di Tony Colomba
In un recente convegno nel quale è stato trattato il tema «Quale futuro per Milano?» sono state esposte considerazioni riproponibili per l’intero contesto nazionale. In merito, ad esempio, alla necessità di un’immediata riconversione del patrimonio edilizio, è emerso come, a fronte di una normativa spesso declinata solo su base regionale, la riqualificazione immobiliare finisca per essere un’operazione demandata solamente ai singoli proprietari. Non sembrano, infatti, essere messe a bilancio risorse per la riqualificazione del patrimonio esistente, tantomeno se dedicate al ridisegno di parti della città sulla base di criteri di risparmio energetico (vedi il bando Smart Cities). E mentre in tutta Europa si promuovono iniziative volte a una riconfigurazione urbana, in Italia si assiste al ritorno del baratto, ora ridenominato «perequazione», con scambio di indici di urbanizzazione e volumetrie in aree diverse del tessuto urbano.
Eppure alcuni addetti ai lavori hanno evidenziato che sarebbe sufficiente “Sospendere i grandi progetti e concentrarsi su ciò che rappresenta il reale tessuto urbano: interventi mirati e diffusi ma in grado di apportare significativi miglioramenti”. Ma poiché tali soluzioni sono sempre dipendenti dalle risorse pubbliche, non sono in questo momento perseguibili. Le poche operazioni in atto vanno verso la realizzazione di alloggi a prezzo calmierato (social housing), senza tenere però in conto di come sia assai meglio investire sul patrimonio edilizio esistente, salvaguardando così anche lo sfruttamento del territorio.
È vero che il D.Lgs. «Salva Italia» del 6 dicembre 2011, n. 201 introduce agevolazioni per eventuali interventi di ristrutturazione o di efficientamento energetico (cfr. artt. 4 o 45) ma lo scarso loro impatto (36% su 48.000 euro, ovvero 17.280 euro) e la parcellizzazione della proprietà immobiliare tipica dell’Italia inficia la possibilità di riqualificare interi immobili data la frequente difficoltà di trovare un accordo fra più proprietari, condizione essenziale per l’efficientamento energetico. D’altra parte non va sottaciuto che il Decreto introduce dei punti qualificanti che vale la pena sottolineare in considerazione delle ricadute che avranno. Sono i comma 1 e 2 dell’articolo 45 che toccano direttamente il «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia» (DPR 380/2001).
«Art. 45». Disposizioni in materia edilizia (opere di urbanizzazione a scomputo, materiali innovativi, approvazioni accordi di programma piano casa):
«1». All’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, dopo il comma 2 è inserito il seguente:
“«2-bis». Nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7, di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 28, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163.” Traduciamo: per tutti gli interventi edilizi pubblici di importo inferiore a 5.278.000 euro non vi sarà alcun contributo per le opere di urbanizzazione primaria. In altre parole, questo comporterà l’immediata riqualificazione delle aree urbane centrali.
Ed anche il comma 2 così recita: “«2». Al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 52, il comma 2 è sostituito dal seguente:
“«2». Qualora vengano usati materiali o sistemi costruttivi diversi da quelli disciplinati dalle norme tecniche in vigore, la loro idoneità deve essere comprovata da una dichiarazione rilasciata dal Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici su conforme parere dello stesso Consiglio.”;
E se rileggiamo il «vecchio» articolo 52 possiamo capire subito: il comma 2 era “Qualora vengano usati sistemi costruttivi diversi da quelli in muratura o con ossatura portante in cemento armato normale e precompresso, acciaio o sistemi combinati dei predetti materiali, per edifici con quattro o più piani entro e fuori terra, l’idoneità di tali sistemi deve essere comprovata da una dichiarazione rilasciata dal presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici su conforme parere dello stesso Consiglio” ma in relazione a quanto emerso nel corso dell’udienza preliminare sul terremoto che ha distrutto la Casa dello Studente a L’Aquila, è stato modificato sostanzialmente questo comma allontanando la responsabilità per futuri crolli.
