzi delle proprie riserve di petrolio.

I problemi di Mali, Ciad e altri Stati, pur avendo matrici diverse, hanno un obiettivo comune: tornare al passato recente, ripristinando appena possibile produzione ed esportazione ai medesimi livelli del tempo anteriore alla crisi. Anche affrontando il nodo cruciale della ridefinizione dei confini, a seguito dei cambiamenti politici.

In Africa orientale lo spettro del nazionalismo delle risorse è caldeggiato da politici ambiziosi, compagnie petrolifere nazionali, lobby per regolamentare lo sfruttamento delle risorse locali, e onnipresenti consulenti stranieri.

La tendenza dilagante a una nuova «balcanizzazione» si scontra, però, con gli assetti sociali: il Corno d’Africa continua a essere una zona instabile, e la situazione è critica soprattutto in Somalia, benché si sia attenuato il grave fenomeno della pirateria marina.

L’Uganda si trova in una situazione paradossale: malgrado le scoperte di nuovi giacimenti dal 2006 in poi, non potrà aumentare il quantitativo di greggio prima del 2018, a causa delle tempistiche adottate dalle compagnie petrolifere. Per non trovarsi in una condizione simile, il Kenya vorrebbe aumentare il controllo statale nei confronti delle compagnie, e ha già vincolato a obblighi più severi i coltivatori di terre agricole.

Il Governo della Tanzania sta rimodulando le licenze per l’estrazione del gas, anche per le future piattaforme in mare aperto. Entro pochi mesi il Mozambico aumenterà le imposte sulle plusvalenze, ed è prevedibile che a breve altri paesi si conformeranno a questa strategia: per gli analisti ciò potrebbe rappresentare una contrazione delle transazioni in Africa e, sul lungo termine, un allontanamento degli investitori. Proprio come è accaduto in Madagascar, dove una paralizzante crisi politica ha frenato per anni gli investimenti nelle nuove perforazioni.

 

Africa, estrazione idrocarburiIn Sudafrica si sta per approvare un emendamento in base al quale, per il futuro, le nuove perforazioni ed esplorazioni petrolifere negli ambiti considerati «critici», dovranno avvenire in base a uno stretto controllo statale.

La Namibia, malgrado le nuove perforazioni in mare aperto già pianificate, si prepara a porre un limite alla disinvoltura delle compagnie, finora troppo sbrigative nel disporre esplorazioni e ogni intervento per individuare nuovi giacimenti.

Il Gabon, invece, ci è andato giù pesante, e ha preso iniziative per rimuovere dalle attività estrattive le imprese straniere: le richieste sindacali per un maggior controllo locale sulla produzione, e anche sulla gestione, hanno sconvolto quella che era una volta era la stabilità di pochi, ma sulle spalle di molti. Simili prospettive si delineano anche in Angola e in Congo, e nel Golfo di Guinea.

In Nigeria manca ancora una legge per regolamentare l’industria petrolifera: da cinque anni avvocati, politici e tecnici sono impegnati in un Disegno di legge, per il quale non si prevede a breve termine la fine dei lavori. Nel frattempo, le maggiori compagnie sono già uscite dal paese tramite cessioni di attività, e sempre più terreni estrattivi sono stati messi sul mercato. La tendenza a lasciare la Nigeria per sempre, rischia di indebolire ulteriormente la nazione: a fronte di tutto questo, viene stimata in oltre cento miliardi di dollari la somma necessaria a vitalizzare nuovamente il settore estrattivo, soprattutto nelle piattaforme off-shore.

Rimedio peggiore del male?

Il quadro è sostanzialmente complesso, e proprio quelle azioni di riappropriazione, dettate da motivi di riassetto nazionale – talvolta coronate da intenti nobili, talvolta invece motivate da appetiti economici di potentati locali – rischiano di essere un rimedio peggiore del male. Il timore di molti organismi internazionali, così come del mondo economico, è che si scivoli verso un’irreversibile incertezza per gli investitori. Incertezza che, unita alle innumerevoli controversie sui confini, sulla proprietà degli impianti e le questioni fiscali, potrebbe provocare un ritardo nei progetti tale da far implodere finanziariamente il Continente.

 

Alessandro Ferri