Le operazioni di «pulizia» delle acque da depositi inquinanti, necessarie per arginare i rischi a cui sono sottoposte flora e fauna marine, devono fare i conti con diversi e complessi fattori. Il punto e le proposte di DNV e WWF
•• Il problema dell’impatto sull’ecosistema dei detriti in plastica dispersi nelle acque marine assume i contorni dell’emergenza. Nell’Oceano Pacifico un’isola di plastica grande come il Texas ne è forse l’esempio più eclatante.
La DNV ha messo a punto, in partnership con il WWF norvegese, un progetto che punta, per prima cosa, alla diffusione della conoscenza del problema e ad una conseguente e generalizzata sensibilizzazione specifica che faciliti la creazione di soluzioni efficienti; lo studio degli effetti dei detriti di plastica sul mare è un campo di ricerca relativamente giovane e l’attuale livello di conoscenza deriva principalmente dagli sforzi congiunti di ONG come Algalita, 5Gyres e Sea Education Association in collaborazione con i più grandi istituti di ricerca marina. Riteniamo utile riassumere, qui di seguito, alcuni stralci di quanto riportato sull’argomento nel sito DNV (www.dnv.com/plasticaquatic).
La ricerca sul campo è stata sinora effettuata utilizzando imbarcazioni a vela per campionare la superficie dell’oceano con reti da traino, ma occorrono ulteriori approfondimenti per meglio comprendere dinamiche ed impatti di questi detriti sul mare e questo nella convinzione che anche quando saranno state prese tutte le misure preventive per ridurre l’inquinamento da plastica, gli oceani saranno comunque insidiati da una grande quantità di plastica residua.
Il complesso mondo dei rifiuti plastici marini
Questo tipo di detriti marini comprende materiali biodegradabili e non; mentre la decomposizione dei primi, ad esempio il cuoio, avviene in circa 50 anni, per i rifiuti plastici, ad esempio attrezzature da pesca e bottiglie, ne servono da 10 a 500 e questo lasso di tempo, considerato il sempre crescente accumulo di detriti di plastica in mare, è inaccettabile.
Inoltre, mentre il materiale organico decomponendosi ritorna ai suoi composti di base, la maggior parte delle materie plastiche non si decompone completamente ed in più tale processo entra in gioco anche la fotodegradazione da luce solare che aggrava ulteriormente la situazione dell’area nella quale i detriti vengono man mano gradualmente frammentati in pezzi sempre più piccoli che, in funzione della tipologia del materiale dal quale originano, possono galleggiare o affondare.
Ricadute sugli ecosistemi marini e sull’economia mondiale
L’insieme di questi effetti può causare, direttamente, alla flora ed alla fauna marine danni gravi se non irreversibili (soffocamento, annegamento, fame, e indebolimento); va infatti ricordato che i detriti di più piccole dimensioni, ad esempio micro e meso-detriti, sono simili al plancton, che è parte fondamentale della catena alimentare marina.
Poiché attualmente non esiste un modo per rilevare in mare le particelle inferiori a 1/3 di millimetro, la loro quantità e la distribuzione non è nota né sappiamo se alla fine queste particelle siano completamente biodegradabili o siano presenti, e in che quantità, sotto forma di batteri; questo pone interrogativi in merito al cosa e dove cercare: quali frazioni granulometriche di detriti di plastica devono essere mirati per gli sforzi di pulizia e in quale parte della colonna d’acqua dovrebbe concentrarsi l’azione di disinquinamento?
È stato ad esempio notato che l’azione di onde e venti hanno spinto detriti sino a 30 metri e più di profondità mentre la loro presenza è stata registrata anche nei fondali tanto del Mediterraneo quanto dell’Artico.
La rimozione di questi detriti infinitesimali provocherà inevitabilmente anche quella di una certa quantità di plancton, privando pesci ed altri organismi del loro nutrimento con ripercussioni sull’intera catena alimentare mentre la raccolta di detriti di maggiori dimensioni potrebbe avere effetti negativi su pesci di taglia analoga o superiore; di qui la necessità di ideare metodi di raccolta innocui sui quali basare i sistemi di pulizia.
A livello indiretto i detriti, trasportati da venti, correnti o dagli stessi natanti in transito, possono trasformarsi in vettori di specie invasive mentre l’ingestione di plastica può portare – attraverso la catena alimentare – al bioaccumulo di tossine in pesci, uccelli e altre forme di vita marina. La conoscenza dell’argomento è comunque tutt’altro che lacunosa e gli impatti dei detriti marini sono continuamente oggetto di indagine a causa della limitata conoscenza circa la distribuzione dei detriti di plastica in una colonna d’acqua.
Da non dimenticare, infine, che per molte comunità ed un consistente numero di imprese individuali, artigianali ed industriali i mari rappresentano un’importante fonte di reddito il cui valore può essere intaccato dal problema dei rifiuti marini che impattano, ad esempio, sulle coste (diminuzione del turismo ed aumento delle spese di rimozione), sulla navigazione (integrità del naviglio compromessa dall’intasamento di prese a mare, o da brandelli reti e spezzoni di sartie galleggianti).
Ostacoli alla riduzione definitiva dell’inquinamento
L’obiettivo – complesso e sfidante – è l’introduzione (in sostituzione dei tanti provvedimenti-tampone) e l’osservanza di misure definitive per prevenire l’introduzione di rifiuti da terra e da mare nell’ambiente marino che comunque, data la sua immensità (e l’immensità delle aree da ripulire), non verrà mai completamente liberato da questo tipo di rifiuti.
Le 5 zone inquinate nelle quali lo studio ha suddiviso la superficie acquea del nostro pianeta totalizzano 145 milioni di km quadrati in continuo movimento sui e nei quali fluttuano costantemente concentrazioni di rifiuti plastici; la vastità del problema può essere meglio compresa se si pensa che la bonifica totale della superficie marina richiederebbe 80 anni, impiegando mille navi capaci, ciascuna, di bonificare 5 km quadrati al giorno; diviene quindi di vitale importanza identificare le aree di maggiore concentrazione dei detriti ed agire con decisione in quanto, come già sottolineato, eventuali soluzioni temporanee si tradurrebbero in perdita di tempo e risorse a fronte di risultati non apprezzabili.
Altro problema da affrontare coralmente risiede nel fatto che i detriti si trovano ovunque e, fluttuando, passano da acque nazionali ad acque internazionali e viceversa; il problema – di conseguenza – non si verifica entro la sovranità di un singolo Stato le cui Autorità non trovano spunto per l’avvio di misure di prevenzione o risanamento.
Attività propedeutica alla ricerca di rimedi validi
Il problema della CO2 è di dominio universale e si può dire che la quasi totalità dei Governi è sensibile ed ha affrontato la situazione; allo stesso modo occorre operare anche per l’inquinamento da plastica degli oceani anche se, come per la CO2, occorre fare ancora ricerca e, in entrambi i casi, è necessario un approccio innovativo.
DNV e WWF hanno quindi unito le forze e messo a punto il progetto del «Nevischio», una nuova nave di ricerca da 85 metri che potrebbe ospitare in mare 38 ricercatori per 90 giorni e offrire loro strumenti di ricerca e monitoraggio in aria ed acqua tarati per la migliore comprensione dello specifico problema e per testare soluzioni per la raccolta dei detriti.










