Vi sono poi iniziative singolari che non si palesano come veri e propri incentivi ma che spingono ad una maggiore efficienza energetica. Stiamo facendo riferimento al Fondo Kyoto, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti che, sebbene così sia stato annunciato dal Governo, in realtà non è un piano innovativo. Si tratta comunque di un sistema di finanziamento, per promuovere investimenti pubblici e privati e spingere verso l’efficienza energetica, per il quale sono stati stanziati 600 milioni di euro; cittadini, condomini, persone giuridiche private (comprese Associazioni e Fondazioni) e soggetti pubblici possono presentare domanda sino al 14 luglio. I finanziamenti sono a tasso agevolato (0,50% annuo) per una durata massima di 6 anni (15 per i soggetti pubblici), rimborsabili per capitale ed interessi in rate semestrali. Le banche aderenti potranno concedere un finanziamento per quella parte di costo totale del progetto non coperta dal finanziamento agevolato.
Questo sostegno è rivolto a tutti gli interventi di efficienza energetica nel settore edilizio e industriale, piccoli impianti ad alta efficienza per la produzione di elettricità, calore e freddo; impiego di fonti rinnovabili in impianti di piccola taglia (eolico, idroelettrico, solare termico, biomassa, fotovoltaico), promozione di tecnologie innovative nel settore energetico. Il Fondo Kyoto non è opera di questo Governo e le risorse economiche citate, i 600 milioni di euro, erano state stanziate già nella Finanziaria 2007 ma, esiste sempre un «ma», il Protocollo di Kyoto è del 1997 e questa testata già nel 1996 – con lo Speciale monografico «Casambiente» – aveva evidenziato quelle che sarebbero poi divenute le reali linee di tendenza (riduzione delle emissioni, efficienza energetica, edifici coibentati). Sintesi: i diversi Governi avvicendatisi da allora sono riusciti a perdere tempo, cosa non nuova, per oltre quindici anni. Non si tratta di sfiducia nella politica ma piuttosto nella sua capacità di saper cogliere in tempo utile le indicazioni che i veri tecnici – fra gli altri anche quelli che da anni scrivono su PROTECTA – illustrano in anticipo.
Di tutt’altro tenore è invece il commento con il quale sottolineare il comportamento illuminato di circa 900 Comuni (sugli oltre 8.000 esistenti in Italia) che hanno inserito nei propri regolamenti edilizi nuovi criteri e obiettivi energetico-ambientali in modo da migliorare le prestazioni delle abitazioni e la qualità del costruito, con una spinta dal basso che riguarda tanto grandi città quanto piccoli centri. Complessivamente 20 milioni di italiani vivono in questi Comuni che hanno saputo varare questi strumenti innovativi. Il dato arriva dal Rapporto Onre (Osservatorio nazionale regolamenti edilizi per il risparmio energetico) di Legambiente e Cresme: i regolamenti sostenibili sono diffusi oggi in tutte le Regioni italiane con forte prevalenza in quelle del nord: è la Lombardia a mostrare la quantità più elevata di Comuni virtuosi (227), seguita da Emilia Romagna (121), Veneto (87) e Piemonte (68).
Su 855 Comuni ben 632 prevedono obblighi sull’isolamento termico degli edifici. Anche il ricorso ai tetti «verdi» inizia ad essere inserito nei regolamenti edilizi: in 273 Comuni è incentivata e promossa la realizzazione di parte della copertura con «tetti giardino» per le nuove edificazioni. Vi sono poi altre misure: serramenti ad alta efficienza (330 Comuni, 282 dei quali obbligano a rispettare specifici parametri di trasmittanza), installazione di pannelli solari termici (463), pannelli fotovoltaici obbligatori per i nuovi edifici (467), reti di teleriscaldamento (312), e Amministrazioni locali incentivano l’uso di pompe di calore e/o collegamento ad impianti di cogenerazione per il riscaldamento/raffrescamento.
Con il buon esempio di questi Comuni – pionieri dell’«abitare con coscienza» – grazie ad una normativa adeguata e informazioni puntuali e chiare, certi ambiziosi obiettivi potrebbero non essere così lontani…







































